Assemblea Pastorale, il vescovo Franco consegna alla Chiesa agrigentina il Piano Pastorale (IL VIDEO INTEGRALE)

 

Sabato 25 novembre, l’Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Agrigento, card. Francesco Montenegro, ha convocato tutte le Parrocchie dell’Arcidiocesi, il Presbiterio e i Religiosi, gli Organismi di partecipazione, gli Operatori Pastorali, i Gruppi, le Associazioni, i Movimenti e le Nuove Comunità all’ASSEMBLEA PASTORALE DIOCESANA per la consegna del Piano Pastorale 2017-18 (leggi) accompagnato dalla lettera pastorale "Con uno sguardo nuovo" (leggi). Nella stessa ricorrenza la Chiesa agrigentina ha celebrato a livello diocesano la 1ª Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha indetto per il 19 novembre (Vedi il contributo della Caritas diocesana si Agrigento - Video).

il raduno, come da programma ha avuto inizio con un momento di accoglienza e di animazione a cui hanno fatto seguito alcuni interventi, tra cui quello di don Vito Impellizzeri (Vedi), sul tema della “carità pastorale” come chiave di lettura del Piano Pastorale Diocesano, in connessione con la I Giornata mondiale dei Poveri e quello del diacono Tonino Nobile che ha presetato ai convenuti l'icona "Gesù a Genesaret" che accompagnerà il cammino pastorale del nuovo anno (vedi i particolari)

foto vescovo

A seguire la Concelebrazione Eucaristica (vai all'omelia del Card. Montenegro)  con la consegna del PPD e della Lettera Pastorale dell’Arcivescovo ha concluso il momento assembleare.  

 

Nell'omelia il cardinale, commentando il brano evangelico della litugia domenicale, quello del giudizio finale,  ha detto: "Alcuni verbi della pagina ascoltata chiariscono cosa significhi “prendersi cura” e indicano gli atteggiamenti da assu­mere o evitare per imitare lo stile di Dio. Innanzitutto significa “cercare” e “radunare”, che sono il contrario di “re­stare indifferenti” e “disperdere”. Questi due verbi descrivono quale  at­teggiamento di pastore dobbiamo avere per dare senso alla nostra “pasto­rale” ecclesiale. Il “Buon Pastore” fa tornare alla mente la sto­ria della pecora perduta: egli non resta a godersi le novantanove ma non si dà pace finché non la ritrova.

Proviamo a ripensare - ha proseguito -  la nostra pastorale alla luce di questo modello. Non capita a volte che l’azione pastorale delle nostre parrocchie si ri­duca all’ora di catechismo settimanale, a qualche visita agli ammalati, alla preparazione della celebrazione liturgica, a un turno di centro di ascolto e a cose simili, che – seppur lodevoli e necessarie – però non esauri­scono la forza rinnovatrice dell’annuncio del Vangelo? Non capita che, se un povero ci chiede qualcosa, sia mandato al gruppo caritativo, quasi non fosse problema anche nostro? o che, se sappiamo di qualche per­sona anziana o ammalata, la segnaliamo ai ministri straordinari, senza sentirci interpellati a dare un po’ del nostro tempo per una visita? Non è forse vero che è sufficiente vedere in qualche occasione le nostre chiese più o meno piene, i nostri oratori più o meno affollati, i nostri incontri di catechesi più o meno partecipati per convincerci di aver fatto tutto quello che an­dava fatto? E di quanti non frequentano i nostri ambienti e non sono interes­sati alle nostre iniziative? Anche loro ci appartengono. E il resto della vita di chi si accontenta di venire a messa, senza un seguito nella vita? Se alla nostra pastorale manca la capacità di metterci alla ricerca della “pecora perduta” significa che non stiamo imitando il buon pastore e questo non ci può lasciare tranquilli.

Vorrei che le nostre comunità, senza trascurare coloro che vengono, avessero il coraggio e l’audacia di mettersi alla ricerca degli altri, dei lontani per ascol­tarne i bisogni, capirne i disagi e mostrare loro la tenerezza di Dio. Che ognuno di noi diventasse il riflesso dell’amore del Padre, che fa spazio a tutti. Penso che un’appropriata definizione di missione sia: avere un cuore inquieto verso tutti i figli di Dio soprattutto se dispersi e più bisognosi, perché non re­stino fuori dal suo abbraccio e dalla sua compassione. Una pastorale senza questo slancio missionario e questo amore fecondo, secondo me, re­sta incompleto e sterile.

Ma c’è un altro verbo che distingue il Buon Pastore, ed è “passare in rassegna”. Passare in rassegna significa guardare con atten­zione, vagliare le cose e scrutare le persone, perché niente ci sfugga. Signi­fica essere attenti perché uno sguardo superficiale ci dà una visione solo parziale o distorta della realtà, con le relative conseguenze, soprattutto quando c’è di mezzo la vita, la serenità e la dignità delle per­sone. “Passare in rassegna” è ciò che facciamo istintivamente quando qualcosa o qualcuno ci interessa. La parola “interesse” deriva dal verbo essere, che indica il trovarsi in un posto preciso e in una situazione con­creta, e dalla preposizione inter, che significa “tra” ed esprime una rela­zione, a cui non possiamo rinunciare. Interesse significa che non posso esistere senza l’altro e che l’altro non può esistere senza me. Questo mi rende custode e responsabile del mio fratello. È proprio la rinuncia a questa custodia e responsabilità che fa smarrire all’uomo il suo posto: «Sono forse io il custode di mio fra­tello?» (Gen 4,9). Ciò succede quando chiamiamo interesse l’egoismo, quando scegliamo gli altri per un tornaconto personale, quando contrapponiamo alla cultura dell’incontro quella dello scarto e dello spreco, da cui Papa Francesco, nella Giornata mondiale dei Poveri, mette ancora in guardia. Compren­diamo allora che “passare in rassegna”, per il semplice fatto che tutti – soprattutto i poveri – ci devono interessare, deve diventare una nor­male pratica pastorale.

Il Vangelo - ha proseguito -  ci ha ricordato che il giudizio di Dio non sarà tanto sulle opere compiute, ma sulla capacità che avremo avuto di riconoscerLo ne­gli altri, soprattutto nei più scomodi: affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati... Sono queste alcune espressioni di “fragilità dell’umano” che aspettano ciò di cui ogni uomo ha diritto e che a nes­suno può essere negato: amore e attenzione, predilezione e sostegno.  Nella Lettera Pastorale come nel Piano Pastorale Diocesano ho elencato  altre fragilità vicine a noi: malattie, disabi­lità, povertà materiali e spirituali, disagi sociali, drammi della solitudine, forme varie di alienazione... Non di minore importanza è il problema che la giornata odierna pone all’attenzione di tutti: l’infame violenza sulle donne. Situazioni che, se lasciate da sole, possono anche favorire il diffondersi della mentalità mafiosa e della cultura della violenza.

Il desiderio è che questo elenco di fragilità si accorciasse il più possi­bile. Avverrà solo se, “passiamo in rassegna” – come dicevamo prima – ogni singola situazione, dietro cui ci sono volti e nomi che non possono lasciare indifferenti e insensibili. Non riusciremo mai a farci ca­rico delle situazioni se ci sfuggono, se non le conosciamo o se le cono­sciamo solo superficialmente: per questo non mi stancherò di ripetervi che la lettura del territorio è un dovere che abbiamo e a cui non pos­siamo sottrarci se vogliamo vivere la nostra fedeltà al Vangelo e il no­stro servizio all’uomo.

La pagina del giudizio finale – non dimentichiamolo – ci raccomanda una misericordia che supera ogni giustizia e, perciò, ogni ingiustizia. Ci ricorda, in una parola, il primato della carità.

Dice Giovanni: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bu­giardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. » (1Gv 4,19-21). Mi permetto di aggiungere che se fingiamo di non vedere il fratello o se siamo così distratti da non accorgercene, ciò ci rende doppiamente responsabili. E di questa responsabi­lità Dio ci chiederà conto.

Quanto vi ho detto - ha concluso -  accompagna anche la consegna del Piano Pastorale Diocesano: attuarlo non è semplicemente compiere delle azioni, ma acquisire – attraverso queste – le esigenze del Vangelo per declinarlo nella quotidianità di oggi. Ma soprattutto il piano sarà utile se farà maturare una coscienza veramente eccle­siale, che non significa conformare i percorsi delle singole comunità né spegnere la creatività e la capacità di iniziativa, ma far sì che i vari percorsi parrocchiali convergano nel cammino dell’unica Chiesa diocesana. Siamo molto di più della somma di tante parrocchie! Papa Francesco l’altro giorno ci ha ricordato che non sono i piani pasto­rali a far crescere il Regno di Dio, ma lo Spirito Santo. Non c’è niente di più vero, a condizione che accogliamo il piano pastorale per quello che è: un mezzo e non il fine dell’azione ecclesiale; uno stru­mento, che offre stimoli concreti e traccia alcune piste percorribili. Sempre attenti a quanto lo Spirito indica. Buon anno, allora, e buon cammino a tutti, nella forza dello Spirito che ci rende uomini nuovi per rinnovare la storia di questa terra e prepa­rarla all’incontro col suo Signore! Maria ci sostenga in questo cammino!"

Carmelo Petrone

 

 

 

Nella finestra sotto il link al video integrale che il nostro settimanale ha mandato in diretta streaming (immagini e regia di Calogero Carlisi, commento di Carmelo Petrone e Alfonso Cacciatore)

 

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