Addio Gieffe! Ci ha lasciati don Giuseppe Ferranti, per 16 anni condirettore de “L’Amico del Popolo”

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Don Giuseppe Ferranti firmava con questo pseudonimo (Gieffe, le iniziali del suo nome e cognome), gli articoli sul settimanale “L’Amico del Popolo”, di cui fu condirettore, dal 7 settembre 1979 al 16 novembre 1997. Alle ore 1,45 di domenica 15 gennaio 2023, ha riconsegnato al suo Creatore e Signore la vita ricevuta in dono il 7 ottobre del 1938. Nato a Campobello di Licata, è stato ordinato presbitero nella Cattedrale di Agrigento il 4 luglio del 1965 da mons. Giuseppe Petralia.

Il suo servizio alla Chiesa agrigentina

Nei suoi 58 anni di ministero presbiterale ha ricoperto diversi incarichi pastorali: docente nel seminario minore di Favara (1965-1973) e successivamente anche, per 35 anni, come apprezzato docente di lettere, nelle scuole pubbliche.  “Ringrazio il Signore per questi anni di insegnamento – scrive nella sua autobiografia (“Preso per mano, racconto autobiografico”, 2019) – che mi diedero l’opportunità di esporre con i contenuti culturali gli ideali cristiani e i valori della vita”. Dal 1965-75 è Vice Assistente diocesano dell’unione donne di Azione Cattolica diocesana per la sezione fanciulli cattolici. Fu, don Giuseppe a dare vita a quello che oggi è il Centro diocesano dei ministranti ”(1965-74)  una volta chiamato “Piccolo clero”. 

Per i ministranti della diocesi era è il “Chiericone”, una presenza amica in giro per le parrocchie ad animare e promuovere il gruppo dei ministranti in ogni parrocchia; incontrava tutti almeno due volte all’anno, curava la loro formazione con un foglio ciclostilato di collegamento. Era sempre lui ad organizzare la gara diocesana che culminava, ogni 25 aprile, dopo un intenso lavoro di animazione nel territorio, durante il Convegno diocesano fortemente voluto da mons. Fasola come giornata interamente dedicata ai ministranti. Al termine di ogni convegno, poi, dava appuntamento ai ragazzi per i “Campeggi estivi” (tre quattro turni di 40-50 ragazzi ciascuno) che si svolgevano, ogni anno, nel Seminario minore di Favara. Per questo prezioso lavoro mons. Fasola lo volle come direttore del Centro diocesano per le Vocazioni (1974-76); in quegli anni, grazie anche al lavoro di animazione vocazionale, circa cinquanta ragazzi entrarono in seminario e divennero presbiteri. Per mantenere il collegamento con tutti gli altri giovani delle parrocchie fonda il “Movimento vocazionale” e un foglio di collegamento, “Insieme”. 

Nonostante i non pochi impegni pastorali e di insegnamento in seminario, riesce a trovare il

atrio del Seminario 19 novembre 1988- La redazione de L’Amico del Popolo incontra il vescovo mons. Carmelo Ferraro in occasione della sua prima venuta ad Agrigento. (accanto a mons. Carmelo Ferraro il direttore Domenico De Gregorio ed il condirettore Giuseppe Ferranti)

tempo per lo studio. Nel 1972, consegue la laurea il Pedagogia e Filosofia all’Università di Catania con una tesi su “Psico-pedagogia della scelta vocazionale”. Il vescovo lo volle anche come componente del consiglio pastorale diocesano (1966-74) e Vicario cooperatore del Santuario San Giuseppe di Agrigento (1973-76), parroco arciprete di San Giovanni battista in Campobello di Licata (1976-77) e Consulente diocesano dell’UCIIM (Unione Cattolica Italiana Insegnanti). È stato, inoltre, componente della seconda commissione “Formazione permanente” del Sinodo pastorale diocesano (1979-81); ma ancora docente nel corso teologico per il diaconato permanente, componente del Consiglio Pastorale diocesano, Canonico statutario del Capitolo della Cattedrale dal 1991. Mons. Ferraro lo volle – in preparazione alla visita, dell’8-9 maggio 1993, del Santo Padre – Coordinatore del comitato diocesano per le emergenze pastorali e poi componente del comitato diocesano per il Giubileo del 2000. Fu anche cappellano della casa di riposo “Sacro Cuore” dell’Istituto Zirafa e successivamente presidente, direttore del “Bollettino ecclesiale di Agrigento”, Condirettore, dal 2001 al 2004 dell’Ufficio IRC (Insegnanti Religione Cattolica), Assistente diocesano (2003-06) della Fraternità di Comunione e Liberazione ed in fine parroco della parrocchia B.M.V. Mediatrice di tutte le Grazie di Agrigento che ha servito dal 08/09/2001 al 31/08/2022.

Da queste colonne desidero ricordarlo, in maniera particolare, come condirettore, vivace e battagliero, graffiando quando era necessario graffiare, del nostro settimanale (dal 7/09/1979 al 16/11/1997), accanto a mons. Domenico De Gregorio a cui nel X anniversario della morte dedica una pubblicazione (“Domenico De Gregorio, perla del presbiterio agrigentino”, ed.Grafiser, Torino 2016), “in segno di riconoscenza – come scrive nella premessa  – verso un uomo di non comune talento e un sacerdote secondo il cuore di Dio che, con la parola e l’esempio, mi diede preziose lezioni di vita in diciotto anni di collaborazione al settimanale cattolico L’Amico del Popolo”. Don Diego Acquisto, che con lui ha condiviso gli anni di insegnamento nel seminario minore di Favara e la collaborazione nel settimanale, ricorda come “gli interventi di Ferranti su L’Amico, non infrequentemente balzavano sulla stampa nazionale, per il loro contenuto, le prospettive che aprivano, le riflessioni che imponevano, sempre in uno stile vivace, incisivo, coraggiosamente propositivo.  E sia sul piano socio-politico, che soprattutto su quello pastorale, diocesano in particolare, i suoi interventi si sono rivelati lungimiranti e, nei fatti, carichi di profezia”.     Fu anche scrittore di romanzi. «Scrivere mi è sempre piaciuto – racconta – lasciato il giornale dove ogni settimana dovevo scrivere uno o più articoli, sentii la mancanza dello scritto per questo un giorno pensai di scrivere un romanzo con venature autobiografiche: Scrissi “Scelte di vita” (2013) … I giudizi favorevoli per la mia prima fatica – prosegue – mi spinsero a continuare per mettere in luce dopo la scelta della vocazione sacerdotale, quella relativa al matrimonio. Così l’hanno successivo (2014) pubblicai “L’Amore vola alto“e nel 2017 “Amore senza limiti”». Dopo avere ricevuto e letto il romanzo mons. Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani, scrive a don Giuseppe: “.. Ti ringrazio per la tua illimitata capacità di accoglienza del mondo giovanile che mi ha ricordato il fascino della GMG di Roma e della straordinaria per tonalità di Giovanni Paolo II. la ricerca vocazionale caratterizza tutti i protagonisti: in questo modo risulta ls centralità di Cristo che dice ai giovani: 2Venite e vedrete”. La chiusura con Michel Quoist riempie di serena lungimiranza il ministero tuo e di tutti i sacerdoti”.

L’approdo al settimanale L’Amico del Popolo

Con gli alunni delle scuole della sala riunioni del nostro settimanale

Così lo stesso don Giuseppe Ferranti, ricorda il suo approdo al settimanale (cfr. racconto autobiografico, pagg. 50-60): « ll due giugno del 1980 prende possesso della diocesi di Agrigento mons. Luigi Bommarito, un giorno volle incontrarmi, mi disse che aveva pensato di affidarmi la condirezione dell’Amico del Popolo. Gli risposi che era da più di tre anni che non leggevo, perché non mi piaceva ed arrivava sempre in ritardo… mi rispose, allora, sei la persona giusta; il tuo impegno deve essere questo: far arrivare il giornale agli abbonati puntualmente per renderlo più pizzicante affrontando i problemi della gente non solo religiosi ma anche sociali e politici per invogliare gli abbonati a leggerlo. Gli rispose che non mi sentivo portato per questo lavoro che mi era totalmente sconosciuto. A mons. Bommarito, dissi di no, non mi sentivo capace di occuparmi dal settimanale.. Nell’assemblea di clero nel mese di luglio del 1981, mi chiamo vicino a sé e ai preti presenti disse: ‘Vi presento il nuovo condirettore dell’Amico del Popolo’. Non potevo rifiutarmi. Il giorno dopo chiesi chiarimenti a don Biagio Alessi, che lavorava al giornale, da alcuni anni, con mons. De Gregorio. Mi diede le chiavi della sede, mi disse alcune cose e mi augurò buon lavoro. Andai da monsignor Domenico De Gregorio ad esporre le mie difficoltà e che io non capivo nulla di quanto avrei dovuto fare. Mi incoraggiò, mi disse di accettare l’incarico. Accettai. Entrai nella sede del Giornale, la trovai sporca, squallida, con mucchi di giornali sparsi sui tavoli e per terra, con la macchina da scrivere rotta e il bagno inservibile. Pulii tutta la sede e poi andai ad incontrare prof. Paolo Ciotta, era l’amministratore. Mi disse subito che la situazione economica era molto grave, mi pregò, prima di riprendere dopo la sosta estiva, la pubblicazione del giornale, di riferire al vescovo che in cassa non c’era una lira e voleva sapere chi avrebbe dovuto pagare la stampa alla tipografia Sarcuto. Riferii ciò al vescovo che testualmente mi disse: “Figlio mio, ti posso dare solo tante benedizioni, per i soldi devi pensarci tu… Mi sono sentito preso in giro.” (è bene, tuttavia, notare che il vescovo Luigi Bommarito – mi confesso un giorno don Giuseppe – fu successivamente il primo sostenitore e diffusore del settimanale. Nella tasca della sua giacca – mi disse – non mancava mai il blocchetto degli abbonamenti che chiedeva personalmente ai parroci e a quanti incontrava in giro per la diocesi e settimanalmente consegnava all’Amministratore la somma e al responsabile degli abbonamenti, il comm. Alfonso Lorgio, la lista dei nuovi abbonati che, a sua volta, gli consegnava un nuovo blocchetto. ndr).

Il contributo personale (900 mila lire) di don Giuseppe Urso salva il giornale 

Dopo l’incontro col vescovo, prosegue don Giuseppe il suo racconto:  «Ero amareggiato, pensai di dimettermi subito, ma prima di farlo andai a chiedere consiglio a padre Giuseppe Urso che mi ascoltò e mi convinse a restare. Andò nel suo studio e, in una busta, mi diede la bella somma di novecento mila lire. Con quella somma potevamo stampare tre numeri del settimanale. Li consegnai all’Amministratore. Mi recai in diversi paesi per incontrare le delegate del Piccolo Clero che conoscevo benissimo e le coinvolsi per la campagna abbonamenti. Le cose andarono bene. Padre Giuseppe Urso salvò l’Amico del Popolo: senza quei soldi – nota don Ferranti – la storia de l’Amico sarebbe finita nel mese di settembre del 1981. Quello di Urso fu gesto provvidenziale. È bene che si sappia! Con il professore Elia Marino riuscimmo a trovare, inoltre, molte buone pubblicità che ci consentirono di portare, dopo alcuni anni, in attivo il bilancio economico del settimanale, fino a 30 milioni». 

A don Giuseppe Ferranti  si deve, inoltre, la ristrutturazione della sede del nostro settimanale, eseguita, in occasione del centenario della Stampa Cattolica agrigentina (8 dicembre 1991)  he venne celebrato con un convegno nazionale ad Agrigento a cui presero parte oltre 100 direttori dei settimanali diocesani aderenti alla FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici). Con lui il giornale torna tra la gente e le parrocchie, vengono affrontati i problemi pastorali, ma anche quelli socio-politici del territorio (il tema della mafia che in quegli anni insanguinava i comuni della nostra provincia, con morti eccellenti come i giudici Livatino e Saetta, il maresciallo Guazzelli; ma anche quello della carenza idrica, delle infrastrutture, dell’abusivismo nella Valle). Memorabile la vicenda dell’ospedale psichiatrico. Della denuncia del settimanale – corredata da foto che fecero inorridire l’opinione pubblica nazionale – se ne occuparono i media nazionali e il Corriere della Sera che così scrisse: “L’Amico del popolo è un giornale coraggioso e battagliero che va, senza fronzoli, diritto al cuore dei problemi”.  

Aveva detto a mons. Bommarito che sarebbe rimasto solo pochi mesi, da quando accettò l’incarico, è rimasto 16 anni.  «Penso – scrive don Giuseppe – che il Signore abbia gradito questo mio servizio fatto per obbedienza e gratuitamente! Ma dopo tanti anni mi ero stancato: scrivere gli articoli, più di uno, preparare ogni settimana la pubblicazione del settimanale, impaginare in tipografia, il giovedì andare alla posta per la spedizione… un ritmo estenuante».  Dopo 16 anni di condirezione si dimette, la “palla” viene consegnata per quasi due anni a don Giuseppe Pontillo e poi, fino ad oggi, al sottoscritto. 

La prof.ssa Ave Gaglio, appresa la notizia delle dimissioni, così scriveva, nel 1997 a don Giuseppe: “… ho sofferto per le Sue dimissioni. Ben ricordo, infatti, in quali condizioni ha trovato il settimanale e con quale sacerdotale pertinacia, con quanta umiltà (è rimasto sempre condirettore!) con quali immense, silenziosa fatica ha rimesso ordine nel caos. Si ha ridato vita a chi era in uno stato comatoso. Debbo dirLe ciò per un atto di giustizia, anche se talvolta, non ho condiviso alcune sue affermazioni. Ma ciò rientra nella logica dell’umana dialettica. Resta tutto il bene che con il suo brillante stile e la sua passione giornalistica ha compiuto: Tutto, tutto, è scritto nel cuore di Dio”. 

Grazie don Giuseppe! 

Come direttore responsabile – ben sapendo cosa comporta la fatica settimanale di preparazione del giornale – facendomi voce della Chiesa agrigentina, della redazione, dei collaboratori e dei lettori, ringrazio don Giuseppe Ferranti per l’impegno profuso nella co-direzione de “L’Amico”, accanto a mons. Domenico De Gregorio, per avere, “salvato”,insieme a tanti altri collaboratori e sostenitori il settimanale in tempi di ristrettezze economiche (non diversi dai nostri), portando avanti, a costo di notevoli sacrifici l’avventura che permette a noi oggi di goderne i frutti. Nei nostri colloqui telefonici, quando si parlava del settimanale, mi esortava sempre a non mollare.

La malattia e il mistero della vita 

Desidero concludere questo ricordo di don Giuseppe con un brano, che pone al termine della sua autobiografia, dopo avere trattato, con speranza cristiana, il tema della malattia che ha segnato l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio terreno: «Di fronte al mistero della vita – scrive – si comprende che davanti a Dio siamo un nulla, si ha la chiara consapevolezza della propria insufficienza che è contrapposta alla santità di Dio. Padre amoroso che non ci abbandona mai… Dammi la forza di percorrere con fede e amore gli ultimi anni della mia lunga vita, anni che saranno gravati dalla croce, prezioso altare di purificazione». 

Le eseguie in Cattedrale

La celebrazione eucaristica con il rito delle esequie ha avuto luogo nella Basilica Cattedrale di Agrigento, lunedì 16 gennaio presieduta dall’Arcivescovo Alessandro. A concelebrare mons. Salvatore Muratore e una rappresentanza dei parroci della città, del Capitolo della Cattedrale, di cui era Canonico, e il fratello don Salvatore Ferranti. Mons. Ignazio Zambito e don Giuseppe unitamente ad un gruppo di presbiteri, impossibilitati ad essere presenti, hanno fatto giungere un messaggio di cordoglio. Durante la Messa, alla presenza di parenti e fedeli, è stato ricordato anche il fratello gemello Mariano (leggi qui), nati e morti lo stesso giorno. Era residente a Reggio Emilia dove per oltre vent’anni è stato maresciallo maggiore dei Carabinieri al comando provinciale dell’Arma.

L’arcivescovo, nel suo intervento omiletico ha voluto ricordare l’ultimo incontro avuto con don Giuseppe, quando prima di salutarlo gli ha detto, “Io sono pronto“. L’Arcivescovo ha messo in relazione queste sue parole con la riflessione di Papa Francesco, durante l’Angelus domenicale, quando commentando la figura del Battista ha detto: il Battista ci insegna la “libertà dagli attaccamenti a ruoli e posizioni… E ragioni di queste – ha notato mons. Damiano – don Giuseppe per i tanti servizi resi alla Chiesa agrigentina ne aveva tanti, ma ha saputo svolgerli con dedizione, ubbidienza e distacco, accompagnando gli altri a Cristo con la serenità di sentirsi al proprio posto, come un tassello, parte, di un disegno più grande”.  Al termine della celebrazione eucaristica, animata dal coro della Basilica Cattedrale, la salma è stata accompagnata nel cimitero del paese natio, Campobello di Licata, dove riposerà nella tomba di famiglia. 

Carmelo Petrone

 

La lirica del venerato Mons. Vincenzo Restivo che don Giuseppe Ferranti pone al termine del sua autobiografia.

Nostalgia di Te

O Dio tu che sei l’Eterno

e tessi giorni d’infinito tempo

componi il mio vasello

e guidalo al porto della pace.

Giunto alla riva

busserò alla porta

come un mendico povero

che torno a casa.

Aprimi e non guardare, no, alle mie mani vuote

ma alle Tue,

Gravi di sangue e di paterno amore:

ho nostalgia di Te o mio Signore!

 

 

 

 

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