Alla fine eccolo qua

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Il coronavirus di cui abbiamo seguito gli inizi cinesi, di cui abbiamo temuto l’arrivo e la diffusione, alla fine è davvero approdato in Italia. Piano piano, a poco a poco si è fatto strada sulle maniglie delle porte, entrando nelle nostre abitudini e mettendole a soqquadro. All’inizio siamo stati quasi increduli – “No, ma che vuoi che sia” –, poi ci sono stati i primi morti – “Vabbè ma erano tutti anziani o con altre patologie” –, poi ci sono stati i primi divieti – “Sempre i soliti esagerati” –, infine, e forse è il punto di non ritorno, sono state chiuse le scuole – “E vai” (prime impressioni dello studente medio).

A questo punto non ci sono più dubbi: il virus è qui, è vivo e lotta insieme a noi. I primi ad esserne infettati sono stati i cittadini del Nord Italia. Laddove ai meridionali sono stati tradizionalmente attribuiti i mali del Paese, adesso si assiste a una sorta di capovolgimento dell’Italia, a beneficio di chi crede a queste insulsaggini, naturalmente.

In ogni caso, siamo stati tutti costretti a modificare le nostre routine. Lavarsi le mani spesso e con attenzione (imperdibile il tutorial di Barbara D’Urso!), salutarsi a distanza senza trasporto affettivo, limitare le uscite ed evitare luoghi affollati. Non sempre ciò è accaduto, del resto non puoi modificare il nostro spirito da eterni italiani in vacanza. Nel weekend i centri città erano pieni zeppi di persone, giovani perlopiù, che non hanno rinunciato alla movida e allo spritz. Non so, forse perché questo virus è veramente brutto, esteticamente intendo dire (e poi ce l’hanno tutti con lui), molti italiani, anche miei concittadini, hanno deciso di farlo uscire e fargli prendere una boccata d’aria. Per cui, per non farlo sentire emarginato, assolutamente in barba a qualunque protocollo sanitario se lo sono portato all’aperitivo preserale. Pertanto, assembramenti umani in periodo di invocata austerità, adatti più a far proliferare il virus che non a bloccarlo, scene da far inorridire anche chi virologo o epidemiologo non è. Peraltro, molti dei partecipanti al rito dell’apericena (prima o poi scoprirò chi ha inventato questo termine, e me la pagherà!) sono studenti o lavoratori di stanza al Nord, che approfittando della chiusura di scuole, università e attività varie, hanno pensato di tornare precipitosamente al Sud, portando il loro affetto e tanti bei focolai.

Capitolo scuola. Tutti a casa, le scuole sono state chiuse, per cui somma gioia per gli studenti, certo. Ma, ahinoi, i docenti sono “costretti” ad attivare procedure di didattica a distanza. Usando la piattaforma che i prof. utilizzano anche come registro elettronico, e a cui hanno accesso anche le famiglie, gli insegnanti inseriscono le attività che dovrebbero far sì che questo periodo di stop forzato, non si tramuti in un momento di ozio totale. E così la lezione frontale, la vecchia, cara e tanto vituperata lezione frontale viene rivalutata e invocata.

Tocca rimanere a casa a studiare, quindi, evitando possibilmente, durante questo periodo di pausa coatta, di uscire e frequentare centri commerciali e sale giochi. Per evitare il contagio. Del virus e della pelandroneria.

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