Capitale Italiana della Cultura, cosa resterà di questo anno

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Cosa resterà di questo anno in cui Agrigento è stata Capitale italiana della Cultura?

Sicuramente il fallimento della politica che ha dimostrato tutta la sua incapacità nel gestire un evento che difficilmente potrà ripetersi nella Città dei templi. I litigi post proclamazione, l’allontanamento del realizzatore del dossier, la difficoltà a trovare una governance capace di portare avanti il progetto diventato ormai ostaggio della politica non hanno permesso che una grande occasione venisse sfruttata nelle sue reali potenzialità.

La scelta di un burocrate alla guida della Fondazione Agrigento2025 e non di un manager con esperienza nell’organizzazione di grandi eventi, l’esautorazione del Comune da parte della Regione che ha “commissariato” tutta la macchina organizzativa perché i soldi li metteva lei, ha fatto sì che avvenisse un totale scollamento tra i progetti e la città.

Pochi gli agrigentini che hanno sentito appartenergli questo titolo, pochi quelli che hanno preso parte alle inaugurazioni delle istallazioni o delle mostre. È stato un successo o un fallimento? È stata sicuramente un’occasione persa. La dimostrazione che non siamo ancora maturi e capaci di valorizzare le professionalità territoriali che sanno fare e realizzare. Dalla scelta dell’azienda milanese per la comunicazione, che si è sin da subito rilevata fallimentare, ai progetti troppo distanti per comprensione e coinvolgimento del territorio, Agrigento Capitale italiana della Cultura ha portato solo una cosa: bellezza a Villaseta, che ci auguriamo resti per lungo tempo. Perché la riqualificazione del quartiere con la peggiore reputazione della città, inserito nel progetto di Agrigento Capitale, è sicuramente il dono più bello che questo titolo lascerà. Basta arrivare a Villaseta per vedere il vero cambiamento che avrebbe potuto avere tutta la città se una parte dei fondi fosse stata utilizzata per realizzare aree verdi e pedonali. La politica cittadina avrebbe potuto fare tanto se avesse avuto il coraggio di prendere decisioni e di concretizzarle. Ha invece preferito demandare ad altri il proprio ruolo e così, oggi, a chiusura di un annus horribilis, ci ritroviamo nuovamente al punto di partenza, ma più poveri e disillusi che mai. Ma anche gli agrigentini hanno le loro colpe, prima tra tutte quella di non amare abbastanza la propria città. E Agrigento Capitale italiana della Cultura poteva essere una prima occasione per dimostrare un po’ di amore ma così, anche questa volta, non è stato.