Casa nostra – XIV Domenica del Tempo Ordinario

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Senza soluzione di continuità, rispetto al vangelo dell’emorroissa e della figlia di Giàiro al cap.5, la liturgia della parola prosegue fedelmente e senza salti a proporci il vangelo di Marco al cap.6,1-6: Gesù che viene a Nazaret, tra la sua gente.

Durante l’intensa attività apostolica con l’insegnamento in parabole e miracoli lungo le rive del mare di Galilea, diversificate e contrastanti sono le posizioni che vengono assunte nei confronti di Gesù: i discepoli si interrogano seriamente sulla identità di Gesù (Mc 4,31); mentre le folle entusiaste lo seguono; erodiani e collaboratori dei farisei complottano per toglierlo di mezzo (Mc 3,6); i parenti dichiarano che “è fuori di sé” (Mc 3,21). In Mc 5 l’emorroissa, Giàiro e la moglie, hanno mostrato grande fede. Come lettori (cfr la 10ª domenica, Marco cap. 3,20-35) sappiamo anche delle accuse mosse nei confronti di Gesù, di operare nel nome di Beelzebul, principe dei demoni. La novità assoluta della sua predicazione e le sue qualità di taumaturgo ed esorcista, suscita interrogativi, attese, perplessità, convincimenti e rifiuti al suo riguardo: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. Allo stesso tempo annotano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”. Sono cinque domande, che cogliamo nel più vero e profondo significato, da ciò che l’evangelista Marco ci dice in cap. 6,3: “E si scandalizzavano di lui”.

Gesù che va a Nazaret tra la sua gente, costituisce per Marco un punto altamente espressivo del confronto di Cristo col dramma della incredulità. Nonostante che le sue parole siano dette di assoluta sapienza– l’unica volta che ciò è attestato nei vangeli – e la straordinarietà delle guarigioni e liberazioni dai demoni, lo stupore e la meraviglia dei concittadini sono vinti dalla pretesa di conoscerlo: è il figlio di Maria (unica attestazione in tutti i vangeli). Da sempre lo hanno visto, da prima lo conoscono, le sue “origini” sono note: non può essere il Messia.

Gesù è come una parabola, dispiegata da Dio. Come una parabola, come il mistero del regno, Egli rischia di non essere compreso: “guardino sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato” (Mc 4,12). “E si scandalizzavano di lui”. La pretesa di “avergli preso le misure” impedisce ai compaesani di “contemplare” Dio all’opera d’amore nelle attività e nella predicazione dell’artigiano Gesù. Il cammino di fede si blocca, lo stupore è vinto dalla presunzione e dalla difficoltà a riposizionarsi. Come ai compaesani, così anche ai discepoli accadrà di vedere e fermarsi alla sensazione superficiale, ascoltare ma non prendere con sé il senso di quanto accadrà a Gesù nell’ora decisiva.

Nell’ora della consegna i discepoli si “scandalizzeranno” (Mc 14, 27.29) e fuggiranno. “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria”, diceva il proverbio popolare che Gesù annuncia ai suoi paesani, proverbio che anche Matteo e Luca riportano. Ma in Marco, Gesù vi aggiunge un ulteriore drammatica estensione: “tra i suoi parenti e in casa sua”. È l’unica volta che Gesù dice di se “profeta”.

Anche in quest’epoca accade che “i familiari, i paesani, i vicini, i titolati di parentela con Gesù”, neutralizziamo l’intervento di Dio. Le infinite analisi delle situazioni, i pregiudizi sugli altri ridotti a categoria e che ci preservano dalle complicazione delle relazioni, gli interrogativi su interrogativi: tutto per preservarci dalla complicatezza della relazione occhi negli occhi, alla ricerca del “di più” che Dio ha nascosto nella vita di chi ci ha messo al fianco. Si preferisce rinunciare a Dio, piuttosto che all’immagine che ci si è fatta di lui. O peggio: alla nostra immagine che abbiamo sovrapposto alla sua, per  idolatrarci nella nostra indifferente apatica pigrizia.

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