Cattedrale: il San Girolamo del tabernacolo

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Particolare del San Girolamo del tabernacolo (ph. Carmelo Petrone)

Questa mattina, 30 settembre 2022, memoria liturgica di San Girolamo, entrando nella Cattedrale di Agrigento mi sono ricordato di quella volta in cui, in essa, vidi mons. Domenico De Gregorio con il suo immancabile binocolo nella cappella,  detta, “della Madonna” (posta a destra guardando l’altare) intendo ad osservare il tabernacolo in marmo (vedi foto). Lo raggiunsi e a differenza delle altre volte, stranamente, rimase immobile, quasi ad ignorare la mia presenza. Dopo pochi minuti ruppi il silenzio e domandai: “Monsignore, cosa guarda?” Forse un po’ seccato per quella improvvisa incursione che spezzava la sua “contemplazione”, continuando a darmi le spalle e senza staccare gli occhi dal binocolo sentii appena un sussurro: “È San Girolamo”. Chi? chiesi.  “È san Girolamo!” rispose, questa volta con un tono di voce deciso. Non aggiunse altro e rimase ancora in piedi davanti il tabernacolo con il binocolo in mano. Andai via in silenzio, senza salutare. Avevo capito che la mia presenza lo distoglieva da qualcosa a cui teneva particolarmente.

Il tabernacolo della cappella detta “della Madonna” della Cattedrale di Agrigento (ph. Carmelo Petrone)

Questa mattina ricordando quest’episodio sono tornato davanti il tabernacolo della cappella “della Madonna” – non più usato per la custodia del Santissimo – “armato” di macchina fotografica e ho fatto alcuni scatti. Rivedendo sul pc le foto mi sono soffermato sui particolari che durante la visita in Cattedrale difficilmente si riescono a cogliere.
Ingrandendo la foto e osservando con attenzione – facendo anche qualche ricerca in rete per trovare possibili immagini con cui comparare la scultura agrigentina – ho notato che effettivamente gli elementi iconografici classici che identificano, nella storia dell’arte, san Girolamo ci sono tutti. Monsignore, munito del suo binocolo e della sua memoria formidabile, certamente, quel giorno li aveva colti e ricondotte al dottore della Chiesa e questo giustificava il suo comportamento insolito nei miei confronti.

Guardando la foto, infatti, si può osservare sulla fascia superiore dell’architrave del tabernacolo (luogo della presenza reale di Cristo) tra due cherubini, gli angeli che ornavano l’arca dell’Alleanza ( segno visibile della presenza di Dio tra il popolo d’Israele perché in essa erano custodite le tavole della Legge date da Dio a Mosè sul monte Sinai)  si vede un anziano (con l’aureola con la barba) intento a studiare le Sacre Scritture che secondo la tradizione furono da tradotte da san Girolamo dal greco e dall’ebraico al latino, opera nota come la Vulgata, lavoro completato a Betlemme dove muore nell’anno 420.
Accanto all’anziano due torri. Su una c’è un cappello cardinalizio, anche questo simbolo è ricorrente nell’iconografia che lo identifica. Potrebbe significare la fama terrena a cui Girolamo –   che fu segretario e consigliere di papa Damaso da cui ebbe l’incarico di tradurre la Bibbia in latino dai testi originali – rinuncia scegliendo la vita monastica e di studio a Betlemme fino alla morte.
Ai piedi dell’altra torre (la basilica della natività di Betlemme? La Cattedrale di Agrigento?) è raffigurato un leone al quale secondo il racconto popolare il santo ha estratto una spina dalla zampa.

Ecco il testo della legenda Aurea di di Jacopo da Varazze:
«Un giorno, verso il tramonto, mentre Gerolamo stava seduto coi confratelli per sentire la Sacra Scrittura, entrò all’improvviso nel monastero un leone che zoppicava: a quella vista gli altri monaci fuggirono, ma Gerolamo gli si fece incontro come a un ospite. Il leone gli mostrò la zampa che zoppicava, e Gerolamo allora convocò i confratelli e fece loro lavare le zampe al leone, cercando con cura la ferita. Quando i confratelli ebbero eseguito, trovarono che la zampa era ferita dalle spine. Lo medicarono e il leone guarì, e da quel momento divenne mansueto e visse con loro come un animale di casa. Gerolamo allora capì che il leone era stato mandato non tanto per il male che aveva alla zampa, quanto per utilità dei monaci». (cfr.qui)

 

 

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