Da Lampedusa, un appello: “Non c’è futuro senza memoria”(parole e immagini del 3 ottobre)

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Il 3 ottobre, da 8 anni ,  a Lampedusa, inizia alle 3.15, prima che spunti il sole e non solo per i pescatori abituati al duro lavoro dell’andare per mare anche di notte; la centralissima via Roma  e Piazza Piave, iniziano a popolarsi quando generalmente, turisti e gli isolani, a quell’ora, specie della durante la stagione turistica, vanno a dormire e gli esercenti chiudono i locali.

Ma quel giorno e a quell’ora, la stessa di quel tragico giovedì, 3 ottobre del 2013, quando annegarono 368 persone migranti,  ci sono tutti: isolani, turisti e ospiti appositamente giunti sull’isola. Ci sono soprattutto “i pescatori di vite umanei” – come li ha definiti Alessandro Puglia – che quel giorno salvarono i superstiti del naufragio. Il momento di raccoglimento, fatto di ascolto dei testimoni e di silenzio,  ogni anno, come una clessidra che si capovolge, segna un andare indietro nel tempo, fino all’alba di quel giorno in cui, a poche miglia marittime dall’isola dei Conigli di Lampedusa, persero la vita 368 persone la cui unica colpa era quella di voler approdare in un Paese sicuro.

Tante volte, troppe, quella data è stata utilizzata come limite, come confine di una tragedia che non si sarebbe dovuta più ripetere. “Mai più!” dissero i grandi dell’Europa davanti le  centinaia di bare, allineate nell’hangar dell’aeroporto dell’isola. “Non si ripeta per favore!” ha chiesto Papa Francesco in visita a Lampedusa per i tanti altri naufragi in mare. Quella strage, purtroppo, non è servita a fermare le tante altre che, nel tempo, si sono succedute. Il 3 ottobre 2013, però, per la prima volta i morti del Mediterraneo, furono “visibili”. Quei giorni, quanti ci recammo, a Lampedusa abbiamo sentito l’odore della morte. Abbiamo visto le immagini sui monitor di decine di corpi che giacevano in fondo al mare. Abbiamo letto, negli occhi dei sommozzatori, il dolore provato nel recuperare quei corpi. Abbiamo ascoltato le storie di chi ce l’ha fatta, degli isolani e degli uomini e delle donne delle forze di soccorso che tesero la mano per salvarli. Fu chiaro a tutti che il nostro mare era diventato un cimitero liquido per migliaia di persone vittime di naufragi di cui non si è mai avuta notizia (si calcola, per difetto, che dal 1990 ad oggi siano quasi 45 mila i migranti morti).

Quel giovedì non vennero inghiottite dal mare solo 368 vite, ma con loro, come abbiamo scritto sulle colonne del nostro settimanale,  “naufragò un sogno: quello di un’Europa giusta e solidale; “naufragarono le nostre coscienze di europei  e di cristiani abituati ormai alle morti di chi è alla ricerca di un futuro migliore. È naufragata la nostra civiltà di italiani ed europei; terrorizzati dalla paura del diverso e dagli attacchi terroristici. È naufragata la nostra identità plurale e la capacità di affrontare insieme le sfide della modernita”.

Il memoriale del 3 Ottobre a Lampedusa (foto da Facebook)

Da quel giorno, ogni anno, il buio della notte è squarciato dai lumicini accesi sui davanzali dei lampedusani e,  dal 2019,  attorno al Memoriale “Nuova Speranza”, in Piazza Piave su cui sono incisi i nomi dei migranti morti.

Il 3 ottobre è diventato la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, in virtù della legge 45/2016 per ricordare e commemorare , non solo le 368 vittime di quel giorno, ma tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà. E così è stato, grazie all’impegno di tanti uomini e donne di buona volontà. “Siamo insieme agli studenti di tutta Europa per ricordare queste vittime, sono nate invisibili e sono morti invisibili. Non ci stancheremo mai di continuare, da questa isola, a chiedere alla comunità internazionale a dare risposte concrete”. Lo ha detto all’Ansa,  Tareke Brhane del Comitato 3 ottobre, l’associazione nata per commemorare le vittime del naufragio di otto anni fa. “Non ci stancheremo di ricordarle, non ci stancheremo di ricordare a tutti che queste persone sono esistite, avevano fratelli, figli, genitori che li piangono” – ha aggiunto Tareke Brhane. Per la commemorazione di quest’anno non c’è stata nessuna marcia lungo le strade dell’isola. Dopo il momento di raccoglimento alle 3.15, c’è stato un primo incontro – in piazza Castello – con gli studenti e dopo un momento di preghiera alla Porta d’Europa.

Sull’isola le autorità civili e, religiose e militari del territorio, d’Italia e d’Europa. Come gli altri anni non è mancato il lancio in mare di una corona di fiori, alla presenza delle istituzioni, dei pescatori, dei superstiti e dei familiari dei migranti morti. “La differenza – come scrive Francesca Sabatinelli di Vatican News –  la fa una tomba perché, seppur in una terra lontana dalla propria, permette sempre di mantenere un legame con il proprio congiunto e di poterlo piangere”, come hanno fatto diversi parenti che si sono ritrovate a Lampedusa, per andare sulla tomba dei propri congiunti, figli, genitori, amici i cui corpi furono ritrovati, tra i 368  in fondo almare. Ci sono anche coloro che  una tomba dove deporre un fiore non ce l’hanno, come le decine di dispersi inghiottiti dal mare quel giorno, così come tutte le migliaia di persone annegate durante i loro viaggi verso l’Europa e dispersi in mare. Per tutti viene lanciata una corona di fiori, come fece Papa Francesco due mesi prima della sciagura,  l’otto luglio di quello stesso anno, quando ne gettò una tra le onde in ricordo di chi muore durante le traversate, chi chi ha trovato porti e porte chiuse.

Mons. Damiano sulla barca per il lancio della corona in mare

Quest’anno sulla barca, per compiere questo gesto di pietà anche l’Arcivescovo, mons. Alessandro Damiano che prima del lancio  della corona in mare, dinanzi alle profondità di queste acque che hanno inghiottito le vite nostri fratelli  e sorelle mossi dalla speranza in cerca di futuro, ha invitato i presenti a pregare con le parole del salmo 130, “Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera…” Uno dei salmi che gli ebrei cantavano quando salivano verso Gerusalemme… Il grido iniziale del salmista – ha proseguito l’Arcivescovo – esprime la violenza della sua angoscia esistenziale, che lo fa sentire come sprofondato in un abisso da cui non sa come riemergere. Il suo grido parte dal basso e sale verso l’alto, da dove attende una mano tesa che lo sollevi. Anche oggi noi – ha proseguito – come il salmista, eleviamo al Signore il nostro grido di perdono e di dolore perché l’uomo sua creatura e oggetto del suo amore, si è reso sordo al grido di aiuto del proprio fratello”. Mons. Alessandro Damiano  ha poi ricordato le parole di Papa Francesco qui in visita : “«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, anche a noi nei nostri giorni, qui adesso. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del patire con. Domandiamo al Signore Dio, per noi e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, la grazia di lacrime che fecondino l’indifferenza dei cuori e l’inerzia della volontà per una fioritura di giustizia e di pace nella Verità”. Tantissime altre le iniziative del comitato 3 ottobre, realizzate sull’isola e in collegamento con tutta Europa, soprattutto con gli studenti, “per costruire un’idea diversa dell’immigrazione, creare memoria, sostenere politiche di accoglienza e inclusione,   sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza attraverso il dialogo con cittadini, studenti e istituzioni.”

La commemorazione ecumenica

Nel tardo pomeriggio, al calare  del sole, nella parrocchia San Gerlando si è tenuta la Commemorazione ecumenica  “non c’è futuro senza memoria” promossa dalla FCEI (Federazione delle chiese evangeliche in Italia), dalla parrocchia San Gerlando e dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso dell’Arcidiocesi di Agrigento alla quale hanno preso parte Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Mons. Alessandro Damiano, e Marta Bernardini, coordinatrice di Mediterranean Hope. Il momento di preghiera ha avuto al centro la Parola,  in particolare il passo biblico, di Deuteronomio 4, 9-14. Ad accogliere i partecipanti al momento, don Carmelo Rizzo dal 1 ottobre nuovo parroco di Lampedusa (vedi)

“Questa sera siamo qui – ha detto la Bernardini introducendo alla veglia scandita dall’ascolto della Parola, preghiere, canti, letture, ritagli di pagine di cronaca… –  per affermare che la memoria non è un esercizio mentale ma piuttosto un impegno etico e morale. Ricordiamo per cambiare, ricordiamo la tragedia del 3 ottobre e tutte le altre stragi dell’immigrazione perché non vogliamo che ce ne siano altre. Lo facciamo con semplicità, a volte con un senso di inadeguatezza, ma sempre pensando alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori – alcuni dei quali sono qui con noi – e agli abitanti di Lampedusa, una piccola isola che la storia impegna a essere testimone di questa memoria. Noi qui presenti oggi, intendiamo mantenere fede a questo impegno. E non solo nella giornata del 3 ottobre, ma tutto l’anno. Noi siamo qui tutto l’anno e ogni giorno ci sentiamo impegnati e impegnate a fare memoria di quello che è successo e che, tragicamente, continua a succedere. Questo pomeriggio siamo in questo luogo e da qui vogliamo partire, dalla dimensione spirituale della memoria”.

Il momento di preghiera nella parrocchia San Gerlando

Mons. Damiano: ” La memoria, custodita di generazione in generazione, è l’antidoto più potente contro la morte

Mons. Damiano nel suo intervento ha evidenziato come “il Deuteronomio è una rilettura della storia del passaggio dall’Egitto alla terra promessa, una storia simile è quella che hanno vissuto, e che vivono, tanti nostri fratelli nostre sorelle in cammino per terra per mare. Il passaggio alla terra promessa non era quello che forse i nostri fratelli e le nostre sorelle cercavano? Molti ebrei – ha proseguito – non hanno raggiunto la terra promessa, altri no, eppure avevano Mosè che li guidava. Questi nostri fratelli e sorelle – si è chiesto – chi li guida? Da un lato – ha detto –  la speranza dall’altro  trafficanti di uomini, mercenari, approfittatori del sangue di fratelli e sorelle. Gli ebrei hanno superato il Mar Rosso, molti di questi nostri fratelli non hanno superato il Mar Mediterraneo. E citando il testo sacro “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo farà sapere,i tuoi vecchi e te lo diranno” ha evidenziato come “Il ricordare è parte costitutiva dell’azione religiosa, che culmina nell’incontro tra Dio e l’uomo. È soprattutto nella Sacra Scrittura che la memoria viene evocata nell’invito pressante e ripetuto di Dio al popolo: «Ricorda!». Questo comando è tra le «parole della fede» di ogni tempo.
È anche il passo che richiama alla mente la memoria del passato, che è vista non come evasione dal presente, ma come base per l’impegno nel presente e per una speranza verso il futuro. La memoria, custodita di generazione in generazione, è l’antidoto – ha affermato –  più potente contro la morte, rappresentando una ferma determinazione, una volontà di non abbandonare nel nulla le tracce di ciò che è già trascorso e passato ed è ormai sparito dalla storia. Nell’ebraismo, infatti, il passato non è qualcosa di sorpassato, privo di utilità, ma al contrario costituisce un valido aiuto per affrontare la vita. Per questo nella Toràh ci viene detto – ha proseguito –  anche che ricordare gli avvenimenti non può bastare. Bisogna riflettere su di essi, ponderarli, capirne a fondo il significato. L’insegnamento della Toràh – ha detto –  è ben differente rispetto alla saggezza di alcuni autori classici, Plutarco tra questi, secondo cui “la storia si ripete”. Per la cultura ebraica – ha proseguito – la storia non si ripete. È semmai l’uomo che può perpetuare i suoi fallimenti e i suoi successi. Nel nostro caso – ha evidenziato l’Arcivescovo-  anche la storia si ripete, non secondo quell’approccio di Plutarco, ma è una storia di sofferenza e di dolore che non vorremmo si ripetesse più, invece continua sempre a ripetersi. Anche a fine giugno, su queste coste, quante morti? Il compito di trasformare il ricordo in memoria viva e trasmetterlo alle generazioni future è assegnato dall’ebraismo alla “Tradizione orale” che, anziché essere isolata e decontestualizzata in un monumento, è inserita nella continuità di un sistema culturale. Un famoso missionario domenicano amava dire “Del più piccolo e del più dimenticato Dio ha una memoria molto fresca e viva”. Penso sia il caso – ha concluso mons. Damiano – di questi nostri fratelli e sorelle, quasi prodotti di una “cultura dello scarto”. Mi sembra chiaro questo contrasto: il più dimenticato della nostra storia e della nostra società è quello che è presente in modo speciale nella memoria di Dio. Se la storia è «maestra di vita», come affermava Cicerone, perdere la memoria storica da parte del singolo o della comunità significa rischiare di smarrire la propria identità e la capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche, ma dunque da tutte queste stragi – si è chiesto – la storia cosa ci ha insegnato? Noi cosa abbiamo imparato? Ognuno di noi, ciascuno nella propria condizione, può fare qualcosa e insieme possiamo fare molto. Se i nostri pescatori lampedusani non si fossero gettati in mare quella notte del tre ottobre non avrebbero salvato delle altre vite umane oltre a quelle che i soccorritori istituzionali stavano salvando.

Ecco l’azione del singolo. Ecco quello che ognuno di noi può fare. Dio è amore e se amiamo Dio con vero amore questo produrrà in noi una grande fantasia della carità. Come dice San Tommaso se noi amiamo Dio con amore si crea quell’osmosi tra creatore e creatura che può portare solo al Bene”.

Al termine di questa lunga giornata – sono le 23;47, mentre scrivo, guardo le agenzie.  L’Ansa registra, l’arrivo sull’isola di 400 migranti su14 barchini… Tutti, dopo un primo triage sanitario effettuato direttamente in banchina, sono stati trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola dove sono presenti oltre 700 persone. All’alba del 2 ottobre, dopo una diversi trasferimenti, ce n’erano invece 180.

Leggo anche di “trafficanti di vite umane, tra cui un gruppo di circa 100 persone, Scrive Avvenire –  diverse donne (tre incinte) e minori, sopravvissuti alla sabbia e i sassi senza quasi più acqua né cibo in una zona desertica al confine tra Tunisia e Libia. “Il loro “salvataggio” si è concluso con la deportazione in mezzo al niente. Ad altri è andata peggio: sono stati consegnati ai trafficanti libici. Una prassi ordinaria – scrive Avvenire – con cui le milizie si approvvigionano di prigionieri da avviare alla tortura a scopo di estorsione e di nuovi schiavi per gli affari dei clan.

 

 

 

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