Diventa credente – II Domenica di Pasqua

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Nell’esteso brano di Gv 20,19-31 che leggiamo nella 2ª di Pasqua, ascoltiamo la venuta di Gesù vivo in mezzo ai suoi la domenica di risurrezione, senza Tommaso e, senza soluzione di continuità, la rinnovata presenza domenicale “otto giorni dopo”. Stavolta “c’era con loro anche Tommaso”.

Questa è la terza occasione in cui Tommaso appare nel quarto Vangelo. Ecco le altre due. In 11, 14-16 “Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto  e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”. Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”. In Gv 14,5-6: “Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

La prima volta Tommaso parla con un piglio coraggioso: è pronto a seguire il Maestro fino alla morte. La seconda volta la sua è una parola di ignoranza, denuncia di non conoscenza. Riguarda ancora la strada: la prima volta aveva detto “Andiamo, andiamo con lui”; adesso ammette “Non sappiamo dove vai”.

Nel giorno di Pasqua di fatto c’è stata una separazione, distinzione di  Tommaso dalla comunità per motivo sconosciuto. Ora di fronte alla testimonianza ”abbiamo visto il Signore”, Tommaso ribadisce il distinguo: “Se non vedo, se non metto il dito, se non metto la mano, non crederò”.

Mi chiedo se sia poi così importante sapere se l’apostolo abbia davvero toccato la piaga del costato del Crocifisso, oppure si sia limitato a cedere-credere all’evidenza di un morto resuscitato che stava davanti a lui e gli parlava?

In Gv 20, almeno a me pare, vi è una sottile simmetria.

Dapprima una donna, Maria, distinta dalla comunità e radicata nella certezza della morte di Cristo: si rapporta ossessivamente da sola col cadavere e il sepolcro. Trovato il sepolcro vuoto, corre dai discepoli. Vede Gesù risorto ma non lo riconosce,  gli sembra un giardiniere. Sol quando dal Risorto ascolta pronunciare il suo nome proprio “Maria”,  lei professa “Rabbunì”. Si presuppone, ma non si dice, che volesse toccare Gesù, attestato che il Risorto le dica: “Non mi trattenere”. Su mandato di Gesù si raccorda nuovamente con i discepoli, a nuovo titolo: apostola degli apostoli.

Poi c’è Tommaso, quello che prende sempre un’altra via: la prima volta assente dalla comunità, ma non sappiamo il motivo; poi si dichiara indisposto alla testimonianza dei discepoli che hanno visto il Signore; infine detta condizioni. Giunto al dunque con Cristo che glielo chiede Tommaso non tocca. Anzi Tommaso, si distingue per la professione di fede grandiosa. È l’unico che da a Gesù il titolo di Dio, caratterizzato dall’aggettivo possessivo. In greco i due termini – “Signore” e “Dio” – sono entrambi preceduti dall’articolo determinativo che ne indica per l’apostolo l’esclusività, con un coinvolgimento personale, di adesione totale: “Tu sei il mio Dio”.

Il contenuto più profondo e vitale del messaggio del Vangelo di Giovanni è detto così: non solo non è indispensabile «toccare per credere», ma non è necessario nemmeno vedere: «Beati quelli che pur non avendo visto…». La proposta di Gesù prospetta un cammino dinamico verso esistenza solida e ben fondata: “Non diventare incredulo, ma diventa credente”. Diventa nella via giusta della fondatezza, della fiducia, della fedeltà. Diventa, matura, cresci. A Tommaso, rientrato e rimasto in comunità-casa-chiesa, Cristo va incontro. Tommaso diventa riconoscente entusiasta di Gesù, suo Signore e suo Dio. Così sia anche per noi in questi giorni di prova nella fede.

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