Epifania a S Elisabetta, Nardu a lu ciaramiddraru: Se il “rammendo” dell’anima passa per la voce degli ultimi

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A sx Francesco Rizzo, Ciaramiddraru .A dx Salvatore Fragapane, Nardu

Nardu a lu ciaramiddraru

Ni la nutti d’Epifania, cu khiaru di luna,

giriu p’i la campagna senza cudduruna.

Ciaramedda ‘n manu, vaiu sunannu na nninna,

pi lu Bammineddru ca veni di li stiddra.

U sonu è ‘na magia tutta cori,

picciriddi m’aspettanu senza rimeddiu.

Ma ‘nta l’aria fridda d’invernu, si senti ‘na vuci,

ca parla di spiranza e di ‘na nova luci.

È Nardu, l’urtimu di tutti, u cchiù sirvaggiu:

“Ciaramiddraru, messaggeru d’i stiddri,

porta forza, vita e saluti a li picciriddri.

Cu musica antica arripezza l’origini,

signi potenti comu vecchi rifugi.” 

Nardu mi dici: “Sona cchiù forti,

ca li me’ ricchi sunnu attuppati;

vitti a Gesù ammenzu a li porci,

pi cancellarini tutti i piccati.”

C’è una Sicilia che non smette di parlare al cuore, una Sicilia che, tra il suono delle ciaramelle e il freddo delle notti d’inverno, ritrova ogni anno la sua “nova luci”. Quest’anno, le celebrazioni dell’Epifania nel nostro territorio hanno vissuto un momento di rara intensità emotiva e spirituale grazie alla rappresentazione della figura di Nardu, il pastore che, nel presepe vivente della nostra memoria, incarna lo stupore più puro. A dare corpo e voce a questo personaggio iconico è stato Salvatore Fragapane. Un nome che ad Agrigento e provincia è sinonimo di arte e tradizione. Salvatore, “figlio d’arte”, non si è limitato a recitare una parte; ha portato in scena un’eredità familiare che si fa missione culturale. La sua interpretazione di Nardu ha saputo restituire quella “selvaggihezza” di cui parla la poesia: una condizione che non è ignoranza, ma vicinanza primordiale al sacro. Vedere un giovane interprete raccogliere il testimone dei padri è il segno che la nostra identità non è un reperto da museo, ma un fuoco vivo che ancora riscalda le piazze e le coscienze.

La festa dell’Epifania, nel contesto della nostra pietà popolare, non è solo la chiusura delle festività natalizie, ma il culmine del mistero. Mentre i Re Magi offrono oro, incenso e mirra, i nostri pastori — guidati dal suono della ciaramella — offrono la loro stessa vita, spesso segnata dalla fatica. La rappresentazione di quest’anno ha messo in luce il cuore teologico dell’evento: l’incontro tra l’umano “sbrecciato” e il divino che ripara. Il pubblico, accorso numeroso, ha potuto rivivere quel cammino notturno “senza cudduruna” (senza sicurezze materiali) che porta dritto alla mangiatoia.

“Arripezzari l’origini”: il senso di una missione

Vale la pena attenzionare il dialogo (ideale e poetico) di Nardo con il Ciaramiddraru, rimato e interpretato tra i versi di Francesco Rizzo. La frase “Cu musica antica arripezza l’origini” è risuonata come un monito per la nostra comunità. In un’epoca frammentata, la figura di Nardu ci ricorda che abbiamo tutti bisogno di “rammendare” il nostro legame con l’Assoluto. Nardu, con le sue “ricchi attuppati” al rumore del mondo, ci ha insegnato ancora una volta che per vedere Gesù bisogna saper guardare dove gli altri non guardano: “ammenzu a li porci”, ovvero nelle periferie dell’esistere, nel fango delle difficoltà quotidiane che la Grazia trasforma in oro. L’applauso scrosciante che ha salutato Salvatore Fragapane e i musicisti non è stato solo un tributo al talento, ma un ringraziamento collettivo. Grazie a queste manifestazioni, la Chiesa agrigentina e la sua gente continuano a dire al mondo che la “stiddra” brilla ancora, e che c’è sempre un Ciaramiddraru pronto a suonare una “nninna” di speranza per chi ha il cuore pronto ad ascoltare. Se l’inverno è freddo, la fede di questa terra è un fuoco che non si spegne.

Analisi poetica, metafisica del sacro nel dialogo tra Nardu e il ciaramiddraru

La poesia analizzata non è una semplice composizione devozionale legata al folklore natalizio; essa rappresenta un microcosmo ontologico. Nel contesto siciliano, il sacro non è mai un’astrazione eterea, ma un’esperienza che passa attraverso la carne, il suono e la terra. Attraverso le figure di Nardu e del Ciaramiddraru, l’autore mette in scena la dialettica tra l’altezza delle stelle e la bassezza della condizione materiale, proponendo una via di riconciliazione che passa per l’arte e la “follia” spirituale.

  1. Il Cronotopo della Soglia: La Notte d’Epifania

Il componimento si apre in una coordinata temporale precisa: “la nutti d’Epifania”. Metafisicamente, l’Epifania è la festa della manifestazione. Se il Natale è l’evento dell’Incarnazione nel segreto, l’Epifania è il momento in cui quel segreto si squarcia e diventa visibile al mondo, agli “stranieri” (i Magi) e agli “ultimi” (i pastori).

Il protagonista si muove in una campagna illuminata dal “chiaru di luna”. La luna, nella simbologia tradizionale, è il riflesso della luce solare/divina nella notte della materia. Il fatto che egli giri “senza cudduruna” (senza il tipico pane a ciambella) non indica solo povertà materiale, ma uno stato di digiuno iniziatico. Egli è “vuoto” di nutrimento terrestre per poter essere riempito di nutrimento pneumatico: il suono della ciaramella.

  1. Il Ciaramiddraru: Sacerdote del Suono e Messaggero Astrale

Il suonatore di ciaramella (o zampogna) occupa un posto centrale nella gerarchia spirituale del testo. Egli è definito “messaggeru d’i stiddri”.

  1. La Ciaramella come Strumento Cosmogonico

La ciaramella non è un semplice strumento folcloristico. In senso metafisico, essa rappresenta il soffio vitale (pneuma) che attraversa la materia per produrre armonia. Il sacco della zampogna raccoglie il fiato umano, lo accumula e lo trasforma in un suono continuo, una “nota di bordone” che simboleggia l’unità fondamentale dell’essere su cui si innesta la melodia della creazione.

  1. L’Azione del “Rammendo” (Arripezzari)

Il verso “Cu musica antica arripezza l’origini” è il cardine dell’intera opera. Il termine siciliano “arripezzari”(rammendare) suggerisce un’idea di riparazione umile, quasi domestica. Metafisicamente, questo implica che:

  • L’Origine è logora: Il rapporto tra l’uomo e il Principio si è usurato o strappato (la Caduta).
  • La Bellezza è riparatrice: La musica non è un lusso estetico, ma una medicina ontologica. Essa serve a “ricucire” i lembi della nostra anima alla trama divina. L’aggettivo “antica” conferisce alla musica l’autorità della Tradizione Perenne.

III. Nardu: L’Ultimo, il Selvaggio, il Veggente

La figura di Nardu (tradizionalmente il pastore che dorme nel presepe) viene qui completamente risignificata. Egli è “u cchiù sirvaggiu”. In questa “selvaggihezza” risiede la sua forza metafisica: egli è l’uomo non addomesticato dalla logica mondana, colui che ha mantenuto un legame ancestrale con la terra.

  1. Il Paradosso della Sordità

Nardu dichiara: “li me’ ricchi sunnu attuppati” (le mie orecchie sono otturate). Questo è il paradosso del mistico: per udire la “voce che parla di speranza” nell’aria gelida, bisogna smettere di ascoltare il baccano delle passioni e delle opinioni umane. Nardu è sordo al mondo per essere udente allo Spirito. La sua richiesta di una musica “cchiù forti”indica il desiderio dell’anima di essere scossa e risvegliata dalla “nninna” divina.

  1. La Visione del Ribaltamento

Nardu è l’unico che “vede” Gesù. La sua visione non è intellettuale, ma esperienziale. Egli non vede il Bambino nei cieli, ma nella densità della realtà più umile.

  1. La Teologia del Fango: Gesù tra i Porci

Il culmine del saggio deve affrontare l’immagine più forte della poesia: “vitti a Gesù ammenzu a li porci”. Questa immagine rompe con l’iconografia classica e ci proietta in una dimensione di realismo metafisico.

  1. La Discesa nell’Abisso

Nella simbologia religiosa, il porco rappresenta la materia pesante, l’impurità, il desiderio non trasmutato. Porre il Bambino Gesù “ammenzu a li porci” significa affermare che l’Incarnazione è totale. Dio non si è fatto “un uomo ideale”, ma è sceso nel punto più basso della condizione umana, tra lo sporco e il rifiuto.

  1. La Funzione Catartica

L’obiettivo di questa discesa è “cancellari tutti i piccati”. Non è un atto formale, ma un’operazione di pulizia interiore. Gesù tra i porci è il simbolo della Luce che entra nel luogo dell’ombra per trasfigurarlo. È il “segno potente” di cui parla Nardu: un rifugio che non si trova lontano dal mondo, ma nel cuore stesso della miseria trasformata dalla Grazia.

  1. Conclusione: La Speranza come “Nova Luci”

La poesia si chiude con un senso di urgenza e di forza. La musica deve suonare forte perché l’inverno dell’anima è freddo e le orecchie dell’uomo sono pesanti. La figura del Ciaramiddraru e quella di Nardu si fondono: uno porta il suono, l’altro porta la visione.

In conclusione, questo testo ci insegna che il sacro non va cercato fuggendo dalla nostra natura “selvaggia” o dalla nostra povertà, ma attraversandole. È nel rammendo quotidiano delle nostre origini e nell’ascolto di una “musica antica” che possiamo ritrovare quella “nova luci” capace di cancellare i peccati e restituirci alla nostra statura di figli delle stelle.