Favara, Messa RAIUNO, Damiano: “il potere delle chiavi” come responsabilità cristiana e civica

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foto Lilia Alba, moderatrice area Pino Puglisi CPC

Domenica 23 agosto le telecamere di RaiUno all’interno del programma “A Sua Immagine” hanno trasmesso, in diretta, la Santa Messa dalla Chiesa Madre di Favara. La celebrazione eucaristica è stata presieduta dall’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano e concelebrata dal vicario generale, don Giuseppe Cumbo, dal parroco, don Nino Gulli e dal clero della città con l’assistenza dei diaconi Calogero Di Pasquale e Salvatore Natalello. Il servizio liturgico è stato curato da don Rino Lauricella e dagli studenti del seminario arcivescovile di Agrigento. A sostenere il rito con il canto il coro della parrocchia, il tutto sotto la regia televisiva di Michele Totaro, arricchita dal commento di Carolina Zaccarini.

Prima dei rintocchi della liturgia, la celebrazione è stata introdotta da una scheda che ha mostrato, nelle case di milioni di italiani, una porzione del Paese nel  cuore del Mediterraneo, segnato  da una storia millenaria scolpita nella pietra; un viaggio-racconto nel cuore di Favara e del suo circondario: un itinerario visivo che ha svelato la vivacità delle piazze, le suggestioni dell’imponente Castello Chiaramontano, l’eleganza della biblioteca del Barone Mendola, l’esperienza del Farm Cultural Park con l’arte contemporanea nel centro storico cittadino e le chiese del borgo, per poi allargare lo sguardo verso la vicina Valle dei Templi e l’incanto della costa agrigentina.

Da questo straordinario palcoscenico a cielo aperto, la linea si è spostata all’interno della maestosa Chiesa Madre per la diretta della Santa Messa “un’occasione – per dirla con don Gianni Epifani, autore e regista RAI responsabile del programma “A Sua Immagine” – per portare la consolazione della fede e la bellezza della liturgia direttamente nelle case, facendo sentire ogni telespettatore accolto alla mensa del Signore”.

Commentando la liturgia della Parola, della XXI domenica del Tempo Ordinario, l’Arcivescovo si è soffermato sulla pagina del Vangelo con la celebre domanda di Gesù a Cesarea di Filippo: “Ma voi, chi dite che io sia?” e la successiva professione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” e cui Gesù risponde affidandogli una missione: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… a te darò le chiavi del regno dei cieli…”

“Il simbolo delle chiavi  – ha detto – che attraversa l’intera Liturgia della Parola non indica soltanto la potestà di governo o il potere di rimettere i peccati, conferiti soltanto ad alcuni in forza del loro ministero. In un senso molto più ampio esprime la possibilità di fare propria la logica del Regno per renderne attuale tutta la forza rinnovatrice.

Aprire e chiudere – ha detto mons. Damiano –  è un gesto comunissimo che compiamo tutte le volte che ci vogliamo sentire al sicuro, che vogliamo custodire qualcuno che ci sta a cuore o che vogliamo conservare qualcosa a cui teniamo. E il Regno di Dio non è altro che un’esistenza umanizzata e redenta, come anticipazione della vita eterna partecipata a noi in Cristo, che ci permette di creare armonia nella storia.Potremmo dire – ha proseguito – che il potere delle chiavi è la capacità data a ciascuno, secondo la sua chiamata specifica, di amministrare saggiamente la propria vita, di prendersi cura della casa comune e di tutti quelli che la abitano, di costruire relazioni autentiche e coltivare rapporti sani, di avviare e accompagnare processi di crescita comune e rispetto reciproco.

E oggi – ha proseguito facendo riferimento al territorio dell’ Arcidiocesi di Agrigento, che coincide con il territorio dei 43 comuni della provincia,  è tanto più necessario riappropriarci di questa capacità, quanto più assistiamo a fenomeni che feriscono e offendono la dignità del nostro territorio e dei suoi abitanti: dai problemi legati alla distribuzione dell’acqua agli incendi di vastissima portata di questi giorni; dalla violenza sempre più gratuita e frequente nei contesti familiari alla facilità con cui si arriva a uccidere per niente soprattutto tra i più giovani; per non parlare delle piaghe che da sempre affliggono la nostra terra, per via della mentalità e della prassi mafiose, della povertà strutturale e della logica clientelare, della cattiva gestione dei beni, delle risorse e dei servizi.

In tutti questi contesti segnati da un’inguaribile incapacità di sentirsi responsabili della propria vita e della vita degli altri l’incontro con Cristo offre una possibilità di salvezza in termini di riscatto e promozione. Qui è in gioco una qualità alta della vita, una statura umana a misura di Cristo uomo perfetto, che non possiamo raggiungere con le nostre forze e che solo la fede rende possibile. Quando Gesù chiede ai discepoli e a ciascuno di noi «Ma voi, chi dite che io sia?» – ha affermato mons. Damiano – non vuole mettere alla prova la nostra fede o misurare il livello di conoscenza che abbiamo di lui. Vuole che dall’incontro con lui impariamo a conoscere meglio noi stessi e a ripensare la nostra identità in rapporto alla sua. La domanda su chi è Cristo per me mi rivela chi sono io e mi illumina su cosa sono chiamato a diventare; mi interpella sulla libertà con cui rispondo alla mia chiamata e sulla responsabilità con cui mi assumo gli impegni che ne derivano; mi educa a non pensarmi come un assoluto attorno a cui ruota tutto ma in riferimento al tutto di cui sono parte.

La risposta di Pietro – ha detto – serve a sé stesso per rendersi conto di ciò a cui è chiamato, nonostante le sue fragilità. Lui, che ritratterà la sua professione di fede e che alla fine rinnegherà il Maestro, dovrà diventare un riferimento per i discepoli, non perché è impeccabile ma perché dai suoi limiti imparerà a compatire quelli degli altri. Lui, che non perderà occasione di vacillare nell’esperienza e nella testimonianza della fede, dovrà diventare una roccia, non perché è incrollabile ma perché la fiducia nel Signore lo farà rialzare ogni volta. La lezione di Pietro ci suggerisce che solo nel confronto con l’altro e soprattutto con Cristo possiamo conoscere e ripensare la nostra identità per poter aprire e chiudere nella logica del Regno. Al contrario, quando il confronto con l’alterità e soprattutto con Dio non c’è, sviluppiamo personalità fragili, instabili e corrotte e il potere delle chiavi, nelle nostre mani, diventa uno strumento pericoloso, di cui rischiamo di abusare. È il caso di Sebna della I lettura, a cui il potere è tolto per essere consegnato a Eliakìm. Anche quest’ultimo riceve le chiavi e deve diventare paletto fissato stabilmente nel terreno, come Pietro deve diventare pietra su cui si edifica la Chiesa. Il piolo e la pietra sono immagini rassicuranti che ci fanno sperare in una salvezza possibile in mezzo a tante situazioni che ci destabilizzano e ci disorientano.

Oggi il Signore – ha detto in conclusione ai presenti e a quanti hanno seguito da casa – ce le riconsegna per dirci che si aspetta da ognuno di noi la disponibilità a ripensarci a partire dall’incontro con lui e tra di noi, per essere sempre più all’altezza della nostra chiamata e contribuire a realizzare in lui e con lui un mondo migliore.”

Carmelo Petrone