Il 1940 segna per l’Italia un crinale storico drammatico. Mentre il Paese scivola verso l’abisso della Seconda Guerra Mondiale, la macchina burocratica fascista stringe le maglie della discriminazione razziale, penetrando fin nei gangli della vita civile e religiosa. I documenti conservati nel Registro del 1940 dell’Archivio storico diocesano offrono uno spaccato inquietante e quanto mai attuale sulla resistenza delle istituzioni locali di fronte all’irrazionalità del pregiudizio elevato a legge.
Il cuore della vicenda ruota attorno alla celebrazione dei matrimoni. Già nel dicembre 1939, il Podestà di Favara premeva affinché gli atti matrimoniali includessero indicazioni sulla “razza” e sulla “nazionalità” degli sposi. Si trattava di un’anticipazione del nuovo Codice Civile, uno strumento che il regime intendeva usare per cristallizzare la separazione biologica tra i cittadini.
La reazione del clero locale non fu univoca, muovendosi tra l’accondiscendenza pragmatica e la difesa della propria autonomia giuridica. Il sacerdote Cascio Bosco, in una lettera priva di data, confessa al Vicario Generale di aver inserito l’espressione “di razza ariana” in un atto solo per “assecondare” l’Ufficiale di Stato Civile. È un gesto di capitolazione burocratica che, tuttavia, non trova sponda nei vertici diocesani. Monsignor Catarella, il 5 luglio 1940, disapprova formalmente l’operato, citando gli articoli di legge a cui lo Stato avrebbe dovuto attenersi, rivendicando uno spazio di azione per la Chiesa che non fosse subordinato ai deliri ideologici del tempo.
Il punto di massima tensione si raggiunge con il caso del dottor Antonino Lo Verme. Nel maggio 1940, Lo Verme si rivolge disperato al Vescovo: nonostante avesse presentato i certificati di Battesimo e Cresima propri e dei genitori — documenti che per la Chiesa attestavano l’identità cristiana e per lo Stato, di riflesso, la “non appartenenza” alla comunità ebraica — l’Ufficiale di Stato Civile esigeva un assurdo “certificato di arianità”.
La risposta della Curia in questo frangente è netta. Viene recuperata una comunicazione della Prefettura di Palermo dell’anno precedente che dichiarava l’ovvio: “non esistono certificati di arianità”. Il Vicario Generale non solo definisce la richiesta “non legittima”, ma autorizza il ricorso legale (art. 13) qualora l’ostruzionismo dell’ufficiale fosse continuato.
Questi frammenti di archivio ci restituiscono l’immagine di una Chiesa locale che, pur operando in un contesto di forte pressione totalitaria, cercò di arginare gli eccessi dello zelo burocratico fascista. La difesa del rito matrimoniale e della dignità dei fedeli divenne, in quei mesi del 1940, un campo di battaglia silenzioso ma fondamentale per preservare un barlume di legalità contro l’arbitrio della discriminazione razziale.

















