Gesto proibito di tenera fede – XIII Domenica del Tempo Ordinario

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Paolo Veronese, Cristo guarisce la donna emorroissa

Un inno alla vita è il Vangelo di Marco 5,21-43: racconto lunghissimo, superato solo dalla Passione. La pericope riporta due drammatiche narrazioni, non in successione, ma l’una incastonata sull’altra. Circondato dalla folla, cammina lungo il mare Gesù, quando Giàiro, uno dei capi della sinagoga, in ginocchio, con insistenza, lo supplica: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Immediatamente il corteo si muove. Tra la folla che stringe, vi è una donna che perde sangue, “emorroissa”.

Le due vicende, della donna e della bambina, ambedue drammatiche e tragiche, sono fortemente intrecciate. Secondo il libro del Levitico (10,10), impuro è ciò che è posseduto dalla morte, cioè il cadavere. Perdere sangue, come la morte è immondo e profano. Di converso, la purità, la santità sono vita. Una donna che perde sangue è “priva di vita” (Lv 15,19-27): diffonde impurità e contamina. La donna che perde sangue, che “non può dar vita come madre”, soffre da 12 anni. La sua impurità è irrimediabile. Il decorso della malattia, l’impossibilità dei medici e lo spreco di denaro, attestano che non vi è umana salute per lei. Nell’età in cui si diventa donna, e “si può dare vita”, la bambina muore: aveva 12 anni. La donna, “udito parlare di Gesù”, di mezzo alla folla che stringe e fa calca attorno al taumaturgo e Maestro, da dietro, stende la mano a “toccare il mantello, sfiorare le vesti”, la sua persona: è certa di essere integralmente salvata. Il gesto della donna che tocca Gesù, è passibile di interpretazione contrastante:  gesto proibito causato da “incanto d’amore” oppure “trasmissione della malattia ed impurità”. La “sconsideratezza” del tocco amante costringerà l’uomo a cedere, quasi senza sua volontà.

Gesù sente uscire da sé “forza” e domanda “chi mi ha toccato?”. I discepoli non credono alle loro orecchie. La gente fa calca, e lui chiede: “chi mi ha toccato?”. Lo sguardo circolare di Gesù si volge intorno, sin quando gli occhi della donna impaurita e tremante, non lo incrociano. Al flusso di sangue che lei aveva sentito fermarsi per la forza afferrata da Cristo, ora succede il vicendevole dichiararsi la verità: la donna che non poteva essere madre, per la fede è ora “figlia” di Gesù, per la sua tenera fede non riscontrata da Gesù neanche nei discepoli. Ma un sottofondo tragico emerge da questa sinfonia della vita: viene data notizia a Giàiro della morte della figlia. Ormai è inutile disturbare il Maestro. Gesù ha fatto finta di non sentire. Oppure, sentendo, fa il contrario di quanto umanamente richiesto.

In un crescendo tragico Gesù chiede al papà di “non temere, soltanto abbi fede”. La vicenda è una “passione”: trambusto, gente che strepita, disperazione li accolgono alla porta della casa. La tragedia diventa farsa. “Non fate lutto e non piangete” dice Gesù. E prosegue: “la bambina non è morta, ma dorme”. L’ilarità e la derisione della gente in lutto dichiara: Dio non sta qui dove anche tu sei giunto. A questo Calvario familiare, Gesù presi con se il papà e la mamma e Pietro, Giacomo e Giovanni, si compie una Trasfigurazione, entrando – come nella nube – nella camera ardente dove la bambina morta sta. Stavolta è Gesù a stendere la mano e a prendere la mano cucciola della bambina. E si ode la sua di voce: “Talità kum”. “Fanciulla, io ti dico: Alzati!”. Il potere divino della vita è in mano a Cristo e a questa Chiesa nascente fatta di carità coniugale e carità pastorale.

La vita del Cristo, per la fede, fa figlia l’emorroissa e ricostituisce i genitori e da vita alla bambina che non dorme più, ma è sveglia e cammina. È ora di darle da mangiare: il pane della terra e quello condiviso dal Signore della vita (Marco 6, 6b – 8,30).

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