Il piacere di stare a casa (prima parte)

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Siamo in reclusione forzata (e scusate la ridondanza). Con l’hashtag #iorestoacasa tutti gli Italiani sono stati invitati a rimanere nelle proprie abitazioni in attesa che il maledetto Covid-19 se ne vada, insalutato ospite, e sparisca anche nel ricordo, cosa più difficile, credo. Stiamo ritrovando il piacere di stare in casa con i nostri cari, di fare cose che nel marasma degli impegni quotidiani non è sempre facile fare o non sempre siamo disponibili a fare. Stiamo recuperando davvero il piacere di stare in casa con la famiglia e di fare cose. Ed è proprio questo il problema: fare cose. C’è chi non si è ancora ripreso dallo choc del fermo biologico e giace sul divano in coma vigile, ma chi l’ha fatto, ha pensato che questi giorni non debbano passare invano, senza un perché, quindi ha deciso di riempirli di senso.

In realtà c’è qualcos’altro che stiamo recuperando in questi giorni di detenzione oltre al piacere di stare in casa, e sono i chili che qualcuno di noi aveva perso in seguito a faticose diete. Cucinare infatti è una delle cose che l’italiano in cattività ha deciso di fare in questi giorni di apartheid. Complici le derrate alimentari ammassate in dispensa (in seguito al saccheggio dei supermercati) e gli innumerevoli programmi di cucina continuamente propinati dalle tv, ci siamo trasformati in tanti Cannavacciuoli in sedicesimo. Pertanto, ci cimentiamo con ricette dell’Andalusia e dell’Ellesponto, con aromi e spezie orientali direttamente provenienti da Samarcanda (in pole position la curcuma e lo zenzero ma anche il curry, va’), con la fricassea e la lardellatura delle carni, giusto per dire. Peraltro, non sempre con apprezzabili risultati. Questo ovviamente si riverbera sul giro vita e sul colesterolo. Ma dobbiamo pur passarla questa prigionia. Alla fine di questo periodo, chi ne beneficerà più degli altri saranno dietologi e nutrizionisti.

C’è poi chi ha deciso di darsi alla cultura. Alla lettura, in particolare. Da qualche parte c’è, nascosto da chili di roba, quel libro che il prigioniero ha ricevuto in dono per Natale, quattro-cinque-forse-addirittura-sei anni fa. Non si ricorda più di averlo ma lui, il libro, mosso a compassione si fa trovare durante una sessione di tampasìo feroce causato da ozio e lo convince che è arrivato il momento di essere sfogliato. Per cui, il fortunato possessore, lo trova, lo guarda come fosse un reperto del Pleistocene, lo apre, ne annusa le pagine che ormai emanano un formidabile odore di stantio e lo porta con sé. Sul divano. Non fosse stato per il virus non lo avrebbe neanche notato ma adesso il neolettore ha deciso seduta stante, in pigiama, che il miglior modo per passare gli arresti domiciliari è leggere, come fanno gli intellettuali. Quel libro di Fabio Volo sarà il suo compagno nei prossimi giorni nel suo ri-approcciarsi (per molti c’è un “ri” di troppo) alla lettura.

Alcuni altri si danno alla musica. Questo periodo sta risvegliando in noi lo spirito di Euterpe. Chi sapeva già suonare, bene, continua con la perizia di sempre; chi invece suona così così, sta sottoponendo la propria famiglia a sedute di musica che molto ricordano quelle belle suonate di flauto dolce ai tempi delle scuole medie. Uno strazio! La segregazione da coronavirus ha rivitalizzato legioni di strimpellatori, con grave pregiudizio per le orecchie. Il chitarrista da Pasquetta nella prigionia si cimenta con Guccini e De André (che di loro non erano particolarmente allegri) per la disperazione dei familiari conviventi. C’è chi prova anche il ritorno ad antichi strumenti abbandonati (fortunatamente) in gioventù ma che tornano di gran voga in questo periodo di stop: il pianoforte, la tastiera, la fisarmonica, roba da far rabbrividire persino il maestro Beppe Vessicchio.

Naturalmente non è solo la lettura che attrae il recluso. Anche la scrittura. Egli ricorderà che alle superiori si era cimentato con la poesia d’amore – in rima baciata AA BB CC ovviamente – e si rammaricherà di non aver continuato in quella che, a pensarci bene, era una strada promettente. Secondo lui. Quindi, si ridà alla versificazione, alle liriche alate, zeppe di uccellini che cinguettano, di fiorellini di campo che si schiudono al nuovo giorno e di amore senza fine. Nel frattempo, nel Pantheon dei poeti, Foscolo si è dato all’alcol, Pascoli alla droga e Leopardi è diventato ottimista.

E della pittura non ne vogliam parlare? Il segregato sa che da qualche parte in camerino (probabilmente vicino al libro di Fabio Volo) c’è una confezione di acquerelli con pennelli annessi che lui stesso aveva regalato alla figlia, più o meno dieci anni fa. Pertanto, non senza fatica, la recupera e la mette in cantiere. Prepara un bel setting da pittore sul tavolo da cucina, rammaricandosi di non possedere un cavalletto, e inizia a pittare. I risultati ovviamente sono men che mediocri, roba da fare ri-suicidare Van Gogh. Alla fine, il tavolo da cucina è una tavolozza: l’indaco insegue il testa di moro, che litiga col vermiglio mentre fa pace con il terra di siena. Jackson Pollock non avrebbe saputo fare di meglio!

(continua)

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