Il piacere di stare a casa – seconda parte

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Alcuni reclusi decidono di impiegare il tempo che rimane prima della morte del virus studiando. Sissignore, studiando. Gente che non tocca un libro dai tempi della scuola (e non lo toccava neanche allora!) decide che è ora di rispolverare i saperi. Il prigioniero sa che in qualche posto della casa ci sono ancora alcuni libri dei figli, pertanto decide di andare a recuperarli per darsi all’erudizione. Ma anche in questo caso, la buona volontà incontrerà nel suo cammino la mancanza di abitudine (e in molti casi di attitudine) allo studio. Comincerà con l’italiano ma lo abbandonerà sulle parti del discorso, sull’insormontabile differenza tra un avverbio, un aggettivo e una preposizione. Sicché passerà alla storia ma la lascerà più o meno ai Sumeri; indi si rivolgerà alla geografia (per lui esistono ancora la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e l’Unione Sovietica) ma anche lì lo studio non avrà lunga vita. Si angustierà per non aver dato ascolto a sua madre e non aver studiato quando era il suo tempo.

Ma dove il detenuto ha deciso che “questa volta lo imparo”, è l’inglese. Lui, come gran parte degli Italiani, è fermo a The book is on the table, quindi ha deciso di scavalcare The cat is under the table e andare oltre. Possiede, come molti, un corso di inglese a fascicoli che risale agli anni 80 ma, come molti, si scontrerà col fatto che l’ascolto può avvenire tramite audiocassette, quelle che quando scappava il nastro si riavvolgeva con la matita. Pertanto, decide di cercare un corso su Internet e comincia a smanettare. Lo trova e inizia la sua avventura anglosassone. La sua pronunzia ricorda quella di Ollio nell’indimenticabile doppiaggio di Alberto Sordi, cosa che porta alle lacrime i suoi familiari che lo ascoltano in questo delirio anglofono. Pertanto, per evitare l’incidente diplomatico con l’intero Commonwealth britannico, decide di lasciar perdere anche l’inglese. Peccato!

Ma non ci sono solo le arti e la cultura con cui il segregato ha deciso di mettere a buon frutto questi giorni. Una cosa che ha deciso di fare è il bricolage ma in particolare la piccola manutenzione domestica. Avete presente quel quadro staccato da settimane e ancora appoggiato al muro? E quel rubinetto col beccuccio (o comunque si chiami) pieno di calcare che non fa uscire bene l’acqua? E quella lampada da mesi fuori uso? Ebbene, lui ha deciso di prendersene cura e di aggiustare tutto. Per cui si mette di buona lena e con gli arnesi giusti. Del resto, chi di noi non ha una cassetta degli attrezzi nel ripostiglio? Alla fine della sessione di minuto mantenimento, ci sarà un piccolo cratere sul muro, il rubinetto non avrà più il beccuccio (danneggiato da un uso inconsulto della chiave a pappagallo) e l’acqua scorrerà a manetta e la lampada al momento dell’accensione avrà fatto una fiammata e mandato tutto in corto circuito. Per cui, visto che con il fai-da-te i risultati sono stati pessimi, l’internato pensa bene di darsi allo sport.

Inizia con delle blande sessioni di jogging in surplace, per passare a quello vero e proprio, aprendo tutte le porte e usando tutta la casa come pista. Fino al momento in cui i pensionati del piano di sotto si rompono le scatole e telefonano alla moglie chiedendo se per caso nell’appartamento non ci siano lavori di muratura. Per cui il povero recluso decide di fare attività sportive meno invadenti, come le flessioni o gli addominali ma lascia perdere quasi subito, quando si rende conto che ogni volta che smette, spinto dai morsi della fame, va in cucina e svaligia il frigo.

Infine, quando tutto sembra perduto, una luce in fondo al tunnel: Dio. La moglie del nostro uomo è ghiotta della paccottiglia religiosa o pseudotale che su whatsapp circola a quintali e ogni cosa viene comunicata al marito: preghiere, novene, catene di Sant’Antonio. E il detenuto le ascolta con crescente interesse, pertanto, a questo punto egli si dà alla religione. Sa bene che l’Onnipotente non può girarsi dall’altra parte e far finta di non vedere lo stato di prostrazione in cui si è ridotto. È stato chierichetto, ha fatto il catechismo e tutta la trafila dei sacramenti (ordine sacro ed estrema unzione esclusi) e ha una vecchia zia suora. Ed è così che riprende vecchie pratiche devozionali, non ultima il Rosario, che recita con assoluta imperizia ma incrollabile fede.

Finirà, questo periodo; finirà e tutto tornerà come prima, forse meglio di prima perché a quel punto avremo riscoperto il piacere di stare in casa. Forse!

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