Michela Murgia, Battiato e La cura

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Siamo a casa, reclusi e con un enorme deficit di chiffàri. Ecco perché, esaurite tutte le notizie sul coronavirus e su come si sta reagendo, si fa strada una strana (beh, strana mica tanto) voglia di leggerezza. Per cui, una polemicuzza ogni tanto, qua e là, all’italiana, non guasta. Questa volta l’ha innescata la scrittrice sarda Michela Murgia entrando a gamba tesa nientepopodimeno che su Franco Battiato.

Ora, lungi da me l’idea di difendere la Murgia, che comunque reputo un’ottima scrittrice, credo che probabilmente, sull’onda del successo, ella si sia – come si dice? – allargata un po’, ecco. La tirata su Battiato, che sta tenendo banco in questi giorni virali, non doveva farla, diciamo la verità, e ha fatto infuriare molti dei suoi fan. Battiato è un maestro (un “venerato maestro”, avendo da gran pezza superato la fase di “giovane promessa” e più di recente anche quella di “solito stronzo”, cit.).

Uno dei miei fratelli negli anni 80 fu un suo accanito fan. Roba da manicomio. Girava per casa citando frasi di Battiato all’indirizzo di nostra madre che lì per lì non capiva se il figlio fosse ancora sano di mente o se, una puntatina da uno psichiatra bravo non avrebbe potuto fargli che bene. A volte la invitava a mettere degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Ricordo, ad esempio, quando le disse che a Beethoven e Sinatra lui preferiva l’insalata e a Vivaldi l’uva passa che gli dava più calorie. Nostra madre pensò davvero che il figlio volesse cambiare regime alimentare.

Non si può negare che Battiato abbia cantato cose sconcertanti, molto interessanti senza dubbio, ma sconcertanti. Ci ha introdotto in atmosfere esotiche (ed erotiche, in taluni casi), ambientazioni magiche, esoteriche, incantate; in climi di pace o di guerra, di sofferenza o di piacere. È stato unico nel suo genere, e questo non gli si può negare, piaccia o no alla Murgia.

La quale, occorre dirlo, salva La cura, una delle canzoni più belle del maestro di Milo. E vorrei ben vedere. È un pezzo veramente splendido, non c’è che dire, ma che però (a costo di essere tacciato di “murgismo”) mi lascia perplesso in parecchi punti. Cercherò di analizzarli, rivolgendomi direttamente al maestro, consapevole del fatto che non leggerà mai queste cose e quindi mai mi risponderà.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Cosa fa, maestro, gliela chiama? Non le starà portando sfiga, vero?

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
E qui non mi pare lei dimostri particolare stima per la fanciulla, maestro. “Dai fallimenti che, per tua natura, attirerai?” E andiamo, che sarà mai. Magari la ragazza non è particolarmente dotata, un po’ di sfiga l’accompagna pure, ma dare per scontata una lunga sessione di fallimenti mi pare eccessivo. Non mi pare lei abbia lavorato molto sull’autostima della giovinetta, eh, maestro?

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie.
Insiste, eh, maestro?

Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
No, dai, diciamo la verità. Se a una donna – nella normalità della vita reale, non nelle canzoni – tu dici che per lei supereresti le correnti gravitazionali… ma non te la dà una bella papagna? Adesso, alzi la mano chi si è mai dichiarato in questo modo. Le correnti gravitazionali? Ma cosa cavolo sono le correnti gravitazionali? Ho cercato di informarmi ma non ci ho capito niente, se non che le studia anche il CERN di Ginevra. Non so, maestro, poteva dire che per lei avrebbe scalato le montagne, nessuno ci avrebbe creduto lo stesso ma almeno è una frase già sentita. Ma le correnti gravitazionali… Se nella quotidianità, qualcuno di noi dicesse questa cosa a una donna, io penso che la poverina gli tirerebbe appresso il vassoio dei pasticcini, no?

E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.
Si butta in corner, maestro. Meno male, va’. Forse ha capito di aver calcato un po’ la mano e sta cercando di rimediare, vero?

Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà).
Allora, su questo passo non cerchi di prendermi in giro, maestro, perché sennò rischio di arrabbiarmi davvero. Parli chiaro, come ha fatto a finire nel Tennessee? Maestro, lei è di Catania! E poi, neanche a Chattanooga o a Nashville, la città del country. No, lei è finito “nei campi” del dannato Tennessee. Maestro, come ha fatto, da Catania, a finire lì? Ha sbagliato a caricare il TomTom? Ha tirato dritto a un incrocio? Fosse andata così, sarebbe finito a Caltanissetta o a Cefalù, non nel Tennessee. Non so, forse voleva andare a Menfi e, in un eccesso di americanismo, ha scritto Memphis sul navigatore? E quindi è il caso che lei ce la racconti giusta, maestro. Come pensa di sedurre una donna se poi le racconta di queste panzane? Peggio della collezione di farfalle. Nel Tennessee, oh Signore.

Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.
Ecco, bravo maestro, qui mi sta rientrando nei canoni della poesia tradizionale, della canzonettistica popolare. La similitudine dei sogni con le aquile è bella, cose giuste. Coraggiosa, per certi versi (di solito si usa la colomba) ma molto bella. Da lei mi sarei aspettato che dicesse che i suoi sogni sono più veloci di un bolide siderale dalle parti di Betelgeuse, invece no. Aquile e mare, bravo maestro.

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Mizzica, è chi è, Newton? Voli basso, maestro, se no non le crede neanche l’uomo della strada, figuriamoci la Murgia.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Mi sembrano dei bei doni da portare, maestro. Dopo oro, incenso e mirra, sia chiaro.

E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.
Meno male che è un essere speciale, maestro. Per tutta la canzone fa capire che questa tizia è da TSO ma alla fine ci rivela che è un essere speciale. È incazzosa e chiacchierona, che aggiunti a ipocondriaca, fallita, malata, umorale, ossessionata e maniaca, ne fanno un quadro sconfortante. Però alla fine arriva la botta: “Sei un essere speciale”. No, dico, non c’era una carusa più tranquilla a Catania? Tanticchia più serena, no? E infine:

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
Su questa cosa, maestro, la inviterei a soprassedere. Le lasci stare le vie che portano all’essenza, non vorrei mi finisse di nuovo nel Tennessee!

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