La parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo ha vissuto un momento di profonda grazia domenica 15 marzo, in occasione della visita pastorale di Papa Leone XIV. Il Santo Padre, al suo arrivo, è stato accolto con gioia dai bambini, dai giovani e dalle loro famiglie nel cortile dell’oratorio, dando inizio a una giornata di preghiera e incontro con la comunità. Successivamente, nei locali parrocchiali, ha salutato i malati e una rappresentanza dei poveri e dei senzatetto che usufruiscono del servizio docce presente nel complesso parrocchiale, insieme ai volontari della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio che si prendono cura di loro.

A seguire la Messa, alla presenza del popolo fedele e delle autorità civili e militari del territorio. A concelebrare il cardinale vicario, Baldo Reina, il vescovo eletto, mons. Marco Valenti, il parroco don Francis Refalo, i presbiteri che risiedono in parrocchia e i parroci della prefettura. Tra i concelebranti anche tre presbiteri dell’Arcidiocesi di Agrigento, don Alessandro Di Fede, don Davide La Corte e don Giuseppe Argento, già parroco della comunità. La parrocchia del Sacro Cuore, infatti, per oltre un decennio, è stata affidata alla cura pastorale dei presbiteri dell’Arcidiocesi di Agrigento attraverso una convenzione di collaborazione tra il Vicariato di Roma e la Chiesa agrigentina. Negli anni vi hanno prestato servizio, come parroci, don Luigi Mazzocchio (1992-96) e don Pino Argento (1996-2003); come viceparroci don Enzo Sazio, don Giuseppe Calandra (2000-2002) e don Dino Sorintano, con una brevissima parentesi di appena due mesi di don Lillo Argento come amministratore parrocchiale (1997).

Per oltre un decennio, inoltre, la parrocchia è stata punto di riferimento pastorale per i presbiteri agrigentini studenti a Roma nelle Università Pontificie ( Giovanni Scordino, Vincenzo Lombino, Salvatore Castronovo, Filippo Barbera, Salvatore Raso, Enzo Sazio, Carmelo Petrone, Alfonso Cacciatore, Giuseppe Agrò, Mario Sorce, Luciano Mpoma, solo per citarne alcuni) i quali, abitando nella canonica della stessa, prestavano il loro servizio nei vari ambiti pastorali della parrocchia.
Tra i “preti studenti” vi fu anche il Card. Baldo Reina che, dimorando al Collegio Capranica, nel fine settimana, dal 1994 al ’98, si recava a Ponte Mammolo a servizio delle attività pastorali; “qui ho mosso i primi passi della vita sacerdotale e prima dell’ordinazione diaconale”, ha detto ai microfoni di Vaticannews (vedi)
La parrocchia è stata anche punto di riferimento per i tanti laici che, di passaggio a Roma, trovavano in essa un posto familiare anche solo per condividere un pasto, o per i gruppi parrocchiali diocesani in pellegrinaggio: come non ricordare, ad esempio, gli oltre 1.500 giovani agrigentini accolti dalle famiglie di Ponte Mammolo per il Grande Giubileo del 2000. A memoria di quell’evento resta il mosaico dell’ambone della parrocchia; insomma, una bella esperienza di profonda comunione con la Chiesa di Roma e con il popolo fedele di Ponte Mammolo con cui, a distanza di tempo, permangono rapporti di sincera e fraterna amicizia.

Nel suo intervento omiletico (leggi qui il testo) il Santo Padre, richiamando la “Domenica Laetare” (della gioia), ha sottolineato il contrasto tra la luce di Dio e le “tenebre” dei conflitti mondiali. Ha condannato chi tenta di giustificare la guerra in nome di Dio:
“Attualmente – ha detto – nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.”
Commentando, poi, il Vangelo della IV domenica di Quaresima, la guarigione del cieco nato, ha esortato i presenti e quanti seguivano in diretta TV e streaming, a “guardare con gli occhi di Dio” , spiegando che cosa significhi avere uno sguardo cristiano.”… Significa – ha detto – prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista. Tante volte si sentono dire frasi del tipo: “Finché le cose andavano bene, erano tanti gli amici; nel momento della prova, però, molti se ne sono andati, sono spariti!”. Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio.” Ha stigmatizzato la cecità dei “giusti”: “Il testo – ha detto – denuncia l’ottusità di chi, fermo al legalismo formale (il rispetto del sabato), non riconosce l’atto d’amore di Gesù e diventa cieco di fronte al volto di Dio”. Il riposo domenicale non è assenza di azione, ma celebrazione della vita che si traduce nel non ignorare il grido di aiuto del fratello. Il modello, per il Papa, è quello della prima comunità cristiana, che condivideva tutto con semplicità e gioia. Papa Leone, infine, ha espresso un vivo apprezzamento per l’operato della parrocchia, attiva da novant’anni nel territorio, in particolare per l’accoglienza e l’aiuto ai migranti per l’integrazione, la casa, la lingua e il lavoro. Ha citato inoltre l’impegno delle case famiglia delle suore, della Caritas, l’attenzione ai detenuti del carcere di Rebibbia e la vitalità dell’oratorio nel formare i giovani. Ha esortato, infine, tutti — citando Sant’Agostino — a essere “specchio del volto di Dio” nel mondo. La fede non è una disciplina astratta, ma ha “i piedi che conducono alla chiesa e le mani che donano ai poveri”.

Prima della benedizione ha preso la parola il parroco che, sottolineando come la presenza del Papa renda concreta la gioia della Domenica Laetare, ha ricordato la visita di San Giovanni Paolo II del 1986, di cui questa giornata rappresenta il rinnovo di una grazia speciale a distanza di quarant’anni. Ha descritto la parrocchia come una realtà viva, composta da molte famiglie migranti. Da vent’anni, ha ricordato al Papa, la comunità si impegna attivamente per l’integrazione attraverso una scuola di italiano, ribadendo che nella Chiesa nessuno è dimenticato.
Il parroco ha poi elencato le “carezze” che la comunità rivolge agli ultimi: il servizio docce (con Sant’Egidio) e la distribuzione del pane; l’impegno verso la casa circondariale del territorio, vista come luogo di accompagnamento e non di condanna; l’accoglienza nelle case famiglia per madri vittime di tratta e violenza domestica. Ha concluso con un impegno per il futuro e la promessa di preghiera: continuare a essere una “casa aperta” che costruisce ponti e non muri, senza aver paura di “sporcarsi le mani”. “Promettiamo – ha concluso – di ricordarla ogni giorno nella nostra preghiera; le chiediamo di benedire le nostre famiglie, i giovani, i bambini, i malati e quanti vivono nella prova”.

Non è mancato, prima della benedizione, uno scambio di doni: due bambine, a nome della comunità, hanno offerto al Papa una foto della parrocchia degli anni ’40 con dietro le firme dei membri del consiglio pastorale. “Tante grazie per questo bel dono: da questa parte – ha detto mostrando il resto della foto – sta la foto della parrocchia, per ricordare sempre, ma qui si vede la vita della parrocchia, che è tanto importante! Grazie a tutti voi!”

Il Papa, invece, ha fatto dono alla comunità di un calice, 2 che rappresenta quello che celebriamo nell’Eucaristia: il corpo e il sangue di Cristo, la comunione tra tutti voi.”
Prima di fare rientro in Vaticano ha incontrato il Consiglio Pastorale, il coro parrocchiale che, oltre ad animare la liturgia, in onore del Santo Padre ha eseguito il “Tu es Pretrus”; sul sagrato infine ha salutato e benedetto i fedeli presenti.
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Nel video Il parroco, don Francis Refalo, cosi ha raccontato al Sir, in preparazione alla visita, il volto di una comunità viva e giovane alla periferia di Roma, a pochi passi dal Carcere di Rebibbia.
















