Quando muoiono i bambini

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“Perché Dio che è buono non ha impedito che Carmelo e Laura morissero travolti dal fango del ‘vulcanello’?” È la domanda che, a brucia pelo, mi rivolge Marta, poco prima della messa domenicale, a proposito della tragedia che si è consumata nella riserva naturale delle maccalube di Aragona.
Ne parliamo dopo – la messa stava per iniziare – ho detto a Marta.
Quella domanda – “Perché…?” – come un tormentone, mi ha accompagnato per tutta la celebrazione, insieme a tante altre: perché il dolore innocente? Perché i bambini muoiono? Come si fa a credere e ad amare un Dio che ti fa morire un figlio? Dov’era Dio?…
Riflettendoci bene Marta aveva ragione: l’unica fondata critica all’esistenza di un Dio buono come Cristo ci ha rivelato, è la morte di un innocente.
Al termine della messa Marta ritorna. “Allora don…”!
Il mio imbarazzo dinnanzi a quella domanda lo intuisce subito…
Che dire? Cosa rispondere?
“Marta – le ho detto – non penso di avere una risposta esaustiva alla tua domanda! Come te e con te brancolo nel buio e non capisco perché due bambini debbano morire in quel modo!
In questa vicenda ho, però, una speranza da comunicarti, una traccia di luce che può illuminare il buio di questo momento.
“Qual è?” mi chiese prontamente Marta. “So – le ho risposto – che la morte, anche la morte di Carmelo e Laura non è la fine, ma l’inizio di una vita nuova”.
“E come lo sai?” mi chiese. “Lo so perché credo a quanto Gesù ha detto e testimoniato”.
Marta non dice nulla, saluta e va via.
Ho letto, però, nei suoi occhi smarrimento e dubbio. Sapevo bene che in quel momento quelle parole sarebbero risuonate strane, difficili da comprendere, però erano le uniche che sono riuscito a trovare. E nonostante la delusione di Marta di avere una risposta esaustiva a quel perché resto convinto che nell’ora della prova la fede illumina la nostra esistenza, anche quando il male sembra averla vinta sul bene.
Anzi è in questi momenti di umana impotenza che la questione del perché della sofferenza si staglia  drammatica e chiama in causa Dio e la fede che in Dio ci fa confidare.
Essa non può sottrarsi, deve lasciarsi interpellare. E, se interpellata, offre una parola di vita, e anche se non dissipa i nostri dubbi è lampada che guida nella notte i nostri passi. E questo lo fa non con ragionamenti, ma facendo memoria viva del crocifisso. «All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce. In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce» (Lumen Fidei 57). È lo scandalo della croce, di Dio che muore, di Dio che non spiega il dolore ma lo assume e loporta con sé sulla croce, la via per entrare nel mistero della sofferenza, il percorso che può darci una risposta al dolore innocente.
Dove è Dio? Dio è proprio lì. “Dio – ha ricordato l’arcivescovo nel messaggio alla famiglia di Laura e Carmelo –  non è mai dall’altra parte, ma è con noi e con noi soffre e piange”.

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