Una ‘dolce’ penitenza (e non solo in Quaresima): arance a volontà, ma pregando la Madonna

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Caro diario,
come ben si sa, moltissime sono le pratiche spirituali per la Quaresima, da quelle che passano attraverso la nostra fisicità (come il tradizionale digiuno) a quelle altre che, soprattutto per quanti non possono osservarle, vanno a “compensare” l’astinenza, quantunque pur sempre moderata e parziale, con alternative devozionali eminentemente“interiori”; ma ce n’è una che, almeno in apparenza, più che un sacrificio appare un piccolo, innocente, sostanzioso e salutare sfizio da “happy hour” al bar o in casa: mangiare arance, berle in una bella spremuta, o tramutarle in sorbetto, o limitarsi a guardarle, purché, ogni volta, si rifletta su temi religiosi (e non solo in Quaresima) collegandoli sempre alla Madonna e rivolgendoci sempre a Lei per una preghiera o, al bisogno (e Dio sa quanto ne abbiamo tutti i giorni, più o meno “santi”) per chiederLe e ottenerne aiuto. Strano ma vero, caro diario. E tutto nasce da Nostra Signora di Altagracia (“Massima (dispensatrice di) Grazia”), Patrona della Repubblica Dominicana. Ma andiamo con ordine.
Maria, chiamata “Piena di Grazia” dall’Arcangelo Gabriele, condivise liberamente tale Grazia con il mondo attraverso la Sua partecipazione fondamentale alla Redenzione. Mise al mondo Gesù, lo seguì devotamente in tutta la Sua breve vita, lo accompagnò mentre lasciava la Croce per tornare al Padre, aspettò con gli Apostoli e i Discepoli la venuta dello Spirito Santo ed abbracciò pienamente, infine, la sua impareggiabile missione di Madre della Chiesa. San Basilio ci assicura che la Madonna ci aiuterà in qualsiasi necessità; e Santa Faustina ci ricorda che Dio ha effuso la Sua misericordia su di noi attraverso Maria, poiché tutte le grazie che ci raggiungono trovano, è vero, la propria origine ovviamente in Dio, però Lei, in quanto Sua Madre, ha una posizione privilegiata nel dispensarle, e sta soltanto a noi decidere di avvalercene. Al popolo della Repubblica Dominicana viene ricordata sempre la sua Patrona, mirabilmente raffigurata in un’immagine pittorica della Natività arrivata lì dalla Spagna all’inizio del ‘500. L’opera fu collocata nella chiesa locale di Higuey, ma poi, per molto tempo, andò perduta. Ed è proprio qui, caro diario, che entrano in ballo le arance. La leggenda dice che, qualche decennio dopo tale perdita, la figlia d’un mercante gli chiese di donarle proprio quel quadro che le era comparso in sogno. Il padre s’informò in giro; ed un giorno, incontrandosi con un amico abitante ad Higuey, apprese che l’opera sacra non si trovava più: ma, in quel momento ,un anziano passante, ascoltando i due, trasse dalla sua borsa proprio quell’immagine e la vendette al mercante che, felicissimo, partì subito per portarla, come promesso, alla figlia. Tuttavia il quadro, non appena arrivato nella loro casa, scomparve di nuovo per poi riapparire, all’improvviso, su un albero d’arance del giardino familiare. L’uomo, smarrito, lo riportò a casa, ma l’immagine si volatilizzò di nuovo per poi riapparire sempre su quell’albero di arance, e lui ne dedusse che quel quadro voleva ritornare nella chiesa di Higuey, per cui ve lo riportò di corsa; ed anche per tale miracolo la devozione popolare verso quel dipinto crebbe a dismisura nel tempo. Fu così che, da allora, le arance sono associate a Nostra Signora di Altagracia ed alle celebrazioni in Suo onore.
Il primo Santuario a Lei dedicato anche per ospitarne definitivamente il quadro, fu eretto nel 1572, mentre l’immagine fu incoronata da Papa Pio XI nel 1922, venne poi trasferita nell’attuale nuova Basilica (1972), fu opportunamente restaurata (1978) e infine (1979) di nuovo incoronata da San Giovanni Paolo II che vi aggiunse una tiara d’oro e d’argento sulla cornice, entusiasmando ancor di più gli 800.000 pellegrini che vanno a vederla e a pregarvi ogni anno.
Da ora, pertanto, ogni volta che vedremo un’arancia, promettiamo di far sempre questa ‘dolce’ penitenza; e ricordiamoci che la Madre della “Massima Grazia” aspetta di condividere ogni grazia richiesta con tutti noi, caro diario.

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