Da Agrigento a Debel: il soldato-confrate che ha rialzato il Crocifisso profanato

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In un quadrante martoriato dalle tensioni, dove il rumore delle armi spesso soffoca ogni spazio di dialogo, la diplomazia si muove talvolta attraverso gesti silenziosi ma dal peso simbolico immenso. Nei giorni scorsi, i militari italiani della missione UNIFIL hanno restituito alla comunità cristiana di Debel, nel sud del Libano, la statua di Gesù Crocifisso che era stata profanata e distrutta nelle settimane precedenti. L’episodio all’origine della vicenda aveva fatto il giro del mondo attraverso un video virale sui social media: nelle immagini, un soldato delle forze di difesa israeliane veniva ripreso mentre colpiva ripetutamente la statua con un attrezzo da lavoro, sotto l’obiettivo di un commilitone. Un atto di vandalismo religioso che aveva suscitato una dura ondata di indignazione internazionale, spingendo le stesse autorità israeliane a confermare l’accaduto e ad adottare provvedimenti disciplinari nei confronti dei responsabili.

Per rimarginare quella che è stata percepita come una ferita profonda all’identità locale, è intervenuto il contingente italiano. Sotto la guida del comandante, il generale Diodato Abagnara, e del cappellano militare don Ciprian Farcas, i caschi blu hanno donato e installato una nuova effige, ricollocandola esattamente nello stesso punto in cui sorgeva quella abbattuta. L’operazione è stata accolta con profonda commozione dai residenti di Debel e definita dalle istituzioni italiane un eccellente esempio di diplomazia silenziosa, volta alla tutela dei luoghi sacri e al rispetto delle diverse confessioni religiose in territori di crisi.

Dietro il gesto collettivo emergono storie personali che uniscono l’Italia al Libano attraverso il filo della fede e della tradizione. Tra i militari che hanno materialmente provveduto alla sostituzione della statua figura infatti l’agrigentino Vincenzo Palumbo. Militare dell’Esercito ma anche confrate dell’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso di Agrigento, Palumbo ha vissuto l’intervento con un coinvolgimento che va oltre il dovere professionale. Per chi appartiene a una delle realtà devozionali più antiche e sentite della Sicilia, il culto del Crocifisso rappresenta un pilastro identitario, e la sua partecipazione ha aggiunto una dimensione spirituale che non è passata inosservata tra i suoi compaesani.

In un contesto segnato da una fragilità cronica, la ricollocazione della statua non è stata solo la riparazione di un danno materiale. Si è trattato di un atto di protezione dei simboli religiosi che riafferma il ruolo dell’Italia come forza di mediazione e stabilità. La vicenda di Debel resta così un monito e una storia di umanità: laddove l’intolleranza cerca di abbattere i simboli della convivenza, la missione di pace risponde ricostruendo, portando con sé non solo la divisa, ma anche le radici e la spiritualità dei propri territori d’origine.

Federico Papia

Mons. Borgia(nunzio apostolico in Libano) “Guardare alla croce come segno di speranza per tutti”

“Guardare alla croce come segno di speranza per tutti. È sulla croce, come su una roccia, che siamo chiamati a rimanere saldi e ad affrontare le difficoltà del momento presente. La croce è il segno dell’amore di Dio che è morto per noi, ma è anche un segno di speranza. È morto e risorto”. Con queste parole – riporta il SIR –  il nunzio apostolico in Libano, mons. Paolo Borgia, ha benedetto ieri il nuovo crocifisso del villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano, donato alla comunità locale dal contingente italiano di Unifil, in seguito alla distruzione del precedente crocifisso da parte di un soldato israeliano, azione che aveva suscitato sdegno e condanna a livello internazionale e portato al congedo dell’autore e alla sua punizione. Il dono del contingente italiano Unifil rappresenta “un segno concreto di vicinanza alla popolazione duramente colpita dalle violenze” e vuole riaffermare “il proprio impegno non solo sul piano della sicurezza, ma anche del sostegno umano e simbolico alle comunità locali, nel rispetto dei luoghi di culto e della libertà religiosa”. “Il messaggio – ha detto il nunzio Borgia – è di guardare alla croce come segno di speranza per tutti. È sulla croce, come su una roccia, che siamo chiamati a rimanere saldi e ad affrontare le difficoltà del momento presente. La croce è il segno dell’amore di Dio che è morto per noi, ma è anche un segno di speranza. È morto, ma è anche risorto. È sulla croce, come su una roccia, che siamo chiamati a rimanere saldi e ad affrontare le difficoltà del momento presente. La croce è il segno dell’amore di Dio che è morto per noi, ma è anche un segno di speranza. Egli è morto, ma è anche risorto. Guardare alla croce significa guardare al luogo di Dio e volgere lo sguardo al futuro. Egli è sempre la speranza per coloro che credono in Lui. Il popolo di Debel deve rimanere unito alla croce come su una solida roccia. Solo attraverso la croce e la fede possiamo trovare la vera speranza, la forza e l’amore necessari per affrontare questi momenti”.