La luna e la pace che comincia dalle parole

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Le mura della Città del Vaticano da p.zza del Risorgimento (ph.Carmelo Petrone)

Cara luna,

l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII ti chiamò in causa davanti a piazza San Pietro illuminata dalle fiaccole. Quel mattino aveva aperto il Concilio mettendo in guardia dai «profeti di sventura»; la sera chiese a chi tornava a casa di portare ai bambini una carezza e a chi soffriva una parola buona.(vedi)

Tu vedesti anche ciò che sarebbe accaduto pochi giorni dopo. Il mondo scoprì i missili sovietici a Cuba e si avvicinò all’abisso nucleare. Il 25 ottobre il Papa supplicò i governanti di ascoltare il grido dell’umanità. Il 27, dentro il sommergibile sovietico B-59, Vasilij Archipov contribuì a impedire il lancio di un siluro nucleare. Non pronunciò un discorso. Disse no. Talvolta la pace dipende dalla coscienza di un uomo che rifiuta di confondere la paura con un ordine.

Il campanile della Chiesa Santa Caterina di Agrigento e la luna

Roncalli conosceva la guerra. Era stato sergente di sanità e cappellano militare: l’aveva guardata dalle corsie degli ospedali, non dalle carte degli stati maggiori. Nella Pacem in terris, pubblicata meno di due mesi prima della morte, scrisse che nell’era atomica è quasi impossibile pensare alla guerra come strumento di giustizia. Don Primo Mazzolari aveva intitolato un suo libro Tu non uccidere. Non aggiunse: «salvo quando l’odio sembra ragionevole». Il 28 settembre, a Metz, Leone XIV ha messo in guardia l’Europa dall’«illusione del riarmo» e ha chiamato la guerra tornata nel continente, con le parole di Benedetto XV, una nuova «inutile strage». Il giorno precedente, a Lourdes, aveva ricordato che la conversione riguarda anzitutto la Chiesa e aveva chiesto ai vescovi francesi la «massima vigilanza» sugli abusi. La prima pace che dobbiamo alle vittime si chiama verità.

Questo riguarda tutti, credenti e cittadini. Possiamo invocare la concordia fra i popoli e trasformare la casa, la comunità o la piazza in una trincea; chiedere il dialogo fra le nazioni e umiliare chi ci rivolge una domanda scomoda; esigere trasparenza dai governi e custodire silenzi che feriscono. Un discorso, un’omelia o un messaggio possono disarmare una parola d’odio, ma possono anche benedirla e fare dell’altro un nemico.

I Padri chiamavano la Chiesa mysterium lunae. La luna non possiede la luce: la riceve e la riflette. Così la Chiesa. Se cerca di brillare da sé, può abbagliare per un momento; se riflette Cristo, aiuta qualcuno a non perdersi nella notte.

Nessuno di noi può fermare da solo una guerra. Può però chiamare aggressione l’aggressione, dare voce alle vittime, sostenere chi accoglie. Può custodire una casa, una comunità e una città nelle quali l’avversario non perda mai il volto umano, e pregare per tutti i popoli, anche per quelli che non gli sono simpatici.

Quella sera papa Giovanni affidò alle famiglie una carezza. A noi affida una domanda: nelle nostre parole, chi ha paura trova altra paura oppure una strada? La pace può cominciare nelle nostre parole. E può morirvi.

+ Vincenzo Bertolone SdP

 

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