La memoria liturgica di Sant’Alfonso Maria de Liguori (1° agosto) — vescovo, dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del SS. Redentore, patrono dei moralisti e dei confessori, nonché compatrono della città e dell’arcidiocesi di Agrigento — è un’occasione propizia per offrire alla vostra attenzione una pagina di storia curata da p. Vincenzo La Mendola C.Ss.R., relativa al Comune di Cammarata e alla figura del Santo Compatrono.
Per molti anni è rimasta nascosta in un magazzino, e quasi dimenticata. Oggi, grazie all’iniziativa del parroco don Davide Trizzino, una tela degli inizi del Novecento raffigurante sant’Alfonso Maria de Liguori è stata ricollocata nella monumentale chiesa Madre di Cammarata (foto sotto). Un recupero che non restituisce soltanto un’opera d’arte al patrimonio della comunità, ma riporta alla luce una vicenda storica che intreccia fede, cultura, politica e conflitti ideologici nella Sicilia tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.
Quella tela, infatti, vale molto più del suo pregio artistico. È una testimonianza concreta della significativa presenza dei Redentoristi – allora comunemente chiamati Liguorini – nella vita religiosa di Cammarata, dove per oltre due secoli sono stati protagonisti di missioni popolari e frequenti predicazioni. Allo stesso tempo racconta il clima ecclesiale dell’epoca e il ruolo svolto da uno dei sacerdoti più autorevoli della storia più recente: l’arciprete don Gaetano Gueli Castelluzzo (Raffadali, 1862-1922), parroco della chiesa Madre dal 26 aprile 1893.
Studioso di diritto canonico e raffinato conoscitore della teologia morale, come testimonia ciò che resta della sua biblioteca personale, Gueli fu uno dei principali artefici del rinnovamento religioso del paese. Durante il suo lungo ministero promosse una profonda riorganizzazione della vita parrocchiale, sostenne la nascita delle associazioni cattoliche, fondò la Cassa Rurale e il Comitato Parrocchiale, imprimendo una svolta alla vita ecclesiale.
Fu proprio durante il suo parrocato che Cammarata conobbe una stagione particolarmente intensa di predicazione popolare. Nella Matrice arrivarono alcuni tra i più noti predicatori del tempo, appartenenti soprattutto alla Compagnia di Gesù e alla Congregazione del Santissimo Redentore, protagonisti di missioni ed esercizi spirituali che coinvolgevano l’intera popolazione.
Con i Redentoristi il rapporto fu particolarmente stretto. La loro presenza ricorrente a Cammarata dimostra la profonda sintonia spirituale che li legava a don Gueli, convinto che le missioni popolari e la predicazione dei figli di sant’Alfonso rappresentassero uno degli strumenti più efficaci per il rinnovamento spirituale della comunità. La sua vicinanza all’Istituto e alla sua spiritualità è testimoniato dalla commissione di una statua in cartapesta di san Gerardo Maiella, realizzata dopo la sua canonizzazione (1904) e ancora tra gli arredi della chiesa madre.
Il forte legame dell’arciprete con il fondatore dei Redentoristi emerge dalla sua biblioteca. Nel fondo librario antico della Matrice sono infatti conservate diverse edizioni delle opere morali di sant’Alfonso, insieme alla prestigiosa collana completa delle Opere, in nove volumi, pubblicata dalla casa editrice Marietti tra il 1873 e il 1877. Molti di questi libri portano il suo nome apposto sui frontespizi e le numerose annotazioni manoscritte lasciate ai margini delle pagine, segno di uno studio costante e approfondito.
Del resto, la devozione verso sant’Alfonso era una caratteristica comune a gran parte del clero italiano dell’Ottocento, formato proprio alla scuola della sua teologia morale. Un legame che sarebbe emerso con particolare evidenza all’inizio del nuovo secolo, quando il fondatore dei Redentoristi divenne il bersaglio di una vasta campagna di propaganda anticlericale promossa dal Partito Socialista.
Grazie alla lettura costante della stampa cattolica e alla fitta corrispondenza con sacerdoti e vescovi di altre diocesi, don Gueli seguì con attenzione quella vicenda. La polemica scoppiò nel 1901, quando il movimento socialista individuò nella Chiesa di Leone XIII uno dei principali obiettivi della propria offensiva ideologica, concentrando gli attacchi soprattutto contro la Compagnia di Gesù e la Congregazione del Santissimo Redentore, considerate le famiglie religiose più influenti sul popolo e sul clero e le principali custodi della morale tradizionale, che aveva proprio in sant’Alfonso – proclamato Dottore della Chiesa da Pio IX – il suo maestro più autorevole. Anche la Germania protestante aveva avuto i suoi più accaniti denigratori del pensiero alfonsiano. L’autorevolezza spirituale e la chiarezza dottrinale di sant’Alfonso incutevano timore nei propugnatori dell’ateismo di massa e negli anticlericali del nuovo Regno d’Italia.
La campagna contro la morale alfonsiana prese forma nel 1901 e proseguì anche nel 1902 attraverso L’Asino, il celebre settimanale satirico, fondato il 27 novembre 1892 e capace di raggiungere, nel 1907, una tiratura superiore alle centomila copie. A dirigerlo era il suo fondatore Luigi Guido Podrecca (1865-1923), conferenziere, pubblicista, autore di una trentina di opere e instancabile polemista del socialismo italiano.
Lo stesso Podrecca, firmandosi con lo pseudonimo di Goliardo, pubblicò nel 1902 un libello satirico dal titolo Il Divorzio. Epistole allegre di Goliardo a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, stampato dalla Tipografia dell’Asino di Roma. Attraverso una serie di lettere volutamente provocatorie e offensive indirizzate al Santo, l’autore cercava di screditarne gli insegnamenti morali e di colpire indirettamente tutta la tradizione cattolica che a essi si ispirava.
Anche in Sicilia L’Asino trovò ampia diffusione e ispirò diverse testate locali, tra cui La Battaglia, giornale palermitano che contribuì a rilanciare gli attacchi contro la morale alfonsiana.
La polemica prese avvio da un episodio immorale verificatosi ad Alia, nella diocesi di Cefalù, che aveva come protagonista un prete. Quel fatto venne presentato come la prova della presunta degenerazione del clero, formato secondo gli insegnamenti di sant’Alfonso, diventando il pretesto per una violenta campagna contro la Chiesa. In breve tempo il caso assunse un’ampia risonanza e vide intervenire autorevoli personalità del cattolicesimo italiano, tra cui Ignazio Torregrossa e don Luigi Sturzo, che risposero punto per punto agli articoli pubblicati da La Battaglia, riconducibili al suo direttore, il principe Alessandro Tasca.
Di fronte a quella offensiva l’episcopato siciliano reagì con grande determinazione. I vescovi promossero manifestazioni religiose, celebrazioni solenni e iniziative popolari per riparare quelli che consideravano sacrileghi attacchi rivolti al fondatore dei Redentoristi. In tutta l’isola furono organizzate conferenze, processioni e momenti di diffusione delle opere di sant’Alfonso, con l’intento di rafforzarne la devozione e riaffermarne l’autorevolezza dottrinale.
Prima fra tutte le diocesi si distinse quella di Palermo. Il cardinale Michelangelo Celesia promosse solenni celebrazioni e grandi processioni che richiamarono una partecipazione popolare ben superiore alle attese. I Redentoristi, da poco rientrati nella loro storica casa di Uditore, furono il cuore di quelle iniziative, sostenuti dal clero diocesano e dalle associazioni cattoliche. Lo documenta p. G. Russo nella sua monografia L’Uditore e i Redentoristi (1997).
L’eco di quella mobilitazione arrivò rapidamente anche a Cammarata. La comunità non rimase indifferente agli attacchi contro sant’Alfonso e l’arciprete Gueli, insieme al suo clero, decise di commissionare una tela raffigurante il santo da esporre nella chiesa Madre, durante l’Anno Santo, celebrato nelle diocesi proprio nel 1901, contribuendo così a rafforzarne il culto e la devozione popolare.
Di quella iniziativa rimane una testimonianza preziosissima, rimasta finora praticamente sconosciuta: una scritta apposta sul retro della tela, nell’angolo inferiore destro, che recita:
«Nell’anno del Signore 1901 il clero addetto alla Madrice di Cammarata protesta contro gl’insulti lanciati dai nemici della Chiesa e del popolo al glorioso santo Dottore. Questa sua immagine riverente dedica. Arciprete G. Gueli».

La dedica dimostra che la commissione dell’opera non fosse soltanto un gesto devozionale. È infatti probabile che il clero intendesse anche contrastare l’affermarsi dei primi fermenti del socialismo locale, destinati a organizzarsi nella Lega Socialista e nella Camera del Lavoro, nel 1914 che destava forti preoccupazioni nello stesso Gueli come si legge in uno stralcio di lettera indirizzata al Vescovo in cui paventava le proprie dimissioni. L’iniziativa era stata prevista anche dal canonico Giuseppe Cacciato, il quale in una cartolina indirizzata a don Michele Martorana scriveva: «Chi l’avrebbe detto che nel paese più pacifico della provincia dovesse sorgere una lega socialista» (D. De Gregorio, Cammarata Cronache dei secoli XIX e XX, 436). Negli ultimi anni del ministero di don Gueli sarebbe inoltre nato a Cammarata anche il Partito Comunista, fondato il 22 gennaio 1921.
La tela dedicata a sant’Alfonso assume così un significato che va ben oltre la semplice devozione. Da una parte testimonia il profondo attaccamento del clero cammaratese al fondatore dei Liguorini e alla sua produzione teologica e morale; dall’altra fotografa un periodo storico segnato da profondi cambiamenti sociali e politici, durante il quale nuove ideologie si affacciavano nella società locale e venivano percepite dalla Chiesa come una minaccia alla dottrina cattolica, contrastate attraverso la predicazione, la stampa confessionale e la propaganda religiosa.
Dal punto di vista iconografico la tela raffigura sant’Alfonso secondo la tradizione più diffusa: in abiti episcopali, raccolto in preghiera davanti al Crocifisso, con accanto un libro aperto e la corona del Rosario. Nella stessa Matrice era già presente un affresco del santo nella cappella dell’Immacolata, particolare che rafforza ulteriormente la volontà dell’arciprete Gueli e del suo clero di sottolineare il legame spirituale della comunità cammaratese con il Dottore della Chiesa e con la Congregazione da lui fondata.

In un secondo momento la tela fu trasferita nei locali sottostanti la sacrestia, dove abitava il sacrestano e dove veniva preparata la stanza destinata ai predicatori redentorista, attivi a Cammarata ininterrottamente. Non è possibile stabilire quando l’opera sia stata rimossa e trasferita in un deposito, dove rimase dimenticata per molti anni.
La sua recente riscoperta e la ricollocazione nella chiesa Madre rappresentano quindi molto più di un semplice recupero artistico. Restituiscono alla comunità una pagina importante della propria storia religiosa e civile, destinata altrimenti a cadere nell’oblio.
La presenza dei Liguorini ad Agrigento e a Sciacca, insieme all’intensa attività missionaria svolta in tutto il territorio agrigentino, contribuì infatti in maniera decisiva alla diffusione del culto di sant’Alfonso. Lo dimostrano le numerose tele, statue e dipinti ancora oggi conservati nelle chiese della diocesi, ma anche il progetto del vescovo mons. Giovanni Battista Peruzzo, che volle promuovere la proclamazione di sant’Alfonso quale compatrono della diocesi e della città di Agrigento, durante l’anno mariano del 1954.
Molto più di quanto comunemente si creda, la teologia e la spiritualità alfonsiana hanno plasmato la formazione del clero, la religiosità popolare e la fede di intere generazioni. Per questo ogni immagine del santo, ogni tela, ogni statua e ogni manufatto che lo raffigura continua ancora oggi a rappresentare una testimonianza eloquente della sua presenza nella storia vissuta della Chiesa e nel cammino spirituale dei singoli fedeli, molti dei quali, ancora oggi, inconsapevolmente, pregano, cantano e meditano i misteri della salvezza, attraverso le riflessioni, le preghiere, i canti e la poesia di sant’Alfonso, il quale secondo una nota espressione di don Giuseppe De Luca conserva la sua perenne attualità: Quant’è bello sant’Alfonso, tutte le volte che a lui si ritorna, e si apre uno di quei miracolosi libretti […] A dispetto di tanta nuova letteratura, della psicologia religiosa, delle dottrine sociali, della teologia positiva, e di tutte le altre cose nuove, degne di stima, ma qui fuori posto, quant’è bello il vecchio sant’Alfonso, scrittore spirituale! (G. De Luca, Sant’Alfonso mio maestro di vita cristiana, Roma 1963, 119).
Vincenzo M. La Mendola C.Ss.R.

















