S. Calogero, Cumbo: “ la nostra terra, a lui devota, abbandoni ogni forma di compromesso con il male”

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(ph. Basilica Immacolata)

 

Mercoledì 18 Giugno 2025, nella memoria liturgica di San Calogero, il vicario generale, don Giuseppe Cumbo, ha presieduto la celebrazione eucaristica, alla presenza del popolo fedele e delle autorità civili e militari del territorio, dei devoti Portatori con i tamburinara e le Confraternite della città, (San Calogero, Maria SS. Immacolata, SS. Crocifisso e Maria SS. dei sette dolori). La Messa è stata celebrata nella basilica dell’Immacolata perché il Santuario San Calogero è interessato da lavori di restauro. Nell’omelia il Vicario ha invitato i presenti a rendere grazie a Dio per il dono della sua Parola proclamata (Is 52,7-12; Sal 95; Mc 16, 15-20) e per l’esempio luminoso di San Calogero “che di questa Parola – ha detto – si è nutrito e si è lasciato ispirare. Sono scarne e, a volte, poco attendibili – ha proseguito don Giuseppe – le notizie sulla vita del nostro Santo Nero. Di una cosa, però, siamo certi: ha saputo mettersi in ascolto di Dio e dei fratelli, ha tradotto in gesti concreti la Parola meditata e ha soccorso, in vita e dopo la morte, quanti lo hanno invocato, mai mettendo sé stesso al centro, ma sempre nel nome di Gesù.  Quante grazie testimoniate dagli ex voto e dalle più svariate forme di pane che nei giorni della festa viene offerto e condiviso.

Il santo di tutti. Dalla fine di giugno ai primi di settembre, ogni domenica – ha notato – è festa di San Calogero nei vari paesi della nostra Arcidiocesi e non solo. In questo anno giubilare la sua memoria liturgica – ha detto – si incastona tra due importanti solennità: la Santissima Trinità, celebrata domenica scorsa, e il Corpo e il Sangue del Signore, che celebreremo domenica prossima (vedi). Questa coincidenza — se così possiamo chiamarla — ci consegna una bellissima definizione della santità”.

Il santo – lo ha definito così –  è il cristiano che sperimenta ogni giorno la paternità di Dio, che vive la sua figliolanza nel Figlio nella riscoperta continua del proprio battesimo, che semina Amore lasciandosi guidare dallo Spirito”. Ma ancora: “è il cristiano che dona se stesso da mangiare” offrendo la propria vita, come Gesù, per il bene dell’altro. Ecco la santità di San Calogero ha affermato: un cristiano abitato dall’amore trinitario, capace di farsi pane, nel nome di Gesù Eucaristia.  Di San Calogero – ha notato – non conosciamo nessuna parola, si tramandano però i suoi gesti ispirati dalla Parola”.

Ha poi delineato alla luce dei brani della Scrittura proclamata, l’esperienza cristiana di “stu gran Santu ca fa’ milli grazi” soffermandosi, in particolare,  su per accogliere su due tratti della sua della testimonianza di vita.

  • La Fede. San Calogero ha creduto

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che, prima della sua ascensione al cielo, Gesù disse agli Undici:  «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

San Calogero – ha detto – fu apostolo e taumaturgo. Dio, che gli aveva assegnato il compito di predicare il Vangelo, non gli lasciò mancare la virtù di operare i miracoli. Nel nome di Gesù doveva dare alle anime la divina figliolanza, dopo averle liberate dalla schiavitù del peccato; doveva illuminarle con la luce della verità, dopo averle tolte dalle tenebre del paganesimo. Dio arricchiva la sua parola con numerosi prodigi: risanava gli infermi, dava la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e, soprattutto, gli concedeva lo straordinario potere di scacciare dalle anime gli spiriti infernali”.

Rivolto hai presenti ha evidenziato, in particolare, un versetto del Vangelo proclamato la dove l’evangelista nota “…questi sono i segni che accompagnano coloro che credono nel Signore Gesù.”

Si è poi chiesto: “Noi siamo tra coloro che credono? Siamo devoti di un Santo che ha creduto. Crediamo in Dio? La nostra professione di fede – ha ricordato – deve essere accompagnata dai segni della nostra conversione e del nostro incontro personale con Dio.  Nel nome di Gesù anche noi dovremmo scacciare alcuni demoni, iniziando da noi stessi: l’egoismo, l’indifferenza nei confronti del fratello, l’attaccamento ai beni materiali, la violenza verbale, i vizi, il pregiudizio, la maldicenza… Nel nome di Gesù – ha detto ancora – anche noi dovremmo parlare linguaggi nuovi: quello dell’amore, del rispetto, del dialogo, dell’incoraggiamento e della capacità di farsi compagno di viaggio, e questo a partire dalle nostre famiglie, dalle nostre comunità”.

Ha, poi chiesto ai presenti di far proprio l’invito di Papa Leone contenuto nel discorso ai vescovi italiani, pronunciato il giorno prima incontrandoli:

«Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa»

Nel nome di Gesù anche noi dovremmo guarire da quelle malattie spirituali e fisiche che non ci permettono di vivere in pienezza il nostro essere cristiani: la durezza di cuore (che non ci fa accogliere la Parola di Dio), la pigrizia (che ci fa sentire già “arrivati”, ci blocca e non ci fa progredire nel cammino cristiano), la mondanità spirituale (che ci fa sentire con la coscienza a posto, servendoci di Dio piuttosto che servirLo).  Allora chiediamo al Signore di rendere visibile la nostra adesione a Lui: i nostri gesti, le nostre parole, la nostra capacità di amare siano abitati dalla sua Grazia perché possiamo testimoniarlo nel quotidiano.

  • San Calogero messaggero di pace

 Commentando poi la prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, che parla di un messaggero che annuncia il ritorno del Signore a Sion dopo l’esilio. Egli — afferma l’autore sacro — annuncia la pace e la salvezza. “Presenza di Dio, pace e salvezza – ha evidenziato don Giuseppe – sono il contenuto dell’annuncio. Attraverso i gesti di carità san Calogero – ha affermato – ha annunciato il Dio della pace e della salvezza ai piccoli e ai poveri che ha servito. Il “Bel Vecchio” ha reso visibile Dio, ha donato pace ai cuori affranti e ha indicato in Gesù la via che porta alla salvezza. Si è lasciato stimolare dalla Parola di cui si è nutrito e dai bisogni e dalle necessità dei fratelli che ha incontrato lungo il suo cammino.

Carissimi, impegniamoci anche noi a rendere visibile la presenza di Dio attraverso la nostra testimonianza, recuperando la dimensione profetica del nostro essere battezzati. «Ci è chiesta audacia per evitare di abituarci a situazioni che tanto sono radicate da sembrare normali o insormontabili. La profezia – diceva Papa Francesco – non esige strappi, ma scelte coraggiose, che sono proprie di una vera comunità ecclesiale: portano a lasciarsi “disturbare” dagli eventi e dalle persone e a calarsi nelle situazioni umane, animati dallo spirito risanante delle Beatitudini” (Discorso in apertura della 70ª Assemblea Generale della CEI, 22 maggio 2017). San Calogero questo lo ha vissuto – ha concluso – facciamolo anche noi.

La sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo. Fu un uomo di dialogo e un profeta di speranza, le azioni che ha compiuto per prendersi cura del prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso. Alla sua preghiera affidiamo questa nostra Città, le nostre famiglie, gli anziani, gli ammalati, i giovani e i bambini. Affidiamo questa nostra terra agrigentina, a lui molto devota, perché abbia la forza di rialzarsi, di abbandonare ogni forma di compromesso con il male e di camminare libera nella riscoperta e nella valorizzazione delle sue potenzialità.”

(ph. Basilica Immacolata)

 

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