Mons. Damiano: “San Calogero è modello di vita secondo il Vangelo, non un amuleto”

526
mons. Alessandro Damiano (foto G.Bruccoleri)

” … San Calogero, come tutti santi – e soprattutto la sua statua, come tutti i simulacri – non è un amuleto da tirare fuori tutte le volte che abbiamo un problema da risolvere, delle paure da esorcizzare. È un modello di vita secondo il Vangelo. È un passaggio dell’omelia che mons. Alessandro Damiano, Arcivescovo di Agrigento ha pronunciato in occasione della Festa di S. Calogero, Domenica 14 luglio 2024, durante il Pontificale per la festa di S.Calogero nell’omonimo Santuario  di Agrigento, prima della processione diurna per le vie della città.

Mons. Damiano ha iniziato il suo intervento omiletico ritornando su uno scritto di mons. F. Sortino citato il 18 giugno scorso, memoria liturgica di san Calogero. «Ad un devoto di san Calogero – scriveva mons. Sortino – dicevo tempo fa: “Ma perché onorare il Santo in una forma così chiassosa e disordinata da dare l’impressione di un baccanale? Guardi come sono composte, devote, edificanti le processioni del Corpus Domini, dell’Immacolata, del Venerdì Santo! … Veda, mi rispose, se venisse il Papa in Agrigento, noi accorreremmo devoti, composti, ci inginocchieremmo al suo passaggio, applaudiremmo nel modo più civile. Ma se viene un parente o un carissimo amico che non vediamo da tempo, ci precipitiamo ad abbracciarlo, baciarlo, gli diamo delle pacche sulle spalle, stappiamo bottiglie e facciamo chiasso per festeggiarlo!».Torno a ripeterlo,  ha detto mons. Damiano –  la pietà popolare ha ragioni che la liturgia non ha. Tuttavia possiamo dichiararci autenticamente suoi devoti – di san Calogero così come di Antonio, Francesco d’Assisi, di Paola … – solo se ne seguiamo l’esempio; e possiamo onorarne la memoria solo se la facciamo rivivere nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. Può accadere, e accade – ha detto ai fedeli devoti che gremivano il Santuario – che non sia un bello spettacolo quello che date, di voi stessi, della Città, della Chiesa. Lo so, così va la vita, a volte male; ma non è necessario che vada sempre così.

mons. Alessandro Damiano (foto G.Bruccoleri)

L’attrazione a San Calogero scorre nelle vene della pietà popolare di questo popolo, e qui è opportuno ricordare – ancora una volta – che la misura di un’autentica devozione è data dall’impegno di ogni devoto a superare il “canto delle sirene”, fatto di note deliranti, che inevitabilmente porta al naufragio tra gli scogli di gesti scomposti più vicini al linguaggio «scaramantico» che quello della fede cristiana …

Da Calogero e i suoi compagni impariamo – ha proseguito – la frequentazione della Parola: perché umanizzi il nostro cuore, nutra la nostra mente, rinvigorisca le nostre forze. Si tratta di lasciare che la Parola avvenga nella mia vita. Dare carne e sangue alla Parola che anche io ricevo nella mia storia”.

Si è poi soffermato sul Vangelo proclamato (la chiamata dei Dodici Mc 6,7-13)

“Inizia – ha detto  – con l’espressione: “Chiamava a sé i Dodici” (v. 7), in greco è un indicativo presente che descrive un’azione continuativa, insistita, come di chi cerca di incoraggiare i discepoli a un’azione senza risparmio e dagli orizzonti ampi. Chiama a sé coloro che aveva già chiamato e costituito, portando così a compimento un processo iniziato sulla riva del lago.

Siamo al terzo momento di un cammino in cui i discepoli sono: chiamati, costituiti e inviati. Prima chiamati individualmente, poi costituiti in un corpo comunitario, quindi innestati nella missione stessa di Gesù, che, per questo, “dava loro l’autorità sugli spiriti impuri” (v. 7), cioè condivide con loro la propria “autorità”, riconosciutagli fin dall’inizio della sua missione: l’autorità di una parola diversa da quella degli scribi (1,22) e di una parola risanatrice (1,27).

Ma per entrare in questa missione, che è la stessa del Cristo, è chiesto ai discepoli di assumere una forma particolare, accuratamente descritta in un passo che possiamo considerare la prima immagine di chiesa che il Nuovo Testamento ci presenta. Un paio di note:

  • una chiesa in movimento: i Dodici sono “mandati” (v. 7) e si parla di una “strada” o un “viaggio” (v. 8) cui devono prepararsi.
  • La missione chiede loro di uscire e di andare incontro, piuttosto che rinchiudersi e attendere di essere raggiunti;
  • mandati “a due a due”, con un’immagine spiegabile in tanti modi, che non si escludono: qui sottolineo che due è il numero minimo perché una comunione sia possibile e dunque: perché l’annuncio sia espressione di una comunità, piuttosto che di un singolo, per quanto carismatico; e perché la prima parola dell’annuncio sia una vita realmente condivisa, piuttosto che tante parole anche ben congegnate. Due, inoltre, evita la “non bontà” dell’essere solo, secondo la parola della Genesi (Gen 2,18), e la possibilità di un sostegno reciproco, come ricorda Qoelet (Qo 4,9-12).
  • Il contenuto dell’invio, ciò per cui i Dodici ricevono l’autorità (exousía), è poi sintetizzabile in un’immagine: liberare dal male. Dice infatti l’evangelista: “Dava loro autorità sugli spiriti impuri” (v. 7). Azione ecclesiale per eccellenza è quella di togliere spazio al male che affligge la vita degli esseri umani. Questa è l’autorità conferita, come riverbero dell’azione del Maestro.
(foto P.Pappalardo)

Non diffondere una dottrina – ha detto l’Arcivescovo – , ma seminare una parola capace di liberare dal male. Gesù invita poi a entrare e a dimorare nella casa di coloro cui si annuncia (v. 10). Sono immagini cariche di significato: l’inviato deve “entrare” nel mondo di colui cui si rivolge, e deve “dimorarvi”.

L’annuncio – ha concluso – ha bisogno di intimità, non lo si grida, non lo si ostenta, non se ne fa spettacolo. Ma soprattutto chi annuncia deve prima lasciarsi ospitare: deve ascoltare prima di parlare, deve imparare a ricevere prima di dare.

San Calogero, ci insegni la piena docilità allo Spirito, ci accompagni nell’ascolto dell’umanità sofferente, in cerca di sollievo e di ferma speranza; aiuti tutti noi a raggiungere le strade e le case dove il Signore ci chiede di portare il suo saluto: «la pace sia su di voi»”

a cura di Carmelo Petrone

Nel video (di P.Pappalardo) l’uscita del simulacro di San Calogero dal Santuario per l’inizio della processione diurna.

 

Campagna 2025 | Uniti nel dono Chiesa Cattolica