
Il 21 febbraio 2025 è un giorno che passerà agli annali della storia della Chiesa e della città di Agrigento per l’avere restaurato e riconsegnato al culto e alla fruizione la monumentale urna argentea di san Gerlando, dopo i furti sacrileghi; essa contiene le reliquie di Colui che riorganizzò e rievangelizzò la diocesi di Agrigento dopo l’occupazione musulmana durata dall’829 al 1086 e in sei anni edificò l’episcopio e la cattedrale che dedicò alla Beata Maria Vergine Assunta in Cielo, a San Giacomo Maggiore (perché Agrigento era tornata cristiana il 25 Luglio del 1086) e tutti gli altri apostoli. Proprio nella Cattedrale di Agrigento, dalla cui cattedra, Gerlando annunciò il Vangelo, si sono tenuti due momenti significativi: nella mattinata la conferenza stampa che ha illustrato i lavori di restauro e la riconfigurazione potenziale dell’opera dopo i furti. Un momento di vera emozione e di apprezzamento dell’opera degli artigiani cesellatori contemporanei. L’urna, oltre a custodire i resti mortali del patrono della città e dell’Arcidiocesi di Agrigento, rappresenta il monumento della fede cristiana e un patrimonio artistico inestimabile. Preziosa testimonianza non solo del profondo sentimento religioso del popolo agrigentino verso il Patrono, ma anche la dimostrazione di una committenza colta e illuminata, che si rivolge quasi sempre a noti artisti per la loro esecuzione. L’opera, che presenta insieme le tipologie dell’arca reliquiaria e della macchina processionale, venne realizzata su disegno del grande pittore monrealese Pietro Novelli. L’urna, una cassa lignea scolpita e rivestita con argento cesellato, sbalzato e inciso fu Commissionata dal Vescovo Francesco Traina nel 1635, realizzata nel 1639 dal’argentiere Michele Ricca e lo scultore Giancola Viviano.
Purtroppo nel 1972 furono trafugati 10 dei 12 puttini e la statuetta del santo mentre si trovava nella Chiesa di San Domenico dopo la chiusura della cattedrale a seguito della frana. Al suo rientro in cattedrale nel 1983 ci fu un altro furto sacrilego e furono trafugati i restanti puttini e i sei riquadri con gli episodi della vita del santo. Nel 2012 il Comando carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale ha ritrovato e riconsegnato 6 degli 8 puttini dell’urna argentea di San Gerlando che erano stati trafugati; nel 2013 fu ritrovato e riconsegnato un altro puttino. Quelle riconsegne riaccesero la speranza che l’urna reliquiaria di San Gerlando potesse tornare al suo antico splendore.
Oggi, finalmente, è stata restaura, riconfigurata e riconsegnata al culto dei fedeli, alla comunità ecclesiale e alla città come segno di identità. Soggetti promotori del restauro sono stati l’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi e il Museo Diocesano di Agrigento, mentre il rilievo preliminare è stato realizzato da Domenico Olivieri e Sofia Sanfilippo che ha curato anch il restauro delle parti lignee. Il progetto di restauro è stato curato da Antonio Mignemi della Mimarc mentre la creazione e integrazioni parti mancanti sono stati realizzati dalla Fabbrica Artigiana Argenteria Amato Antonino. Questa grande operazione è stata possibile grazie alla generosità dell’Arch. Alfonso Cimino che finanziato integralmente il restauro (vedi foto).
“Celebrare il Patrono di una città – ha detto don Giuseppe Pontillo, parroco della Cattedrale e direttore dell’ufficio BBCCEE dell’Arcidiocesi, significa asserire solennemente che egli, oltre che nella fede, è pure il Pater civitatis, il fondatore della Città stessa. Gerlando è il fondatore della città perché solo Dio può essere garante vero del bene comune che è il vero fine dello stare insieme. La Città non è un ammasso d’individui ma una comunità perché i cittadini hanno una comunanza di fini e la comunanza di fini richiede un fondamento indisponibile che solo Dio può garantire. I vescovi patroni hanno difeso le loro città da nemici e carestie; talvolta, le hanno tenute insieme nelle difficoltà e, talvolta, perfino governate. Quando ciò non è avvenuto, essi sono lo stesso Pater civitatis perché non c’è legame che possa sostituire per verità e profondità quello religioso. La festa del Patrono – ha detto don Pontillo – ricorda che le questioni di quaggiù non si risolvono senza l’aiuto da lassù. Non si dissodano i terreni incolti se prima non si dissodano le anime. Chi non guarda in verticale finisce per non guardare nemmeno in orizzontale”.
Nel pomeriggio, dello stesso giorno, si è tenuto un altro momento di presentazione del restauro e della riconfigurazione dell’Urna e di riflessione con il contributo di don Vincenzo Lombino, docente alla Facoltà Teologica di Palermo, di Giuseppe Lentini, direttore dell’Archivio storico dell’Arcidiocesi di Agrigento, Domenica Brancato, direttore del Museo diocesano e storico dell’Arte, Rita Ferlisi, storico dell’Arte della Soprintendenza Beni Culturali e Sofia Sanfilippo, restauratrice che ha curato il restauro delle parti lignee. 
Suggestivo il l’intervento di don Giuseppe Lentini che ha fatto fare ai presenti un viaggio nella storia della Chiesa agrigentina di quasi nove secoli presentando le antiche carte custodite dentro l’urna di San Gerlando e trascritte nei registri del Archivio storico diocesano che riguardano le quattro traslazioni e le quindici ricognizioni (l’ultima nel 1970) delle spoglie mortali di San Gerlando; i documenti, ha detto don Giuseppe, “ci narrano una devozione al venerato rifondatore della nostra Chiesa che dal 1159, anno della canonizzazione, in poi si accrebbe sempre di più, fino allo scemare verso la metà del XIX secolo per avere maggior ripresa, tra alti e bassi, durante il secolo scorso”. (leggi qui il testo integrale dell’intervento di don Lentini).

















