Venerdì Santo: l’ultimo ad Agrigento per il card. Montenegro, il primo a Lampedusa per mons. Damiano

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I momenti del Venerdì Santo a Lampedusa ed Agrigento

I pastori della Chiesa agrigentina, l’Arcivescovo Card. Francesco Montenegro e l’Arcivescovo Coadiutore, mons. Alessandro Damiano stanno vivendo, in due luoghi distinti il Triduo pasquale:  nella Basilica Cattedrale San Gerlando di Agrigento  il cardinale Francesco Montenegro e nella parrocchia San Gerlando di Lampedusa monsignor Alessandro Damiano. Entrambe le Celebrazioni sono state trasmesse in diretta streaming, sul Canale Youtube dell’Arcidiocesi di Agrigento (vedi) sulla pagina Facebook della parrocchia san Gerlando di Lampedusa da “Espressione live” (Vedi).

L’ultimo venerdì Santo – come lui stesso ha detto nella riflessione- nella cattedrale di Agrigento per il card. Francesco Montenegro,  il primo a Lampedusa  per mons. Alessandro Damiano. Nella maggiore delle Pelagie come ad Agrigento, durante l’Azione Liturgica del Venerdì Santa è stata commemorata la Passione e Morte di Gesù Cristo.

LAMPEDUSA – Parrocchia San Gerlando

A Lampedusa, durante la celebrazione – scandita dai  tre momenti della Liturgia della Parola, l’Adorazione della Croce e la  Comunione eucaristica – mons. Damiano, al termine della proclamazione delle letture e prima della proclamazione del Vangelo della Passione ha salutato la Comunità ecclesiale ed introdotto al racconto della Passione. “È da qualche mese – ha detto –  che tentavo di venire  trovare questa comunità, diverse vicende – un po’ il mare un po’ la pandemia – hanno impedito questa visita. Questa volta,  ha detto ai presenti ,  ci siamo riusciti. Con i vostri parroci (don Carmelo La Magra e don Fabio Maiorana n.d.r.) abbiamo deciso di condividere questa Pasqua del Signore… Siamo al centro del Sacro Triduo – ha proseguito – , la parola del profeta Isaia (Is 52,13-53,12) ci ha introdotti bene nel Servo sofferente (II brano è costituito dalla illustrazione profetica di Gesù come servo di Dio innocente e fedele fino alla morte n.d.r.) Tra poco – ha proseguito –  la parola del Vangelo offrirà alle nostre orecchie e al nostro cuore la narrazione della Passione del Signore… Accostiamoci a questa pagina del Vangelo – ha esortato i presenti – con spirito di contemplativi ricordandoci che è quel passaggio – come per Gesù Cristo –  che ci fa giungere alla risurrezione”.

Mons. Damiano si è soffermato, poi, sull’agonia di Gesù . “Quando sentiamo la parola ‘agonia’ la prima cosa che pensiamo è la sofferenza come preludio all’esperienza della morte.  Ma – ha ricordato – ‘Agonia’ in greco significa lotta. Non guardiamo nell’agonia solo all’agonizzante, a colui che sta passando da questa vita all’altra, ma, guardiamola,  come ad una lotta;  certo – ha proseguito – una lotta tra la vita e la morte,  ma anche una lotta con la storia, con la cronaca, dove affermare  la paternità di Dio e presentare la nostra obbedienza di figli. Ascolteremo nel Vangelo: «Padre non secondo la mia volontà». È questa – ha proseguito –  la lotta, che dobbiamo guardare.  L’agonia, non come abbattimento, ma come momento alto di lotta, quella per  la verità e la vita. Questa lotta – ha detto –  i vangeli ce la propongono nel momento delle Getsemani, che significa luogo del frantoio. Lì dove il frutto dell’ulivo viene macinato e se ne ricava l’olio; questo frutto di natura è ricco di qualità sue ma anche di forza simbolica. Gesù nell’Getsemani diventa olio, balsamo di consolazione, segno di forza. Fermiamoci a contemplare- ha esortato – la Parola che ci verrà annunziata e nel silenzio permettiamo alla parola di riposare dentro ciascuno di noi”.

Dopo queste parole è stato proclamato il Vangelo della Passione a cui è seguito un prolungato momento di silenzio, la preghiera universale  ed il momento suggestivo dell’adorazione della Croce con il triplice invito volgere lo sguardo al  “legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo”, mentre la Croce, posta al centro dell’Assemblea,  veniva svelata dal drappo rosso che la copriva e l’Assemblea cantava “Venite adoriamo”. Prima della comunione eucaristica si è tenuta la colletta per la Terra Santa in segno di comunione e di solidarietà per ricordarci e  non ignorare le situazioni di bisogno e di difficoltà dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che vivono nei Luoghi Santi. La Celebrazione, dopo la benedizione, si è sciolta in silenzio in attesa della Veglia solenne durante la quale si celebra la Risurrezione di Gesù.

AGRIGENTO – Basilica Cattedrale San Gerlando

Ad Agrigento – a causa della pandemia, come lo scorso anno , tutte le manifestazioni pubbliche della pietà popolare sono state sospese. L’Arcivescovo, Francesco Montenegro, alle ore 16:00,  ha presieduto l’Azione liturgica della Passione del Signore a cui  sono seguiti momenti di preghiera personale e comunitaria, dei fedeli e dell’Arciconfraternita del Crocifisso,  fino alle 20:00 quando è stato deposto alla venerazione il “Cristo morto” (Vedi) e il cardinale Francesco Montenegro – dopo il tradizionale canto dell’ “Ah si versate lacrime”(vedi) ha pronunciato il messaggio all’Arcidiocesi e alla Città, che tradizionalmente si tiene durante la processione del Venerdì Santo,  con l’Urna del “Cristo morto” e la Statua dell’Addolorata. In piazza San Domenico, sul sagrato della Concattedrale. (Ascolta e vedi qui)

Il Messaggio-preghiera dell’Arcivescovo Francesco Montenegro

Anche quest’anno, come da tradizione,  il messaggio si è fatto preghiera e dialogo con il Signore Gesù.

“Gesù – ha detto don Franco – sono qui, di fronte alla tua immagine deposta nell’urna, in questo Venerdì Santo, di nuovo insolito, anche se non uguale a quello dell’anno appena trascorso”. Non è mancato il riferimento al tempo particolare che stiamo per vivere:  “Il Covid ha impresso alla vita di tutti una sospensione, una vera interruzione. Ne risente – ha proseguito –  perfino la liturgia della Chiesa, così come la nostra pietà popolare.

Cerchiamo di adattarci, ma nulla è, e temo sarà, come prima. Anche il modo di comunicare – ha detto –  è cambiato, oggi parliamo soprattutto di tamponi rapidi e molecolari; di indici di contagio; di terapie intensive; di vaccini; di immunità… Siamo passati dal lessico martellante dell’economia e della finanza: borse, indice, spread … al lessico della salute. Ma ho l’impressione, posso sbagliarmi – ha proseguito –  che assieme a questi termini tecnici non riusciamo a dire con la stessa frequenza parole quali prendersi cura, attenzione per l’altro, gentilezza, insomma le parole tipiche della fratellanza. E non sempre a questi termini seguono azioni di vicinanza. Prima, per esempio, i medici, gli infermieri, i volontari e gli altri impegnati coi malati erano eroi, oggi, pur continuando a fare le stesse cose, non sono più guardati benevolmente. Mah?!?

I segnali – ha notato – sono contrastanti. Ad azioni che ricordano l’olio e il vino del buon Samaritano, si mescolano atti di indifferenza e di indegna bassezza, che fanno pensare al sacerdote e al levita della parabola (cf Lc 10, 25-37), e addirittura li superano per cattiveria. Sai – ha detto al suo e nostro Signore – , anche quest’anno alcuni “scartati” in tante parti sono morti per assideramento e indifferenza. Sì, Gesù, oggi non si muore solo di Covid, e tu lo sai benissimo, ma anche di freddo, di inedia accompagnati dall’indifferenza dei più!

Continua la sofferenza e la morte – «quanta sofferenza» ripeteva il Papa a Lampedusa – nelle rotte della disperazione che solcano il mostro mare e continua la nostra finta meraviglia per i naufragi. Lo sappiamo tutti che quelle imbarcazioni fragili difficilmente riescono ad attraversare il mare, eppure con la bravura di chi sa fingere, riusciamo a dire: poveretti, ma subito aggiungiamo: se ne tornino a casa loro. Ognuno si pianga i suoi guai… Ora si è aggiunta – ha continuato –  la rotta balcanica. Altra sofferenza, altre tragedie, altro dolore. L’Europa continua a perdere occasioni per mostrarsi aperta e solidale, occupata com’è a costruire monumenti sull’acqua, di chiusura e crudeltà. E poi ci sono i profughi di guerre senza fine, che continuano ad affollare campi… e i loro bambini sono costretti ad andare a scuola sotto le tende e le bombe o vengono rapiti per imbracciare i mitra. Se fossero i nostri figli … In Nyanmar, in nome dell’arroganza del potere, si spara su pacifici manifestanti… È vero, sono fatti che avvengono lontano da noi. Eppure, tu ci hai ricordato sino alla fine che siamo tutti fratelli. «Quanta sofferenza».”

Non è mancato il riferimento ai fatti di cronaca del nostro territorio. “Ma sai – ha proseguito don Franco – questi fatti, anche se in modalità diverse, capitano anche da noi. Mi riferisco a quanto accaduto a Licata, fatti che ci hanno lasciato indifferenti. Cose impensabili in un paese civile, né ci mette la coscienza a posto sparando una facile condanna. Abbiamo bisogno di chiederci dinanzi a te, e lo facciamo stasera: cosa non funziona in noi? Perché – si è chiesto – non riusciamo a trasmettere il tuo profumo? Perché ci rattristiamo per il fatto che non possiamo svolgere le funzioni religiose della Settimana Santa secondo le tradizioni e poi trattiamo i disabili, gli anziani, gli ammalati come pesi su cui scaricare la ferocia e l’aggressività. Loro sono il segno perenne di Te, crocifisso sul Golgota: «I poveri… li avete sempre con voi» (Mc 14,7).

Stasera penso ai nostri giovani. Oggi sembra che sia una colpa essere giovani. Stanno vedendo il mondo cambiare per la pandemia e sono spaesati, impauriti, anche in lacrime; non sanno più qual è il loro posto. Sono colpiti dalla pandemia ma anche dal giudizio degli adulti, che probabilmente non riescono a capirli fino in fondo e chiedono ai ragazzi ciò che gli stessi adulti non riescono a fare. Molti li vedo partire e vivere lontani dai loro territori e affetti: si svuotano i nostri paesi, ci si impoverisce di vita. E noi osserviamo rassegnati. Gesù, hai detto: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37). Ci inviti cioè a fare la nostra parte: non importa se piccola o grande. Spesso – ha notato – non si tratta di donare cose o soldi, anche se quelli servono.

C’è fame di pane e di sorrisi; di perdono e speranza; di sguardi e di saluti…. Dovremmo, Signore, reimparare a chiedere: «come stai?». Invece siamo troppo presi dal: «che cosa vuoi?».  Ti penso, Signore, quando il tuo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra (cfr Lc 22,44). Signore, sappiamo che ci capisci, perché hai vissuto nel totale abbandono e nella più ignobile solitudine, la notti dell’angoscia della morte (cf Mc 14,33) In quella notte sei stato triste fino a morire (cf Mt 26,38). Pietro, uno dei tuoi amici più fidati ti rinnegherà; Giuda, ti venderà come una cianfrusaglia di poco valore; i soldati, si faranno beffe di Te e scaricheranno le loro frustrazioni sul tuo corpo: quanta violenza! «Quanta sofferenza». I sacerdoti del Tempio, ti condanneranno senza appello: “Crocifiggi, crocifiggi…”, così urleranno a un Pilato che metterà a tacere la sua coscienza di uomo del potere con un po’ d’acqua versata sulle mani.

Quanta corruzione nella tua triste vicenda, Signore! Quanti corrotti! Quanti corruttori! La corruzione: un male mortale travestito di bene e di giustizia, e perfino del fascino della bellezza. Pensa un po’, si gioca per interessi anche col numero dei malati e dei morti del Covid. Rosario Livatino – ha proseguito ricordando il prossimo beato martire della giustizia – ravvisò nella corruzione un male strutturale, capace di ferire mortalmente, ancora oggi, questa nostra terra, così bella, a tristi primati di inefficienza pubblica e invivibilità privata. Anche Livatino, come Te, visse il suo lungo Getsemani. Dovette attraversare l’angoscia della minaccia. Dovette scegliere come Te se abbandonarsi alla convenienza o conseguire il bene maggiore. Tanto la tua, quanto la vicenda dei testimoni di ogni tempo, e di ogni condizione sociale, compresa quella di padre Vinti, non possono non inscriversi nella logica del dono – libero, assoluto, senza contraccambio – nella logica dell’amore.”

L’esortazione finale: “Amatevi l’un l’altro… Siate veri amici! Siate Fratelli! Questo – ha detto – il tuo unico comandamento. Per tutti.

Siate fratelli! Solo allora, l’alba di speranza per Agrigento si tingerà di Pasqua e profumerà di mandorli e di grano. Siate fratelli, reimparate a far bastare il pane per tutti, solo allora la «Concordia» cesserà d’esser il nome di un tempio e diverrà nome del tempo. Siate fratelli! Attivate le capacità di affrontare la notte, solo così, ungendo di vita e del futuro che viene dalla Pasqua, Agrigento cesserà di collezionare aggettivi per tornare ad essere nome proprio”.

Signore, per l’ultima volta, pubblicamente, ti ho parlato della mia Chiesa, della mia Città e del territorio agrigentino. Però sai che continuerò a parlartene, anche da lontano, nella mia preghiera di intercessione e di lode. Non potrò scordare questa mia gente con le sue necessità, gente che mi hai affidato e che ho amato e amo. Tutti, Signore, abbiamo bisogno di Te!”

Santa Maria – ha concluso – , insieme al mite Giuseppe, insegnaci, a confidare nel Padre; permani con noi nelle tante notti della vita; guidaci a godere le albe dello Spirito e le sue primavere. Ricordaci che la fraternità è la festa della paternità di Dio e che la speranza è l’anima della fede e della carità. Amen”.

 

 

 

 

 

 

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