“Miracolo” a Lampedusa: Parroco per mezzo secolo, in memoria di padre Policardi

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Padre Policardi, (Archivio L'Amico del Popolo)

Lampedusa 12 giugno 2023. Nel giorno in cui a Lampedusa si tiene la traslazione del corpo di padre Giuseppe Policardi nel Santuario della Madonna di Porto Salvo (vedi), XXV dalla sua nascita alla Vita vera, pubblichiamo due articoli dal titolo “Miracolo” a Lampedusa: Parroco per mezzo secolo che Padre Stefano Pirrera, per la rubrica “Sicilianità”, sul settimanale “L’Amico del Popolo”,  dedicò al compagno di Seminario e di ministero il 15 e il 22 maggio del 2011

La sosta nella parrocchia San Gerlando di Lampedusa prima della traslazione al Santuario

Miracolo” a Lampedusa: Parroco per mezzo secolo ( 1)

(dal settimanale diocesano  “L’Amico del Popolo” del 15/05/2021)

       

Fino agli anni Cinquanta, chi accennava a Lampedusa e Linosa, pensava di potersi riferire a due povere isole abitate da famiglie di pescatori e già colonie penali. Di un ex carcerato, condannato “all’isola”, voleva dire che aveva scontato qualche anno di pena in quegli scogli privi di vera vita sociale e di veri conforti e attività urbane. Gli abitanti residenti, tuttavia, erano qualche migliaio, e il Vescovo di Agrigento si preoccupava di mandare un Parroco, che non riusciva, comunque, a stabilirvisi oltre due anni. Per il malcapitato Prete, generalmente giovane, appariva quasi una punizione, se non addirittura un marchio peggiore.

Ecco perché l’apparizione nel Seminario di Agrigento del giovane Giuseppe Policardi, nativo di Lampedusa, venuto nel 1939 per studiare, con la precisa volontà di farsi Prete e divenire, a Dio piacendo, Parroco della sua terra, sembrò una specie di aurora miracolosa. L’arrivo di questo ragazzo di quattordici anni, tanto alto e magro a confronto dei suoi coetanei, e così timido e sperduto, da far pensare che provenisse da un altro pianeta, costituì effettivamente un avvenimento che avrebbe influito positivamente su tanti suoi compagni. Che il giovane Giuseppe Policardi fosse particolarmente segnato dalla Provvidenza, lo si capì ben presto e da tutti in Seminario, perché, alla fine dell’anno scolastico, fu l’unico a non poter partire e tornare in famiglia, per le brevi vacanze, a causa della guerra.

Una lontananza che si sarebbe protratta ancora per quattro interminabili anni. Separazione forzata, resa sempre più angosciosa dalla mancanza di notizie circa la sorte dei familiari, costretti a cercare difficile riparo ai continui bombardamenti. Fu così che l’incomparabile e caro don Giuseppe divenne segno di riferimento e modello di comportamento per tutti gli alunni del Seminario e, per una intera generazione di Preti (almeno 80), che lo conobbero durante gli studi. Come ci si poteva, infatti, lamentare del cibo abborracciato, o della lontananza della famiglia, confrontandosi con la muta sofferenza di quell’unico ragazzo tanto provato?

D’altra parte, come non ammirarlo, più che compatirlo? Mite e remissivo, incantava tutti con un sorriso che gli illuminava il volto, e – mentre evidenziava la graziosa fossetta sul mento – rendeva particolarmente simpatica la sua compagnia, anche perché l’innata e gentile timidezza faceva da correttivo alla prestanza fisica.

Durante quegli anni bui e feroci, non gli venne meno l’affetto dei Superiori, che lo ebbero carissimo, e dei compagni, che fecero a gara per averlo come ospite durante le vacanze. Ma il penoso vuoto scavatogli dentro dalla lontananza e dalla mancanza di notizie, nessuno poteva colmarlo. Il giovane Giuseppe, tuttavia, avrebbe compreso ben presto a che cosa mirava la Provvidenza, nel permettere che tanta sofferenza accompagnasse  la sua adolescenza. Sapeva che tutta la Diocesi contava su di lui, per essere liberata da quella specie di minaccia: che qualcuno dei giovani Preti finisse al “confino”. Il Vescovo glielo aveva ricordato, tante volte; sapeva dell’affettuosa stima che lo circondava in Seminario; dell’attesa fiduciosa del Rettore e di tutti i Professori; sentiva di non avere altri amici, oltre i compagni di studio, preghiera e sofferenza, conosciuti ed amati durante i duri anni della guerra. Per tutto questo, ogni giorno di più ribadiva il proposito di arrivare alla meta: spendersi con Cristo per la sua gente.

(foto Archivio L’Amico del Popolo

Finalmente, nel Luglio 1943, dopo lo sbarco degli Americani, il Rettore gli comunica che può imbarcarsi sulla nave “Carpaccio”, per passare le vacanze a Lampedusa.

Era già sera, dopo cena; il giovane Giuseppe sta sistemando alcune povere cose nella valigia, per avventurarsi, a piedi, lungo scorciatoie e raggiungere il porto di Agrigento (Porto Empedocle). L’amico Filippo Bonanno gli chiede se l’accompagnasse qualcuno. Giuseppe, come al solito timido e impacciato, risponde: “Non saprei. Il Rettore non me ne ha parlato. A dire il vero, di sera e da solo… temo di non conoscere bene la strada.” L’amico non attende neppure che termini il suo dire. Corre dal Rettore, che approva contento la disponibilità.

L’amico Filippo conosceva bene le scorciatoie, che si percorrevano nei giorni di “passeggio lungo”. In breve, attraversate le viuzze del Rabbato, si pervenne al macello e, giù per la vallata, si arriva a Villaseta e, ben presto, al porto. Racconta l’amico Filippo: “Non eravamo certo allegri, e mancava la voglia di parlare. I pensieri si affollavano. Mi chiedevo: l’amico Giuseppe troverà vivi i suoi cari?

La nave era già al porto, ma bisognava ancora aspettare. Mi avvicinai, e gli proposi di recitare il Rosario. Non rispose. Mi accorsi che piangeva in silenzio. Improvvisamente, si voltò e mi disse: ‘Sento delle voci, come se mi chiamassero dall’isola. Se sarò Prete, resterò per sempre a Lampedusa”.

Fu incomparabile Parroco (1949 – 1998) e Insegnante di ruolo nella scuola primaria, per quasi cinquant’anni. Oggi, tutto quanto si può ammirare di buono e di bello nell’isola, fa riferimento all’opera e al consiglio del Parroco Policardi, e non c’è un lampedusano che non gli debba un grazie.

 

Miracolo” a Lampedusa: Parroco per mezzo secolo ( 2)

(dal settimanale diocesano  “L’Amico del Popolo” del 22/05/2021)

   Continuando il racconto della provvidenziale vicenda del giovane Seminarista Giuseppe Policardi, nativo di Lampedusa, sappiamo che i tre mesi – luglio-settembre 1943 – trascorsi in famiglia e tra la sua gente, lo confermarono nell’idea, già maturata, di divenire Prete e spendersi totalmente per la comunità e la terra che lo avevano visto nascere.

Sapeva che tutta la Diocesi di Agrigento contava su di lui, per essere liberata da quella specie di minaccia che qualcuno dei giovani Preti – ogni due-tre anni – finisse al “confino”. Perciò, tornò in Seminario, felice non solo di avere trovato tutti vivi i parenti, ma, principalmente, di non avere mutato proposito.

(ph. Archivio l’Amico del Popolo

Ora sa cosa deve fare, durante gli ultimi quattro anni che lo distanziano dalla Meta: maturare al sole dell’idea di prepararsi a sapersi donare tutto a tutti. Non per nulla, il Rettore gli affida il delicatissimo incarico di infermiere. La sua amabilità, l’impegno nello studio e la particolare capacità di utilizzare il tempo, rendendosi disponibile per i bisogni degli altri, non potevano non essere notate quali basilari attitudini per sapere gestire una responsabilità unica, anche per l’autonomia che gli veniva consentita (era l’unico che poteva considerarsi indipendente dall’osservanza degli orari), ed impegnarsi nell’esercizio delle virtù della generosa pazienza, prudente fermezza, fraterna sollecitudine, che spesso richiedeva di dovere sacrificare il sonno e lo studio. Se ne ricorderà di questa esperienza, quando l’ammalato “terminale” sarà proprio lui.

Divenuto il primo Prete-Parroco nativo di Lampedusa, nel 1949, sa che lo aspetta un lavoro tutto in salita: la Comunità isolana, durante la guerra, era stata abbandonata a se stessa, e frastornata per lo scandalo causato dalla defezione del Parroco precedente. Ma, in Don Giuseppe, l’entusiasmo c’è tutto, la volontà è temprata, e non fanno difetto intelligenza e cultura. Basta iniziare bene e sapere proseguire con costante accorgimento. Nel 1951, vince, tra migliaia di concorrenti, il concorso magistrale, e diviene il primo insegnante di ruolo, nativo e residente nell’isola. Assicurata l’educazione cristiana dei fanciulli, tutto il resto sarà più facile.

Dicevamo, nella puntata precedente, che oggi non c’è Lampedusano che non debba un grazie alla sua grande opera. Ma non solo per l’educazione e l’insegnamento impartiti a scuola, e le tante iniziative socioculturali, nonché per i miglioramenti strutturali nell’isola, ma in maniera particolarissima, è rimasto nel cuore di ognuno per l’esempio e l’amore dimostrati verso tutti durante gli ultimi cinque anni della sua vita. Diagnosticato, infatti, un tumore alla gola, le sofferenze si protrassero, non per mesi ma per lunghi anni. Nascondere la gravità del male, in questi casi, non è educativo, né per l’interessato e ancor meno per quelli cui si vuol bene. Il bene di tutti era stato sempre il suo assillante impegno, ora – durante la malattia – sa di potere offrire qualcosa di esclusivamente suo: il dolore, la sofferenza macerante. Lo fa con gioia, rendendo grazie al Signore che gliene dà la possibilità.

La brevità dello spazio non ci consente di seguirlo nel suo doloroso peregrinare da un ospedale all’altro: da Roma a Milano, da Milano a Parigi. Per renderci conto di quanto il suo cuore fosse legato e rivolto alla sua Comunità, basterebbe leggere anche una sola lettera tra le tante, rivolte ai Cristiani di Lampedusa. Il 7 Novembre 1997, scriveva dall’ospedale di Parigi: “Cristiani, come già sapete, la mia Via Crucis continua. Dovrò sottopormi ad una nuova operazione, dopo le due di quattro anni or sono. Operazione complessa: oltre a togliermi l’osso infetto della mascella, che mi fa tanto soffrire, mi dovranno asportare un pezzetto di osso dalla gamba, per trapiantarlo al posto di quello infetto. Le mie notti non sono tranquille, mentre il mangiare è un problema. La saliva  bruciante e appiccicosa mi rende faticoso prendere il latte la mattina, ed il pranzo e la cena…In questi ultimi giorni, la situazione si è aggravata, tanto che non riesco a celebrare la Messa e fare la Comunione… Nonostante tutto, il morale è buono…e la grazia maggiore è stata la Vostra dimostrazione di affettuosa solidarietà e le Vostre preghiere. Il pensiero di avere una Comunità che, in questa malattia, mi ha seguito e voluto tanto bene, è stato di grande conforto e aiuto. Di questo, non smetto di ringraziare il Signore, e rinnovo anche a Voi il mio grazie, veramente di cuore.”

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