Houellebecq e il fine vita: la solitudine dell’uomo moderno di fronte alla morte

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Roma, 18 febbraio 2014: braccio con flebo, fine vita, eutanasia, malati, medicina, cure - foto SIR/Marco Calvarese

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del prof. Giuseppe Burgio sulla voce di uno scrittore laico come Michel Houellebecq, che ci interpella e riteniamo possa offrire uno stimolo di discussione anche per il mondo credente. Il pensiero di Michel Houellebecq, oltre a essere una diagnosi del nichilismo contemporaneo, costituisce un contributo che scuote le coscienze, ricordandoci che una società misura la propria umanità dalla cura e dall’amore con cui sa custodire i suoi membri più fragili fino all’ultimo istante.

Il Magistero della Chiesa cattolica sul tema della cura dei malati terminali insiste costantemente sul valore inestimabile della persona e sull’importanza di non cedere mai alla logica dello scarto, contrapponendo alla cultura dell’eutanasia la via della vicinanza e delle cure palliative.

«Non sempre si ottiene la guarigione, ma sempre è possibile prenderci cura del malato, accarezzare la sua vita, fargli sentire la vicinanza e l’amore della comunità.» (Papa Francesco ascolta qui )

«La compassione non è mai solo un moto individuale: si allarga, diventa un “noi” più forte della somma dei singoli. Familiari, operatori sanitari, volontari: la rete della cura è il volto concreto della carità, in cui si manifesta una società che sa prendersi cura di chi soffre, come fa Dio.»  (Papa Leone XIV, Messaggio per la XXXIV Giornata mondiale del malato 20.01.2026, qui)

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In un articolo-saggio pubblicato in Francia da Le Figaro, un importante e controverso scrittore riflette amaramente sul sacro, sulla morte e altro ancora. La marea torbida di sangue, questo il titolo, è stato stilato da Michel Houellebecq, nichilista sui generis, agnostico, impegnato da diversi anni a vaticinare la fine della civiltà occidentale in alcuni romanzi di grande successo – Annientare del 2020 è l’ultimo – e oggi spesso liquidato come infrequentabile reazionario per la sua ostinata predicazione laica contro l’eutanasia e per la polemica con i sostenitori dell’argomento della dignità a proposito della legge francese sul fine vita.

         Gli argomenti, ispirati al buon senso e da molti condivisi, circa le condizioni d’assenza di dignità che giustificherebbero il ricorso all’eutanasia, sono sdegnosamente respinti da Houellebecq; sia sul piano dello svelamento della falsa coscienza etica che li sottenderebbe, che dalla drammatica descrizione delle condizioni reali, concrete, di abbandono e di glaciale solitudine in cui versano le persone molto anziane e gravemente ammalate nelle strutture sanitarie francesi preposte al trattamento del fine vita. Ha scritto Houellebecq: “Tutti gli argomenti si riducono a uno solo: la dignità. […] Alla fine la dignità ha una sola funzione. Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo”. E inoltre, sempre più convinto di combattere una battaglia persa in partenza: “Mi hanno definito un profeta della depressione. È vero che ho dedicato gran parte del mio lavoro di scrittore di romanzi a descrivere il suicidio dell’Occidente e l’avanzata del nichilismo. Ma non ricordo di essermene mai rallegrato. Chiedendo l’accesso all’eutanasia per i suoi cittadini la Francia sta chiedendo la propria eutanasia”. E allora il progressismo si mostra, aggiunge Houellebecq, per quello che in realtà è: un destino.

         A informarci sul nuovo saggio dello scrittore è l’articolo sul Foglio di Giulio Meotti; ed anche Houellebecq stesso, con una sua riduzione sintetica pubblicata di recente da un quotidiano nazionale. La tesi di fondo è che assistiamo indifferenti al prevalere sulla ragione di una istintualità animale allorché, al pari degli animali, ci allontaniamo per morire in solitudine: “A lungo avevamo creduto di costituire una tribù di un ordine superiore; c’eravamo sbagliati, dicono gli animalisti, e questo ritorno alla legge animale – ecco la cosa più strana – dovrebbe essere considerato come un progresso”. In realtà, oltre a sferrare una offensiva generale nei confronti dell’eutanasia, ciò che preoccupa sopratutto Houellebecq, peraltro, lo ripetiamo, perfettamente consapevole dell’impossibilità che si affermino le sue presunte ragioni, è la burocratizzazione di tale pratica; ovvero, quasi l’affermazione di qualcosa che possa essere prescritto ambulatorialmente e – dice nel suo articolo Giulio Meotti – trasformi la morte in servizio amministrativo, in prestazione di welfare.

         Houellebecq, in passato apprezzato perfino da un intellettuale militante come Angelo Guglielmi – “in Europa le sole note di novità ci vengono da Houellebecq che profetizza a breve la fine della cultura occidentale” – e più di recente dall’appassionato elogio del padre domenicano Olivier Thomas Venard – “Houellebecq fa udire al mio orecchio una delle voci cattoliche più autentiche del nostro tempo” – fa discendere le sue attuali posizioni da un radicale antimodernismo. A suo giudizio la modernità ha progressivamente smantellato quel “sistema d’eccezioni” che ogni civiltà costruisce; ma l’abrogazione delle figure del sacro non aveva ancora osato offendere, attaccare la specificità sacrale del morente. La legge francese sul fine vita, di fatto sostenuta dalla riduzione del morente a costo puro, rappresenta il definitivo trionfo del criterio economico della contabilità sul già residuale versante del sacro. Giulio Meotti, a tal proposito, cita quanto Houellebecq ha scritto sul settimanale Point di pochi giorni fa: “Il sacro non è mai stato altro che la domenica, la notte, l’infanzia, il capezzale: la domenica è caduta, la notte è cancellata, l’infanzia è diventata un mercato. Restava il letto del morente, ultimo territorio dove l’utilità non entrava”.

         Certo la questione non potrebbe essere più spinosa, e la radicalità con cui Houellebecq affronta l’estrema delicatezza dell’argomento impone un impegno, un surplus di riflessione, ben più intenso di quello richiesto dagli scritti degli anni settanta del secolo scorso da Pasolini e, ma soltanto in parte, da Sciascia. La coscienza, osserva Houellebecq, “di entrare in un mondo in cui sarà più facile morire mentre io avrei preferito un mondo in cui si potesse vivere”, non può che scuotere la sensibilità di chi costantemente interpella le cose del mondo.

In questo senso, forse, le parole più appropriate sono state scritte da Chiara Valerio su la Repubblica: “Non è importante essere d’accordo o no con Michel Houellebecq, è importante, essenziale, vitale, non aver paura d’indagare narrativamente ciò che ci sta intorno e noi stessi costruiamo”.

Giuseppe Burgio