Tragedia Marcinelle: in ricordo di Carmelo Baio e Calogero Reale

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Miniera di Marcinelle
Foto (ANSA/SIR)

Carmelo Baio e Calogero Reale. Sono questi i nomi delle uniche due vittime agrigentine del disastro della miniera di Marcinelle. Morirono l’8 agosto 1956 insieme ad altri 260 minatori, di cui 136 erano di nazionalità italiana. Cinque erano siciliani, insieme a baio e Reale, persero la vita Sebastiano Campisi di Augusta, Gaetano Indorato di Sommatino e Salvatore Piluso di Caltagirone.

Baio e Reale, come i tanti italiani del post guerra, furono attratti dalla propaganda di quei tempi e dal manifesto rosa che venne affisso in tutte le città, paesi e borgate d’Italia. Il Governo doveva in qualche modo rispettare il Protocollo italo-belga (noto anche come accordo “Uomo-Carbone”), firmato il 23 giugno 1946 a Roma dall’allora presidente del Consiglio italiano, il democristiano Alcide De Gasperi, e dai rappresentanti del governo belga. Si trattava di un accordo bilaterale economico e migratorio unico nel suo genere, mirato a risolvere i problemi strutturali post-bellici di entrambi i Paesi. L’accordo prevedeva un vero e proprio scambio di risorse umane contro materie prime strutturato secondo quote precise. L’Italia si impegnava a inviare in Belgio 50.000 lavoratori (diventati circa 140.000 nel decennio successivo) destinati alle miniere di carbone. Il Belgio si impegnava a vendere all’Italia 2.500 tonnellate di carbone al mese ogni 1.000 minatori italiani effettivamente impiegati e attivi nei pozzi. Erano gli anni del dopoguerra e le due Nazioni si trovavano ad affrontare gli strascichi lasciati dal conflitto. L’Italia affrontava una disoccupazione dilagante. Mancava di energia per far ripartire le industrie. Il Belgio invece possedeva enormi giacimenti carboniferi ma soffriva di una gravissima carenza di manodopera interna, poiché la popolazione locale rifiutava un lavoro così rischioso e logorante.

Il manifesto rosa del reclutamento per le miniere del belgio
Il manifesto rosa del reclutamento per le miniere del belgio

Lo Stato italiano promosse attivamente la partenza tramite i “manifesti rosa” che promettevano ottimi salari, alloggi, ferie e viaggi gratuiti. Il contratto vincolava l’emigrante a 5 anni di miniera, con l’obbligo tassativo di completare almeno il primo anno di sotterraneo. Chi abbandonava il lavoro prima del termine rischiava l’arresto immediato da parte delle autorità belghe.

Al loro arrivo, i minatori trovarono condizioni drammatiche: baracche di legno (spesso ex campi di prigionia per soldati russi o tedeschi), turni massacranti fino a 1.000 metri di profondità, discriminazioni sociali e una totale mancanza di misure di sicurezza che culminò, dieci anni dopo, nella tragedia di Marcinelle.

Per comprendere meglio leggi

Prima di scrivere questo articolo sono andata a dare un’occhiata alle pagine del settimanale degli anni 1956 e 1957. Nulla sulla tragedia di Marcinelle. Ma ho trovato uno spazio settimanale dal titolo “Italiani nel mondo. – Notizie per gli emigranti”. “Metallurgici specializzati richiesti dalla Francia”, “Pittori, verniciatori dell’edilizia richiesti dalla Francia”, o “Ancora aperto il reclutamento di orlatrici di tomaie per la Germania”. Nello spazio del settembre 1957 ad aprire la rubrica è “Ripresa dell’emigrazione di lavoratori per le miniere in Francia, In Olanda e in Germania”.

Si legge: “Il Ministero degli Affari Esteri, d’intesa con il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, ha deciso di autorizzare la ripresa del regolare flusso emigratorio di lavoratori verso le miniere della Francia, dell’Olanda e della Germania.
La sospensione dei reclutamenti di minatori italiani per i suddetti tre Paesi fu una estensione di quanto precedentemente disposto per le miniere belghe, in seguito alla catastrofe di Marcinelle.
Scopo di tale provvedimento sospensivo era di accertare che nei bacini minerari della Francia, della Germania e dell’Olanda fossero applicate tutte quelle misure di sicurezza sul lavoro atte a garantire, entro i limiti del possibile, l’incolumità dei lavoratori.
A tale accertamento è stato possibile giungere in varie forme, e particolarmente in sede di una apposita Conferenza internazionale svoltasi in Lussemburgo sotto gli auspici della CECA, sono state infatti fornite dettagliate notizie in merito alle installazioni tecniche per le misure di sicurezza sul lavoro e per la organizzazione sociale; sono stati dati inoltre precisi affidamenti circa l’esatta applicazione dei regolamenti vigenti in materia di sicurezza e l’adozione di vari provvedimenti, destinati a diminuire la pericolosità e la gravosità del lavoro nelle miniere”.

Continuava il reclutamento di forza lavoro all’estero e la politica di emigrazione della popolazione con il supporto dello Stato italiano.

Nella tragedia di Marcinelle (e nelle tante non emerse o nascoste) morirono, soffocati dal fumo dell’incendio che si produsse all’interno della miniera, uomini che pensavano di riuscire ad avere un futuro migliore ma trovarono solo razzismo, fame, soprusi e morte.

Agrigento non ha organizzato nessuna cerimonia per ricordare i due concittadini morti a Marcinelle.