Veglia al “Parco Livatino”, don Cumbo:”coltivare, come Livatino, cuori generosi, fede intrepida e desiderio di santità

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La veglia di preghiera (ph. Chiara Ippolito)

Nell’ambito delle “Giornate di cultura e spiritualità sulle orme del Beato Rosario Livatino – Giustizia e Pace si baceranno”, sabato 20 settembre, vigilia del giorno del martirio del giudice Rosario Angelo Livatino, proprio nel posto dove, il 21 settembre del 1990 venne barbaramente ucciso .  oggi diventato “Parco Livatino” in memoria di tutte le vittime innocenti di mafia – si è tenuta una veglia di preghiera (qui il testo). A presiederla il vicario generale, don Giuseppe Cumbo.  Durante la veglia sull’altare dell’apposito spazio del Parco dedicato alla preghiera, è stata posto il reliquiario che custodisce la camicia intrisa di sangue, che il giudice indossava il giorno del martirio recandosi da Canicattì al Tribunale di Agrigento e un  un Crocifisso abbracciato da teli di diverso colore e tessuto a significare l’abbraccio e il desiderio a mettersi  in cammino per seguire Gesù sull’esempio del beato Rosario, un credente credibile fino al martirio. Don Giuseppe nella riflessione (leggi qui il testo integrale)  ha offerto una prospettiva profonda sulla figura di Rosario Livatino e sul suo legame con il territorio agrigentino. Ha invitato a guardare la Sicilia non solo come una terra di contraddizioni, ma come un luogo fecondo, capace di generare “profeti” come il giudice.

                  Rosario Livatino ha scelto di rimanere e lavorare nella sua terra, vedendola come un giardino da bonificare, una realtà che meritava di essere liberata dal “blocco grezzo” della criminalità. Il suo impegno costante e appassionato, vissuto “sub tutela Dei” (sotto la protezione di Dio), è stato un atto di giustizia che mirava a liberare la bellezza intrinseca di questa terra.

                  Ricollegandosi alle parole di Papa Giovanni Paolo II, che nel 1993 definì Agrigento “madre di menti eccelse e di cuori generosi”,  ha sottolineato come Livatino si inserisca perfettamente in questa “lunga catena di santi” della Chiesa agrigentina. Egli ha dimostrato – ha detto –  una mente eccelsa, un cuore generoso e una fede intrepida, vivendo pienamente la sua vocazione cristiana.

L’invito rivolto ai partecipanti, in particolare ai giovani, è stato quello di coltivare gli stessi doni: una mente aperta capace di progettare futuro e lottare contro il disfattismo, un cuore generoso immune all’indifferenza, una fede intrepida per affrontare le sfide e un forte desiderio di santità, rifiutando le false promesse di felicità.

Il messaggio di Livatino, a 35 anni dal suo martirio, continua a risuonare. Essere cristiani, come dimostrato dalla sua vita, significa andare oltre sé stessi, avere il cuore libero e donare la propria vita per gli altri. Il giudice non si è accontentato di un cristianesimo di facciata, ma ha seguito la via della croce, ponendo la sua esistenza interamente “sub tutela Dei”. Il suo esempio esorta a riscoprire la coerenza della fede, a camminare a testa alta e a non cercare favori dagli uomini,  ma a porre la nostra esistenza solo sub tutela Dei.