Mons. Bertolone (postulatore) cosa può ancora dire Rosario Livatino alla terra che pensa di conoscerlo già?

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Oggi, 21 settembre, 36° anniversario del martirio del Beato Rosario Angelo Livatino, offriamo alla riflessione dei lettori il contributo che ha fatto giungere alla nostra redazione mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, postulatore della fase romana della causa di canonizzazione del Giudice Livatino, al termine della presentazione del testo “Rosario Livatino. Tra Magistratura e fede operosa” nella Biblioteca Lucchesiana e pubblicato sul settimanale diocesano “L’Amico del Popolo” (n.17/2026, pag.7).

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Al termine della presentazione del libro di Luigi D’Angelo, il 3 settembre scorso ad Agrigento, mi è rimasta una domanda: che cosa può ancora dire Rosario Livatino alla terra che pensa di conoscerlo già?

Altrove bisogna raccontare chi fosse. Ad Agrigento no: qui sono conosciuti il suo volto, le strade che percorreva, il tribunale nel quale lavorava e persino le tre lettere, S.T.D., annotate sulle sue agende. Proprio questa familiarità, però, nasconde un rischio: credere che conoscere la sua storia equivalga ad averne accolto la testimonianza.

Possiamo ricordarlo ogni 21 settembre, intitolargli aule e strade, citare le sue parole nei convegni e, intanto, metterlo al sicuro. Al sicuro da noi, dalle nostre scelte, dalle nostre coscienze. Un Livatino ridotto a immagine celebrativa non disturba più nessuno.

Egli, invece, disturba. Disturba il magistrato che dimentica la persona dietro il fascicolo; l’amministratore che confonde il consenso con il bene comune; il professionista che considera l’onestà un lusso per ingenui; il cristiano che separa la fede dalla condotta; ciascuno di noi quando pretende rettitudine dagli altri e concede indulgenza a sé stesso.

La sua domanda più esigente non è: «Credi?», ma: «Sei credibile?». La fede, per lui, non fu un distintivo da mostrare, bensì un giudizio posto anzitutto sulla propria vita. Le parole sub tutela Dei non servivano a consacrare automaticamente le sue decisioni: gli ricordavano che anche il giudice sarebbe stato giudicato e che il potere ricevuto non gli apparteneva. Ora che è Beato e se ne auspica la proclamazione a patrono dei magistrati, il pericolo di renderlo innocuo aumenta. Un patrono non è una medaglia appuntata sulla giacca di una categoria. È una presenza scomoda: entra nelle stanze in cui si decide e domanda se la legge sia servita senza paura, senza favore e senza disprezzo per la persona.

Ma per lasciarsi interrogare da Livatino bisogna conoscerlo e farlo conoscere, soprattutto ai ragazzi e ai giovani, non soltanto nell’anniversario della morte o quando viene presentato un nuovo libro. Per questo ho preparato un piccolo strumento, intitolato semplicemente «Nove giorni», del quale ho consegnato copia all’Arcivescovo e al Vicario generale: brevi letture di tre o quattro minuti, accompagnate da una domanda e da una preghiera, utilizzabili nelle parrocchie, nelle scuole e, con opportuno adattamento, anche negli incontri civili. Non un’altra celebrazione, ma un modo semplice perché la memoria diventi conoscenza e la conoscenza interpelli la coscienza.

Agrigento, dunque, non deve soltanto custodire la memoria di Livatino; deve lasciarsi giudicare dalla sua vita. La domanda del prossimo 21 settembre non sia: «Quante volte lo abbiamo celebrato?». Sia piuttosto: «Che cosa, nella nostra città e nella nostra vita, sarebbe diverso se lo avessimo davvero ascoltato?».

+ p. Vincenzo Bertolone

La stele commemorativa in c/da Gasena (ph.Carmelo Petrone)