“Acqua azzurra, acqua cara”: la grande stangata idrica

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Acqua di fontanella
Foto: Carmelo Petrone

“Acqua azzurra, acqua cara”. Leggendo il report di Federconsumatori Sicilia sul Servizio Idrico, parafrase il titolo della celebre canzone di Lucio Battisti è inevitabile. Ma soprattutto si delinea il quadro di una Sicilia divisa in due: la parte con la gestione del servizio idrico integrato affidata ai privati e l’altra parte, in alcuni casi grazie a leggi regionali compiacenti e ad una mancanza di reali e concreti controlli da parte dell’Assemblee territoriali idriche, ancora gestita dai comuni.
Questa divisione ha delle ricadute, soprattutto economiche, i cittadini, infatti, gestiti dai comuni pagano l’acqua ad un prezzo in linea con la media nazionale, mentre l’altra metà paga di più o molto di più.

Prendendo come riferimento il consumo più elevato (182mc), a fronte di una media italiana di 527,53 euro, la spesa media in Sicilia sale a 565,17 euro (+4,9% rispetto al 2024). La maglia nera spetta a Enna, che si conferma il capoluogo più caro della regione con una bolletta di 764,50 euro, posizionandosi al decimo posto della classifica nazionale. Subito dietro si piazzano Siracusa con 738,08 euro (+6,1%) e Caltanissetta con 729,28 euro. Agrigento si attesta a 630,44 euro (+5,1%), mentre Palermo, pur fermandosi a 544,14 euro, fa registrare l’impennata più dolorosa con un +12,3% su base annua. Sul fronte opposto, le città più economiche risultano Catania 360,19 euro, (nonostante un aumento del 9,8%) e Messina 364,51 euro.

Ma perché i siciliani pagano così tanto?
Secondo Federconsumatori, il caro-bolletta è alimentato da un mix strutturale penalizzante. Il primo fattore è che nell’isola l’acqua si paga due volte: all’ingrosso a Siciliacque (società mista al 75% in mano ai privati) a prezzi altissimi, e poi al dettaglio al gestore locale. Il secondo fattore, ancora più grave, è che più della metà dell’acqua acquistata all’ingrosso si disperde lungo le condotte prima di raggiungere i rubinetti. Una perdita media regionale del 52,36% il cui costo viene interamente scaricato sui consumatori finali.

I dati relativi al 2024 della Corte dei Conti evidenziano situazioni drammatiche: il valore medio di perdite percentuali nelle reti idriche siciliane è del 52,36%.
Nell’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) di Siracusa si perde il 68,20% in rapporto al volume complessivo di acqua immesso nelle reti; nell’ATO di Palermo le perdite sono al 54,80%; nell’ATO di Ragusa al 58,8%; nell’ATO di Enna del 46,80%; Messina (Gestore Amam) del 54,4%; nell’ATO di Agrigento (anno 2022 estrapolato da Piano d’Ambito) del 51,2%; nell’ATO di Caltanissetta del 38,6%; a Catania le perdite sono ripartite tra i gestori: Acoset al 75,4%, Sogip al 68,1%, Sidra al 60,5%; nell’ATO di Trapani: nel comprensorio del capoluogo di Trapani la stima è del 20% (mancano i dati ufficiali): a Marsala la percentuale è del 30%, ad Alcamo del 41,3%, a Calatafimi del 52,9%, a Pantelleria del 64,4%.
Negli ATO di Messina, Catania e Trapani non essendoci ancora un Gestore unico i dati riportati sono ripartiti in base ai Gestori esistenti.

A fronte di reti che cadono a pezzi, i grandi investimenti necessari per le riparazioni sono frenati dalla burocrazia e dalle scelte politiche regionali. Il commissariamento di diverse Assemblee Territoriali Idriche (ATI) – tra cui Catania, Messina e Siracusa – volto a spingere verso la privatizzazione, ha esautorato i Comuni e ritardato l’affidamento ai gestori unici. Il risultato? Cantieri bloccati, una pioggia di ricorsi alla giustizia amministrativa e la perdita dei fondi del PNRR.  «Il risultato di tutto questo – dichiara Alfio La Rosa, presidente di Federconsumatori Sicilia – è un prezzo molto alto per un servizio di qualità molto bassa». E se dal punto di vista della quantità complessiva gli invasi sono pieni grazie alle piogge, l’erogazione resta precaria.

Per l’associazione dei consumatori la strada è una sola: superare la stortura di Siciliacque e affidare il servizio ad Aziende Speciali Consortili interamente pubbliche.