Beni confiscati: Il procuratore Patronaggio restituisce alla cooperativa Livatino i terreni “liberati”

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Un momento della riconsegna

“Ripristinata la legalità sui terreni confiscati a metà degli anni ’80 dal giudice Rosario Livatino e assegnati nel 2012 alla cooperativa che porta il nome del magistrato ucciso il 21 settembre 1990, ma occupati abusivamente da una famiglia di pastori con 1.200 pecore”.

Sintetizza,  così sul quotidiano Avvenire, Antonio Maria Mira (leggi qui) quanto avvenuto lo scorso 28 aprile in contrada Gibbesi nel Comune di Naro in occasione della riconsegna dei terreni alla cooperativa “Rosario Livatino”, dopo essere stati ‘liberati’ grazie all’impegno dei carabinieri e della magistratura.

(DALLA PAGINA FB di Giuseppe Livatino

“A farlo è stato direttamente il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio che ha voluto fortemente organizzare questo evento in contrada Gibbesi nel Comune di Naro. «Noi – ha spiegato il procuratore ad Antonio Mira – siamo intervenuti, assieme ai carabinieri, che ci hanno aiutato a ricostruire la complessa vicenda e a restituire il terreno ai legittimi proprietari che oggi lo possono e devono coltivare. La grande scommessa di questa terra – ha sottolineato ancora – è lo sviluppo nella legalità. È restituire i beni confiscati alla mafia a cooperative e lavoratori che portino l’economia legale laddove c’era l’economia illegale». Davvero «una giornata importante che rappresenta la restituzione, per la seconda volta, di un bene pubblico – ha commentato il presidente della cooperativa, Giovanni Lo Iacono dopo aver ricevuto e firmato il verbale di riconsegna – . Quasi ogni anno subiamo danneggiamenti e incendi ma adesso ci possiamo ritenere liberi di coltivare in questi terreni”. È l’impegno preso anche dal capitano Francesco Lucarelli, comandante della compagnia carabinieri di Licata. «È un segnale – ha detto – che lancia lo Stato. Con l’attività odierna si conclude un percorso ma se ne inizia un altro perché i carabinieri di Agrigento continueranno a stare al fianco della cooperativa nella gestione dei terreni secondo il principio della legalità». Oltre al procuratore e ai carabinieri, hanno partecipato all’evento anche rappresentanti di Libera e dell’associazione ‘A testa alta’ che ha più volte sostenuto la cooperativa.

Presenti anche due persone legate alla figura del magistrato ucciso trenta anni fa, il postulatore della causa diocesana di beatificazione, don Giuseppe Livatino, e Mimmo Bruno, l’ex maresciallo del corpo forestale siciliano che collaborò col giudice in tante inchieste in materia ambientale (qui) e che ha seguito tutta la vicenda della prima assegnazione dei terreni. Degli occupanti abusivi nessuna traccia, solo i resti di alcune grandi rotoballe di fieno bruciate e l’ovile con una copertura in eternit, il pericolosissimo cemento/amianto. «Si erano impegnati a portare via tutto e invece ora bisognerà smaltirlo in modo corretto e con tutte le precauzioni. Spero che non ci lascino da soli a farlo», è l’appello di Lo Iacono. La presenza del vicesindaco di Naro, Comune assegnatario dei terreni poi affidati alla cooperativa, sembra essere un segnale di attenzione.

(DALLA PAGINA FB di Giuseppe Livatino

Tutto attorno, nei terreni che da anni la cooperativa coltiva, stanno crescendo in biologico grano, lenticchie, ceci e foraggere, le stesse colture che le pecore degli abusivi più volte avevano gravemente danneggiato. Non gli unici episodi, come ha ricordato il procuratore. «La cooperativa, oltre all’occupazione abusiva, ha sempre subito incendi, danneggiamenti e furti». Ma ora si vuole davvero voltare pagina. Un primo passo. Un bel ‘regalo’ – commenta Mira – anche per il ‘giudice ragazzino’ che il 9 maggio sarà beatificato nella Cattedrale di Agrigento. Ma ci sarà da fare – conclude – un ulteriore passo, la ‘liberazione’ di altri 70 ettari anch’’essi occupati abusivamente e coltivati, malgrado due decisioni del Tar e del Tribunale”.

Insomma,  una riconsegna  dal forte valore simbolico –  per l’imminenza della beatificazione del Giudice Livatino e  a venticinque anni dall’entrata in vigore della legge sui beni confiscati, la n. 109/1996 – che è stata possibile realizzare grazie alla sinergia tra Persone, Associazioni, Istituzioni, Enti e Società Civile. Uno dei limiti che tarpa le ali ad altre iniziative avviate e poi non proseguite, sta proprio nel mancato gioco di squadra. Non basta concedere i beni confiscati,  se poi i beneficiari sono lasciati soli con tutto il peso connesso alla riconsegna. I beni confiscati – lo ha detto di recente don Luigi Ciotti, presidente di Libera – sono un’opportunità di impegno responsabile per il bene comune che “necessitano di risorse finanziarie necessarie a garantire la ristrutturazione e riconversione dei beni in sintonia con il contesto in cui sono collocati”; inoltre serve anche  la piena accessibilità delle informazioni sui beni sequestrati e confiscati. Non tutti gli Enti pubblici, per esempio, secondo quanto dispone  il  D.lgs. 159/2011 istitutivo del Codice Antimafia all’art. 48,  hanno pubblicato sui loro siti istituzionali e se pubblicati non con la rilevanza opportuna,   l’ “elenco apposito aggiornato periodicamente dei beni ad essi trasferiti. Tale elenco –  recita la norma –  deve contenere i dati concernenti la consistenza, la destinazione e l’utilizzo dei beni nonché, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l’oggetto e la durata della concessione”.

Sia,allora, questa l’occasione per uno scatto ulteriore di impegno, oltre a quello già generosamente profuso,  perché nel nostro territorio – con la collaborazione di tutti – si restituiscano altri beni alla collettività, trasformandoli in caserme, scuole, centri di aggregazione culturale e sociale per giovani e anziani e soprattutto realtà, come la Cooperativa Livatino, che offrano un lavoro pulito, solidale e rispettoso dell’ambiente con la coltivazione biologica dei terreni.

 

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