In Italia gli incendi boschivi non rappresentano più una parentesi emergenziale legata alla sola calura estiva, bensì la manifestazione aperta di una fragilità territoriale profonda e strutturale. In questo scenario di diffusa sofferenza ecologica, la provincia di Agrigento emerge come l’epicentro più colpito e ferito dell’intera penisola. Il quadro che affiora dall’ultimo dossier di Legambiente, “L’Italia in fumo 2026”, restituisce la fotografia drammatica di una terra devastata dalle fiamme, in cui la combinazione tra crisi climatica, abbandono delle campagne e criminalità ambientale ha creato una miscela esplosiva.
L’analisi dei dati consolidati relativi al 2025 colloca la provincia di Agrigento al vertice assoluto della classifica nazionale per estensione del danno. Con 18.353 ettari di territorio andati bruciati (pari a 25.704 campi da calcio, ndr) in un solo anno, il patrimonio naturale agrigentino ha subito una vera e propria mutilazione. Per comprendere la portata eccezionale di questo numero, basti pensare che la seconda provincia più colpita d’Italia, Caltanissetta, si attesta a quota 11.865 ettari, seguita da Trapani con 7.189 ettari. Agrigento da sola supera il totale delle superfici mandate in fumo da intere regioni meridionali ed è il simbolo di una Sicilia che ha concentrato su di sé oltre la metà di tutti gli ettari bruciati sull’intero suolo nazionale.
Se si sperava che il passaggio al nuovo anno potesse portare un’inversione di tendenza o un respiro di sollievo, i rilevamenti dei primi mesi del 2026 hanno infranto ogni illusione. Nel periodo compreso tra il primo gennaio e la metà di giugno 2026, la provincia di Agrigento ha continuato a figurare tristemente in cima alla graduatoria nazionale delle aree colpite, con ulteriori 1.677 ettari percorsi dal fuoco prima ancora dell’arrivo del picco termico estivo. Un dato che conferma come il territorio agrigentino sia rimasto incastrato nella morsa degli inneschi continui, precedendo altre province fortemente esposte come Trapani e Reggio Calabria. Ed a questi dati devono aggiungersi quelli degli incendi della scorsa settimana che solo nel territorio dei Monti Sicani ha visto bruciare 750 ettari di superficie boscata e non.
La reiterazione degli eventi nello stesso perimetro geografico trasforma la crisi da evento meteorologico accidentale a vera e propria tara sistemica. Nella graduatoria dei territori a maggior tasso di recidività, i comuni della provincia agrigentina figurano costantemente tra i punti più critici dell’isola. La presenza sistematica del fuoco anno dopo anno sradica la narrazione della fatalità climatica: le fiamme seguono percorsi precisi, alimentati dall’incuria del territorio e da un uso improprio o chiaramente doloso del fuoco. «Parlare di “emergenza”– si legge nel Rapporto – deresponsabilizza perché suggerisce fatalità e temporaneità. Ci troviamo di fronte a una vulnerabilità strutturale che richiede il passaggio dalla logica del soccorso alla cultura della cura del territorio».
Per comprendere le ragioni di questo primato negativo occorre osservare la trasformazione del paesaggio agrigentino. L’innesco naturale rappresenta un’eccezione insignificante, stimata a livello nazionale attorno all’uno per cento delle cause totali. La quasi totalità dei roghi nasce dall’azione umana, divisa tra la mano criminale del dolo e la disattenzione colposa legata alle pratiche agricole. Ad amplificare l’impatto di ogni singola scintilla interviene poi il cosiddetto effetto “bomba di combustibile”. L’abbandono progressivo delle attività agricole tradizionali e della pastorizia nelle aree interne ha interrotto la continuità del mosaico rurale, cancellando quelle radure e quei campi coltivati che un tempo fungevano da barriere frangifuoco naturali. Oggi la vegetazione cresce senza controllo lungo i margini delle strade, i terreni incolti e le aree di cerniera tra campagna e centri abitati. Quando questa continuità vegetale incontra lo stress idrico provocato da siccità prolungate e temperature ben al di sopra delle medie stagionali, il paesaggio si trasforma in una polveriera pronta a esplodere al minimo innesco. Nel territorio agrigentino, caratterizzato da un indice di boscosità medio-basso rispetto alle regioni alpine o appenniniche, la spaventosa estensione dei roghi dimostra come l’elevata infiammabilità delle formazioni vegetali mediterranee e la mancanza di manutenzione preventiva pesino in modo perfino più determinante rispetto alla presenza di dense foreste.
Oltre al danno ecologico immediato, la piaga degli incendi pone un problema stringente di legalità e gestione amministrativa. La normativa nazionale individua nel Catasto delle aree percorse dal fuoco lo strumento fondamentale per bloccare la speculazione e tutelare il territorio post-incendio, imponendo vincoli severi come il divieto di edificazione per dieci anni, lo stop alla caccia e al pascolo e il vincolo di destinazione d’uso per quindici anni. Tuttavia, la lentezza con cui molti enti locali aggiornano questi registri rischia di vanificare la portata preventiva della legge.
Per sottrarre Agrigento e la Sicilia a questa spirale di distruzione non è sufficiente potenziare il solo dispositivo di spegnimento aereo o rincorrere i focolai a disastro avvenuto. La sfida prioritaria richiede una programmazione strategica incentrata sulla prevenzione selvicolturale, sul controllo capillare del territorio contro i reati ambientali e su un presidio attivo della campagna che restituisca valore al lavoro agricolo e alla manutenzione del paesaggio. Solo trasformando la difesa del territorio in una politica continua di tutela quotidiana sarà possibile restituire un futuro verde alla terra agrigentina.
















