Festa Dedicazione Cattedrale, Card. Montenegro: “è il cuore della chiesa e della città”

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(Foto G. Caruana)

Venerdì 6 settembre, la Chiesa agrigentina ha celebrato la Festa della Dedicazione della Basilica Cattedrale San Gerlando. Molto probabilmente, l’edificio che eresse san Gerlando, dovette coincidere con l’attuale transetto. La nuova Cattedrale fu dedicata da Gerlando alla Beata Maria Vergine Assunta, a San Giacomo Maggiore (perché Agrigento era tornata cristiana il 25 luglio 1086) ed a tutti gli altri apostoli. Solo nel 1305 venne dedicata anche a San Gerlando.

Dopo 8 anni si è tornati a celebrare la Festa della Dedicazione in Cattedrale; dal 2011 al 2018, a causa della interdizione al culto, l’Arcivescovo ha celebrato, tale ricorrenza annuale, sul sagrato della navata sud.

“Oggi – ha esordito il card. Montenegro nell’omelia – finalmente abbiamo la gioia di celebrare nella nostra Cattedrale la Festa della sua dedicazione, ricordare cioè il giorno in cui fu consacrata.  Oggi – ha proseguito –  che è la festa della chiesa madre di tutte le Chiese della Diocesi, è di conseguenza la festa della comunità cristianache, in questo tempio, ha le sue origini e la sua storia realizzata dal sanguedei martiri, dagli insegnamenti del suoi Vescovi, dalla fede e dalla carità dei nostri padri. È una storia che mentre ci ricorda il passato e ci inserisce nell’oggi, comunicandoci la consapevolezza di essere noi “pietre vive”, ci proietta anche al futuro. Ricordiamo le parole di Paolo: “in Lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22). Possiamo anche noi chiederci con Salomone:“Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!”. Domanda legittima perché più che Dio che abita i cieli ad aver bisogno di una casa, siamo noi ad aver bisogno di segni. E questo tempio, posto tra le nostre case – ha ricordato ai fedeli ed ai presbiteri presenti in Cattedrale – è il segno di Dio presente e che si prende cura di noi. In questo santo luogo Cristo ci ripete: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Allora – ha proseguito – conSalomone preghiamo: “Ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi ti innalza! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: Lì sarà il mio nome!”. Ma questo edificio, oltre a ricordarci che siamo tempio e dimora di Dio, ci aiuta a viverlo. Infatti qui, grazie all’Eucaristia, facendo comunione con Dio la nostra vita diventa un sacrificio spirituale vivente, e qui ci incontriamo e impariamo a vivere da figli e da fratelli.Il cardinale Montini ha detto: “Il segreto della cattedrale è che essa non è semplicemente un interessante monumento d’architettura, un venerabile edificio storico, un vasto museo di belle arti; non è un solenne salone di conferenze, o un auditorium di musica arcana per orecchi raffinati. Essa è per noi una casa viva, un luogo privilegiato d’abitazione divina. È l’aula di Cristo Maestro, è il Tempio di Cristo Sacerdote, è il luogo di Cristo Pastore“.La cattedrale è così il luogo speciale che comunica a tutti un messaggio di speranza. E può farlo – ha ha detto ai presenti, fedeli, presbiteri, Capitolo Metropolitano, presente alla celebrazione il vescovo di Mbulu, diocesi della Tanzania –  perché è lo spazio della fede accolta e celebrata, il segno dell’unità e della comunione che lega ad essa le parrocchie e le realtà ecclesiali, e dà la spinta alla missione perché a tutti arrivi l’annuncio del vangelo della salvezza. Qui il Signore – ha proseguito l’Arcivescovo  – ci raduna perché, facendoci famiglia, scopriamo di aver bisogno gli uni degli altri, superando l’egoismo, l’indifferenza, i giudizi malevoli, l’indifferenza.“Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo”. Sì, è la casa di Dio, ma è anche la nostra casa. Qui impariamo ad amarci di quell’amore col quale il Signore ci ama. Qui la Parola di Dio ci insegna a costruire la nostra città sul modello della Gerusalemme del cielo, che ha le porte aperte e dove tutti possono entrare: il povero e il ricco, il debole e il forte, il bambino e l’anziano. Ecco perché dobbiamo pensare questo tempio come casa della comunione, della santità, e della preghiera. Essa è segno della trascendenza ma anche  della  prossimità di Dio e per noi è laboratorio di fraternità.

(foto Giuseppe Caruana)

La cattedrale è il cuore non solo della chiesa diocesana ma anche della città – ecco perché era necessario e urgente che si aprisse – e come cuore le permette di costruirsi con quel contesto umano e familiare che è dato dalla cultura dell’abitare insieme, ed è stimolo per una vita sociale basata sulla solidarietà e sulla pace.

Oggi cresce la dispersione e la frammentazione. Con la conseguenza di sentire sempre meno il bisogno di incontrarci, di fermarci con gli altri, ascoltarci è diventato più difficile, abbiamo sempre fretta e non c’è tempo per l’ascolto, per l’attenzione agli altri, soprattutto se più deboli, sembrano scarseggiare le energie di bene, si vuole sempre più bene a se stessi, e meno agli altri, si resta imprigionati in una solitudine che non fa aver bisogno di nessuno e che illude di poter vivere senza gli altri, anzi talvolta contro gli altri.

Sant’Agostino osservava che gli uomini sono come legni e pietre presi per la costruzione; mediante il battesimo e la predicazione sono come affinati, squadrati e levigati; ma risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Quando i credenti strettamente giustapposti e coesi, secondo un certo ordine, quando sono uniti insieme dalla carità, solo allora diventano davvero casa di Dio che non può crollare.

La chiesa di pietre rispetto alla Chiesa di persone è come un abito che la protegge, la illumina nella sua simbolicità e la orna della sua bellezza”; dice un liturgista, che definisce l’edificio sacro come “l’abito della sposa”. La cattedrale è poi simbolo della figura del Vescovo che, nella sua diocesi, è maestro, guida e padre, segno della comunione di tutti con Dio e tra noi, della comunione col Papa e della fraternità che unisce noi a tutti i cristiani sparsi nel mondo. Da questa cattedra Cristo, Vescovo delle nostre anime, che è il solo vero maestro, non ha cessato mai, nel corso dei secoli, di rivelare il Padre, di annunziare la presenza del Regno di Dio, di promulgare la legge rivoluzionaria e pacifica della carità. Egli, il “Principe dei pastori”, da qui non ha mai smesso di insegnare e di guidare il suo gregge con la voce dei tanti vescovi che lo hanno impersonato in mezzo ai credenti (cfr. 1 Pt 5,4).

La nostra Cattedrale è in fase di ristrutturazione, i lavori continuano, ma, se vale il rapporto Cattedrale-Chiesa, in effetti non si completeranno mai. Siamo tutti operai di questa costruzione e nessuno è solo in quest’opera. “È così forte la connessione della carità» scrive Agostino «che, per quanto numerose siano le pietre viventi congiunte nella costruzione del tempio di Dio, diventano una sola pietra». Ma non dimentichiamo le parole di Paolo: «ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”(1 Cor 3, 11-12).

Bene allora, se facciamo la festa della dedicazione – ha concluso don Franco –  sentiamoci sollecitati a inserirci nella vita ecclesiale in modo più convinto, più generoso, più impegnato e operoso. Lasciate che, prima di chiudere, sottolinei – ne sento il bisogno – la necessità di vivere la comunione col Vescovo– che non è un datore di lavoro o il capo di un’azienda – secondo quello spirito di fede che fa leggere sul suo volto i lineamenti stessi di Cristo – come scrive Ignazio di Antiochia – e fa ritrovare nelle sue indicazioni pastorali il riflesso concreto di Cristo via e guida. Questo lo dico a ogni singolo fedele, ma anche a tutta la comunità cristiana, dalle parrocchie ai gruppi, ai movimenti, alle associazioni, a quelle forze e realtà che formano la ricchezza e il dinamismo dell’ unica nostra Chiesa.  Maria Assunta e i santi apostoli, s. Libertino e s. Gerlando, Spoto, Ansalone intercedano per noi che li sentiamo compagni di viaggi e modelli di una fede gioiosa, disponibile e coraggiosa”.

 

 

 

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