Funerali vittime Ravanusa, mons. Damiano: «Tutto è dono, sempre immeritato e sempre gratuito, sempre provvisorio e sempre sfuggente».

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Un silenzio irreale, una composta commozione, accoglie il piccolo corteo con le nove bare delle vittime dell’esplosione che, sabato 11 dicembre, ha sconvolto il piccolo centro di Ravanusa. Nove bare, su ognuno di loro è stata attaccata la foto della vittima che accoglie. Un fiocco azzurro è posto sulla bara della giovane Selene Pagliarello che proprio oggi avrebbe compiuto trent’anni e che mercoledì 15 dicembre avrebbe dato alla luce il suo primo figlio, il piccolo Samuele, decima vittima ma, che non essendo mai nato, per il freddo calcolo della legge, non è neanche considerato morto.    A celebrare le esequie l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, insieme al vicario generale ed ai parroci ed ai frati francescani di Ravanusa. Un’omelia toccante in cui l’arcivescovo riprendendo il cammino di Giobbe cerca di trovare una spiegazione a quanto avvenuto a Ravanusa. “«Si fece buio su tutta la terra»: dalle otto e mezza di sabato scorso, come dal mezzogiorno del venerdì santo. Si è fatto buio nella vita di Pietro e Carmela, Calogero, Liliana e il loro figlio Giuseppe, Angelo e Maria Crescenza, Giuseppe e Selene, a cui l’esplosione non ha dato scampo. Si è fatto buio nella vita di Samuele, che Selene avrebbe dato alla luce proprio in questi giorni e che, pur non avendo fatto in tempo a nascere, era già a pieno titolo uno di noi. Si è fatto buio nelle loro famiglie, che fino alla fine hanno sperato in un miracolo, o anche solo in una provvidenziale coincidenza, come quella che ha messo in salvo Rosa e Giuseppina. Si è fatto buio nella comunità di Ravanusa, che nell’esplosione, insieme ai suoi figli, ha perso un pezzo del suo spazio urbano e una traccia della sua memoria; ma ha perso anche la possibilità di sentirsi al sicuro, su un sottosuolo che si è dimostrato compromesso e dentro strutture che si sono rivelate precarie. Si è fatto buio nella comunità di Campobello, la comunità di Selene, dove lei abitava insieme al marito e al bambino che stavano aspettando e che avrebbe completato la loro famiglia appena costruita. E si è fatto buio nella nostra terra e nella nostra Chiesa di Agrigento, che nella solidarietà civile e nella carità cristiana si sono ritrovate come una grande famiglia, unita dalla stessa angoscia, dalla stessa speranza e dallo stesso dolore. Si è fatto buio anche nell’intero Paese, che ha seguito con apprensione le fasi di un’ennesima tragedia che un maggiore senso di responsabilità e un controllo più attento forse avrebbero potuto evitare.
In questo buio che tutti ci ha avvolti, anche noi — come le donne del Vangelo davanti alla pietra rimossa dal sepolcro e a quel corpo che non riuscivano a trovare — ci chiediamo che senso abbia tutto questo, se mai un senso ce l’abbia. Con voi e come voi, non ho una risposta a questa domanda. Ma, con voi e per voi, devo e voglio cercarla nella fede che oggi ci ha raccolti attorno all’altare del sacrificio di Cristo e attorno alla mensa della sua Parola di vita”.

E riprendendo il cammino di Giobbe: “E così, dopo aver perso ogni certezza, insieme alla stessa voglia di continuare a vivere, non gli resta che un’ultima insopprimibile consapevolezza: tutto quello che è e tutto quello che ha, tutto quello che ha perso e tutto quello che ancora può avere, tutto quello che è capace di apprezzare e tutto quello che lo lascia indifferente, tutto è dono, sempre immeritato e sempre gratuito, sempre provvisorio e sempre sfuggente.
Dalla perdita di tutti e di tutto — e, in fondo, dalla perdita di se stesso — Giobbe impara che il limite non è una disgrazia, ma è la legge stessa della vita, che ci piaccia o no. E impara anche che il limite non toglie senso all’esistenza, ma le conferisce un significato più grande, perché solo se riconosciamo di essere limitati possiamo tendere verso un altro che ci completa: un altro che ha i nomi e i volti di persone concrete, alle quali a volte ci leghiamo e dalle quali altre volte preferiamo prendere le distanze; e un Altro il cui nome e il cui volto ci sfuggono, perché è infinitamente più grande di noi, dal quale riceviamo tutto e al quale tutto dobbiamo restituire, o quando è lui stesso a disporre della nostra vita e della nostra morte o quando — come in questo caso — con noi soffre per un incidente che neppure lui avrebbe voluto.
Solo quando raggiunge questa saggezza, Giobbe può dire ciò che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!»”.
E concludendo: «Nonostante sia ancora troppo presto per arrivare alla sua stessa saggezza, anche noi vogliamo provare a balbettarlo: sappiamo che ultimo — dalle macerie di via Trilussa, come dalle tante macerie del mondo — non uscirà l’ultimo dei dispersi, ma Colui che dagli abissi della terra è risalito per mostrarci la via dei «cieli nuovi» e della «nuova terra»; il primo di una umanità riconciliata con il suo limite, che ci precede nella Gerusalemme nuova, dove — come san Paolo ci ha ricordato nella seconda lettura — niente «potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù». Allora anche per noi sarà «il primo giorno della settimana», l’inizio cioè di un tempo nuovo e di una storia diversa.
Ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. Anzi, ne abbiamo il dovere. Lo dobbiamo a loro — a Pietro e Carmela, a Calogero, Liliana e Giuseppe, ad Angelo e Maria Crescenza, a Giuseppe, Selene e al loro Samuele — che abbiamo cercato tra i morti, ma che sono vivi in Colui che è «la risurrezione e la vita». Lo dobbiamo ai loro familiari e ai loro amici, che li hanno persi nella carne, ma che li possono ritrovare nella comunione dei santi. Lo dobbiamo a noi stessi, che da questa, come dalle tante tragedie della storia, dobbiamo rialzarci e riedificare — prima ancora delle case fatte di pietra — una città terrena sempre più vivibile e sempre più sicura, in attesa della città eterna dove Dio sarà «tutto in tutti». In particolare lo dobbiamo a quella creatura che, dal grembo materno divenuto tomba, ha visto la luce della risurrezione senza neppure vedere quella di questo mondo, ricordandoci — con la forza dei profeti che parlano con la vita, a volte senza pronunciare una sola parola — che non siamo fatti per la Gerusalemme di quaggiù, ma per quella che si compirà nell’eternità.
Quando avremo la grazia di capirlo o almeno di accettarlo — non da rassegnati, ma da uomini e donne capaci di speranza — dall’angoscia che ci opprime perché «si è fatto buio su tutta la terra» passeremo alla certezza che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta». E allora anche la notte più buia conoscerà l’aurora di un giorno che non avrà mai più fine».

> L’omelia di mons. Alessandro Damiano

 

  • Il sindaco D’Angelo: “Si apra oggi  il libro della concretezza”.

Al termine della Celebrazione Eucaristica – trasmessa in diretta su Rai Uno,  alla quale hanno preso parte il ministro Enrico Giovannini, in rappresentanza del Governo, il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, i sindaci dei comuni limitrofi e quanti in questi giorni hanno partecipato alle attività di soccorso – ha preso la parola il sindaco di Ravanusa, Carmelo D’Angelo. “Un boato – ha detto – ha sconvolto la nostra comunità e  spezzato le vite e sogni delle persone che stavano nel posto che ritenevamo più sicuro, la casa”. Il primo cittadino, ha chiesto che vengono appurate le cause e le responsabilità dell’esplosione, che ha segnato per sempre la storia di Ravanusa, perché “noi – ha proseguito –  non dimenticheremo le vittime, le loro famiglie e gli sfollati… “Sono arrivato immediatamente dopo il boato ed ho trovato macerie e fiamme; mi sono sentito solo, smarrito, impaurito. È stato un sentimento – ha confidato – durato pochi minuti. Sono arrivati prontamente i soccorsi, tra le fiamme e le macerie,  per salvare le persone coinvolte” Ha ringrazio, poi, nominandoli uno ad uno, i rappresentanti e gli uomini e le donne delle Istituzioni ed Volontari, che, in questi giorni, hanno prestato, con fatica e dedizione, il loro servizio e lavorato alacremente. “Avremmo voluto fare di più,  abbiamo potuto salvare soltanto le vite di Pina Rosetta, ma del vostro lavoro- ha detto – vi saremo eternamente grati. Non dimenticheremo – ha proseguito –  gli sfollati; la comunità tenterà di colmare il vuoto affettivo e darà il massimo sostegno alle famiglie. Siamo certi che anche la Regione lo Stato – ha detto rivolto al Ministro e al Presidente – non li abbandoneranno e,  nel dramma del lutto continueranno a farci sentire orgogliosi di essere italiani. Si apra oggi – ha concluso  –  il libro della concretezza”.

Testimonianza di fede di Eliana, vedova e moglie di Giuseppe Carmina, tra le vittime di Ravanusa, nel giorno dei funerali del marito (e del suo compleanno): “Non vi parlo del mio dolore, ma della mia Speranza”

In fine, dopo l’intervento del Sindaco, ha preso la parola Eliana (vedi video sotto), vedova di Giuseppe Carmina, mamma di Miriam e di Sara,  per una bellissima testimonianza di fede che ha lasciato il segno nei tanti presenti in Piazza e di quanti hanno seguito in TV. ” Non voglio parlarvi del mio dolore – ha detto – ma della mia speranza; voglio invitare tutti a volgere lo sguardo alle cose che durano per sempre; non fermiamoci al materiale che svanisce nel nulla. In questo dolore – ha proseguito –  Gesù ci ha inondato della sua grazia, della sua forza. Abbiamo perso tutto, Giuseppe era il mio tutto. È arrivata una forza sovraumana che solo Dio può dare. La casa è vuota, le bambine chiedono in continuazione, piangono, il letto è diventato grande, quei suoceri erano diventati per me altri due genitori… Tutto questo ci manca, la croce è pesante, molto pesante. Però con Cristo tutto diventa più leggero. Non maledico Dio – ha detto – continuo a benedirlo e a ringraziarlo. Ho la viva certezza che Giuseppe, i miei suoceri sono in Cristo, in un posto migliore di questo… Il mioPeppe non è in quella bara perché lui vive per sempre, oggi compiva il compleanno; vi posso dire che oggi lui è nato in Cristo, è vivo”. Ha concluso la testimonianza con una citazione di Chiara Corbello Petrillo: «Siamo nati e non moriremo mai più». Per suo marito e le altre vittime non ha chiesto fiori, ma preghiere ed Eucaristia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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