Settembre, per la Chiesa di Agrigento, potrebbe essere definito a pieno titolo come il “mese dei martiri”. A distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, la comunità ecclesiale fa, infatti, memoria di due suoi figli del XX secolo, testimoni luminosi di fede e giustizia: il 21 settembre del battesimo di sangue del beato martire Rosario Livatino e, il 24 settembre, della memoria liturgica, nel giorno del suo battesimo d’acqua, del beato padre Francesco Spoto, sacerdote animato da un’immensa carità, martirizzato in Congo nel 1964. Entrambi, in ambiti diversi ma con la medesima radicalità evangelica, hanno donato la vita diventando fari d’ispirazione per il nostro tempo.
Oggi 24 settembre, memoria liturgica del Beato Spoto, pubblichiamo la riflessione che ci ha fatto pervenire mons. Vincenzo Bertolone.
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Il 24 settembre la Chiesa fa memoria del beato Francesco Spoto. Morì il 27 dicembre 1964, nella foresta del Congo; la sua memoria liturgica cade invece nel giorno in cui, quarant’anni prima, aveva ricevuto il battesimo a Raffadali.
Fra quelle due date si distende una vita. Il martirio ne fu il compimento, non un episodio separato da tutto ciò che lo aveva preceduto.
Agrigento ha appena ricordato Rosario Livatino. Conosce il suo volto, le sue parole, la strada sulla quale fu ucciso. Forse conosce meno quest’altro suo figlio, nato in una famiglia contadina di Raffadali e morto lontano, mentre cercava di restare accanto ai confratelli.
Le loro vicende sono diverse: Livatino servì la giustizia in tribunale, Spoto i poveri e la sua comunità religiosa. Eppure entrambi chiedono alla nostra terra qualcosa di più della memoria: chiedono di prendere sul serio la fede nelle decisioni di ogni giorno.
Francesco entrò a dodici anni tra i Missionari Servi dei Poveri, fondati dal beato Giacomo Cusmano. Divenne sacerdote e, nel 1959, a soli trentacinque anni, fu eletto Superiore generale. La missione in Congo era nata da pochi anni quando la guerra civile mise in pericolo i religiosi che vi lavoravano.
Nell’agosto del 1964 partì per raggiungerli. In seguito avrebbe potuto rientrare in Italia. Scelse di rimanere.
Questa scelta dice che cosa intendesse per autorità. Un superiore può inviare, decidere, chiedere sacrifici. Spoto comprese che, in quell’ora, doveva condividere il rischio dei suoi confratelli. Non poteva promettere loro una via d’uscita; poteva stare con loro. Nel settembre di quell’anno scrisse al vicario generale che restava per «un alto senso del dovere» e per amore della Congregazione.
Seguirono settimane di fuga, fame e paura. La notte dell’11 dicembre due guerriglieri lo percossero così violentemente da lasciarlo paralizzato. I confratelli continuarono a trasportarlo mentre cercavano scampo.
Morì il 27 dicembre; loro sopravvissero. Aveva quarant’anni.
Sarebbe facile fermarsi alla commozione. Ma Spoto pone una domanda a chiunque abbia una responsabilità: dove siamo quando le persone affidateci attraversano il pericolo?
Vale per un superiore religioso, per chi guida un’istituzione, per un educatore, per un padre o una madre. L’autorità perde la sua verità quando domanda agli altri una fedeltà dalla quale essa stessa si dispensa.
Il 24 settembre ci riporta anche al fonte battesimale di Raffadali. Là non c’era ancora il missionario, né il superiore, né il martire. C’era un bambino che riceveva in dono la vita nuova in Cristo. Padre Spoto impiegò quarant’anni a rispondere a quel dono: studiando, insegnando, servendo i poveri, accompagnando i confratelli e, infine, rimanendo con loro. Raffadali e Agrigento possono essere fiere di lui.
Ma la domanda più feconda non è quanto siamo fieri del nostro beato.
È questa: quale promessa del nostro battesimo attende ancora, nella vita di ciascuno di noi, di diventare una scelta di vita?
















