Il “mestiere” di scrivere, l’urgenza di educare: Don Stefano Pirrera a tredici anni dalla scomparsa

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d.Stefano Pirrera

In occasione dell’anniversario della scomparsa di don Stefano Pirrera, avvenuta il 30 maggio 2013, abbiamo invitato don Vincenzo Arnone, scrittore, a tracciarne un ricordo. Legati da una profonda amicizia, don Arnone rievoca la figura di uno dei redattori storici della nostra testata.

A distanza di tredici anni dalla morte possiamo accostarci con più calma e serenità alla figura di questo sacerdote dalla spiccata personalità morale.

Se si pensa che la sua vita e la sua missione da sacerdote ha attraversato tutta la seconda metà del secolo scorso, possiamo quasi fare scorrere dinanzi a noi tutte le grandi problematiche legate alla figura del prete, dagli anni Cinquanta fino ad oggi; con tutto ciò che comporta, prima e dopo il Concilio Vaticano II: il prete in crisi nella società, il prete: Persona o personaggio, Il prete e il celibato, la figura del prete moderno…

Don Stefano anche a una età avanzata e cagionevole non si sentiva mai fuori dai giochi, bensì entrava sempre nel cuore delle questioni. Le sue numerose pubblicazioni lo testimoniano. Contenevano sempre l’ansia di comunicare la fede secondo gli stimoli del Concilio Vaticano II o di documenti dei Pontefici, legati ai nostri tempi; penso per esempio al volume Tutti a scuola di catechismo del 2007.

Che cosa lo spingeva all’età di 80 e più anni a riprender in mano L’Iliade, l’Odissea, L’Eneide, la Divina commedia… i Documenti del Concilio? La grande voglia di sapere, di imparare, di riflettere, di riportare ai nostri giorni l’attualità di opere antiche che sembrano sepolte da un cumulo di polvere, ma invece sono ancora attuali. Don Stefano intendeva a tutti i costi cogliere l’attualità dei versi di Omero, di Virgilio e trovarci lo spunto per riflettere; il suo non era un gioco, bensì uno studio, un impegno e a volte anche un tormento. In tal senso il suo “mestiere di scrivere” era dato dalla passione e dalla fantasia: la passione di comunicare a più persone possibili e la fantasia di trovare tutti i mezzi per ottenerlo: il libro, la recita teatrale, le domande, l’arte, le tradizioni…

Nei colloqui che avevo con lui, tornando da Firenze in estate o nelle vacanze di Natale, si coglieva l’ansia di sapere, di toccare con mano le novità, le esperienze e bastavano poche parole perché lui si sciogliesse in narrazioni, ricordi, progetti e la voglia educativa delle nuove generazioni che trovava fragili. Ebbe a scrivere in tal modo nella prefazione del suo libro Quando eravamo tutti poveri del 2001: “Il vero grave problema, oggi, non è la globalizzazione economica, non è la pace in Medio Oriente, non è la fame nel mondo, non è la deforestazione e siccità nell’Africa, non è la guerra nei Balcani […] Il problema più grave ed urgente è l’educazione delle nuove generazioni a sapere affrontare una realtà così inquieta, anzi allarmante”. Per cui il suo libro in questione (bifronte, “Quando eravamo tutti poveri – Ora che siamo tutti ricchi”) non ha lo scopo solo di narrare antichi ricordi, usanze, tradizioni religiose, agricole, domestiche, ma quello anche di educare, di trarre la morale per non cadere in un qualunquismo religioso e morale. I capitoli prediligono il dialogato e i versi conclusivi che danno il senso sintetico della storia e delle storie proprio come le antiche favole che intendono riassumere in pochi righi questioni radicali della vita dell’uomo. Don Stefano era ossessionato da questo suo compito, come un dovere morale e un impegno spirituale, non per nulla   apre le sue pagine con il capitolo “Passato, presente o futuro?” e cita una considerazione di Sant’Agostino: “il tempo non perde tempo, nell’animo il suo operato è mirabile” e scorrendo tutto il libro si incontrano frasi significative messe a inizio di capitolo per attirare meglio l’attenzione del lettore: vivere è aiutare a vivere; Da quando il piatto di minestra non è più un problema; La fantasia è morta…

                                                                                                     Don Vincenzo Arnone

 

Alla vostra attenzione due suoi componimenti, uno dedicato alla Chiesa agrigentina e l’altro alla preghiera del Rosario i cui misteri ha tradotto in lingua siciliana.

Chiesa santa, di Diu figlia diletta,
lu Redenturi tuttu t’ha virsatu
lu sangu priziusu chi s’aspetta
l’umanità pi vinciri ‘u piccatu.
Ammistralu tu, senza riservi
Ma cu l’amuri, lu rispetti santu
C’a a lu Signuri hann’a purtari i servi,
chi tutti uguali sunnu e senza vantu.
  

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È lu Rusariu prighera putenti,

la Madunnuzza, ch’e’ Matri Divina,

pi la salvizza di tutti li genti,

la raccumanna sira e matina.

È midicina daveru celesti,

chi duna all’arma la vera saluti,

ni fa scurdari li cosi mulesti,

e ni sulliva, si semu abbattuti.”