In memoria di don Stefano Pirrera: il burbero dal cuore d’oro

Ricorre oggi, 30 maggio, 30 maggio 2023, l’anniversario della morte di padre Stefano Pirrera. In questa occasione, non sembri irriverente la mia espressione, mi piace ricordarlo come il “prete burbero, dal cuore d’oro”

E’ questo il primo ricordo di Padre Pirrera che mi porto dentro, fin dagli anni del seminario quando, ragazzo di scuola media, fui mandato nella parrocchia San Gregorio per la giornata del Seminario (quando la parrocchia si trovava in un garage di via Cavaleri Magazeni) lui era parroco e al momento dell’intervento, dopo l’omelia, interruppe bruscamente il mio discorso che mi ero preparato … “Nicarè – mi disse – così non va! Sti così ninteressanu finu ad un certu puntu”.  “Veniccà, mettiti al centro” (mi fece mettere al centro dell’assemblea) E poi rivolgendosi ai ragazzi presenti a Messa “attia! Tu, tu , tu no! e tu..venite qua perché dobbiamo intervistare questo seminarista” Potete immaginare il mio imbarazzo… Quell’incontro, però, anche se non ho risposto a tutte le domande, lo porto scolpito nel cuore…

Ricordo anche quelle volte, quando, in seminario, attendevamo, ascoltando dietro la porta della Sala Chiaramontana, gli interventi di Padre Pirrera o di padre Salvo,  in occasione degli incontri di forania, del consiglio presbiterale o al termine del ritiro spirituale mensile dei preti nella mezz’ora di comunicazioni prima del pranzo,  per sentire gli interventi di quel prete burbero, dai toni particolari e dalla voce accesa che non faceva sconti a nessuno, preti e vescovi compresi e senza reticenze andava, senza fronzoli, diritto alle questioni ed ai problemi pastorali denunciando, qualche volta, la contro testimonianza, di clero e laici e a tutti chiedeva uno stile di vita coerente col Vangelo.
O quando, per la processione serale del venerdì santo,  lui – da rettore del Santuario dell’Addolorata – animava la processione col megafono. I seminaristi, ieri come oggi erano soliti iniziare la processione all’altezza della chiesa di San Girolamo… e lì puntualmente ogni anno scattava il rimprovero pubblico, interrompendo il rosario o il canto: “Ecco il seminario … puntualmente in ritardo…. Annacativi!”
Chi lo conosceva per la prima volta, soprattutto i bambini, si sentiva apostrofato da quella voce severa, con l’appellativo “Nicarè!” a cui però seguiva sempre un schiarita di voce e quel senso di timore si scioglieva come neve al sole. Ricordo il timore misto ad imbarazzo che si provava dinnanzi a lui specie quando, a brucia pelo, ti rivolgeva una domanda: “Chi è Dio?”, “da Dove viene l’uomo?”, “Ma l’anima c’è davvero?”, “perché la morte dei bambini? …” se la risposta tardava o era incerta e confusa partiva puntualmente la mitica frase, con l’accento favarese, che tradiva le sua origini,“gran pezzo di sceccu inveci di perdiri tempu va studiaa! Leggiti lu Catechismo e gli autori classici!”.
Un prete, come scrisse don Diego Acquisto in un profilo, “dal carattere forte e determinato, dall’intelligenza pronta e vivace, dalla dialettica fluida e tagliente… Penso che tutti ricordiamo il suo incedere sicuro, il suo sguardo diretto, la sua parola facile, chiara ed affascinante”
Un figlio della nostra terra e della nostra Chiesa che ha servito sempre con intelligenza ed amore. E se più volte ha alzato la voce o usato la penna, per denunciare lentezze e incongruenze, lo ha fatto con lo spirito della sentinella, o della madre sul suo bambino.

I suoi scritti (18 libri e centinaia e centinaia di articoli sul settimanale “L’Amico del Popolo” che firmava Piresse) testimoniano tale insonne e indomita cura.  Di una cosa sono certissimo: l’ha amata questa Chiesa, offrendo per essera, il tempo e le sue energie, le sue gambe e la sua testa … la vita.
E nella chiesa ha voluto bene in modo particolare i poveri, gli ultimi e i confratelli che lui sempre chiamava “compagni”… Diceva sempre, specie ricordando i compagni di ordinazione e di seminario, ci siamo fatti rubare dai comunisti, questa parola bellissima e spiegava l’etimologia: “compagno deriva da latino medievale cum-panis “che mangia lo stesso pane” e chi come noi non può affermare questa verità…”.
Oggi mi piace ricordarlo come collaboratore del nostro settimanale fin dalla fondazione, e a nome di tutti, redattori e collaboratori, desidero esprimere il mio ringraziamento a don Stefano per questo impegno che non figura negli incarichi ufficiali, con decreto vescovile, ma che è stato una dimensione di tutto il suo ministero: scrivere, annotare, appuntare, pubblicare come altri suoi compagni di ministero, Domenico De Gregorio, Gerlando Lentini, mons. Restivo…

Il suo amore per la Chiesa lo ha portato a vivere il giornalismo, anche se mai ha voluto iscriversi all’albo dei giornalisti, e la sua attività di scrittore come forma alta di carità intellettuale non solo nell’agone pubblico e nei dibattiti culturali, ma soprattutto come servizio umile e disinteressato alla nostra gente per accompagnarla nella ricerca della sapienza.
Qualcuno leggendo il suoi scritti può frettolosamente liquidarlo come un nostalgico, ma andando in profondità ci si accorge come padre Pirrera amava  e sapeva guardare al passato perché “ignorare ciò che è accaduto prima della tua nascita, equivale ad essere sempre bambino” (Cicerone); ma ha saputo contemporaneamente guardare ed essere esegeta del presente, perché lui era convinto, per dirla con Benedetto Croce che “Ogni vera storia è storia contemporanea”. Sapeva, a modo suo, stare con amore nella cronaca e nella storia, soprattutto nella storia dei poveri e degli ultimi. Ed ha saputo nella vita e negli scritti tessere il passato, il presente e il futuro con il filo dell’eternità.
Amava ripetere una frase di un suo carissimo “compagno” di seminario e di ministero, padre Calogero Salvo, la cui memoria lui ha voluto preservare con la pubblicazione di “Più luce”, il testo che ne raccoglie i pensieri.
“La scienza è conoscenza delle cose, la sapienza è conoscenza della vita. La mancanza di scienza è ignoranza e difficoltà a vivere, la mancanza di sapienza è stoltezza è facilita a morire. La scienza a tutti è utile, la sapienza a tutti è necessaria”.
Nella sua dedica alla copia “tutti a scuola di catechismo” mi scrisse queste parole: “A servizio sempre della verità e della giustizia come prete e come giornalista… ma senza tutti e sette i doni dello Spirito Santo ha voglia di faticare”.

E di questo lui ne era convinto.
Un maestro per me e per molti redattori del giornale che non è mai salito in cattedra, neanche quando insegnava nelle scuole pubbliche, consapevole come è sempre stato che un il settimanale o uno scritto è un luogo altro e spesso più difficile della cattedra. Scrivere per lui era documento della propria personalità. Era una lotta con se stesso, che qualche volta, soprattutto quasi al termine dei suoi giorni, gli è costata sangue e fatica per non mancare l’appuntamento settimanale con i lettori e gli abbonati al nostro giornale.
Era uno scavare dentro se stesso, le vicende della vita, “un continuo dialogo interiore tra fede e ragione, un continuo ascolto della coscienza.”
E permettetemi di richiamare una sua raccomandazione pressante a chi per la prima volta si accingeva a scrivere, ma lo ricordava anche ai preti per la predicazione: “Ogni ambiente, ogni disciplina scientifica… ha un lessico e un gergo che solo gli iniziati conoscono. Se questo è tollerabile per altri ambienti, nella Chiesa il linguaggio dovrebbe essere sempre quello della lingua comune parlata da tutti”; per questo amava, scriveva e comporre i suoi versi in lingua siciliana. Ringrazio il buon Dio per avermelo dato come confratello e amico dalla penna sottile. Il  suo ricordo diventi incoraggiamento e messaggio perché in ognuno di noi si ravvivi la passione di comunicare le ragioni di quella speranza che non delude e che don Stefano ha sempre fatto trasparire nelle sue scelte e nei suoi scritti.

Chiesa santa, di Diu figlia diletta,
lu Redenturi tuttu t’ha virsatu
lu sangu priziusu chi s’aspetta
l’umanità pi vinciri ‘u piccatu.

Ammistralu tu, senza riservi
Ma cu l’amuri, lu rispetti santu
C’a a lu Signuri hann’a purtari i servi,
chi tutti uguali sunnu e senza vantu.

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