La politica e le migrazioni. Quei sindaci capaci di commuoversi e accogliere

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“Quei sindaci capaci di commuoversi e accogliere”. È il titolo di un articolo dell’amico Antonio Mira, giornalista di Avvenire, pubblicato sulle pagine del quotidiano domenica 27 agosto 2023 e che volentieri pubblichiamo. Mira parte da una immagine, quella del sindaco di Favara,  Antonio Palumbo,  che sorregge la bara bianca di un bimbo migrante vittima del naufragio dell’8 agosto nel mare di Lampedusa, per trattare un tema di attualità in questi giorni, quello della politica e dell’accoglienza dei migranti che, come ha detto, parlando al Meeting di Rimini, il segretario generale della Cei, mons Giuseppe Baturi, è un tema da affrontare con una «politica concertata» e attraverso un intervento «globale, almeno da parte dell’Europa».  

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Un’immagine forte, drammatica, struggente. Ma anche dall’alto valore politico e istituzionale. È quella del sindaco di Favara, Antonio Palumbo, mentre sorregge la piccolissima bianca bara di Mohamed Junior Diomande, bimbo ivoriano di un anno e mezzo, vittima del naufragio dell’8 agosto nel mare di Lampedusa. Non si vede il viso del primo cittadino del centro agrigentino, ma spicca la fascia tricolore che il sindaco ha voluto indossare per questa triste cerimonia nel cimitero comunale il 24 agosto. Una fascia coi colori nazionali, il bianco, rosso e verde, che rappresentano il comune come istituzione, non di parte. «Abbiamo accompagnato oggi il piccolo Mohamed nella sua ultima dimora. La baricina bianca – ha scritto il sindaco – riposa tra i nostri cari e al fianco di altri bambini e bambine, alcuni senza nome, morti nella traversata del Canale di Sicilia. È una magra, inesistente, consolazione aver permesso che la giovane mamma potesse piangerlo sapendo, almeno, dove si trovano le spoglie del proprio bimbo. Oggi Mohamed, però, è figlio di tutta la comunità favarese». Di tutta la comunità che il sindaco ha voluto rappresentare indossando, appunto, la fascia tricolore. Come aveva già fatto il 23 dicembre, per la sepoltura di una donna non identificata e due bimbe, Camara, 6 mesi, e Silla Alina, un mese circa. Come quei sindaci del Crotonese che si inginocchiarono, assieme all’arcivescovo Raffaele Panzetta e all’imam Mustafa Achik davanti alle bare, tante bianche, della strage di Steccato di Cutro. Fasce tricolore indossate da persone inginocchiate davanti alle vittime dei trafficanti di uomini e di soccorsi inadeguati.

Gesti di umana pietà, di rispetto, ma anche dal forte e positivo valore istituzionale, come sottolineò uno di loro, il primo cittadino di Me-lissa, Raffaele Falbo. Per chiedere scusa a nome di tutti, assumendosi responsabilità anche non proprie. È la politica quale «più alta forma di carità», come diceva papa Paolo VI. Politica come servizio al bene comune, verso i propri concittadini e verso chi cerca in queste terre speranza e futuro. Non la politica che soffia sul fuoco dell’intolleranza e delle porte chiuse. Che sa solo dire “non da noi”, o “sono già troppi”, di fronte alle richieste di accoglienza. Alcune volte non aprendo neanche i cimiteri. Invece, non mancano sindaci e comunità che hanno accolto e continuano ad accogliere. Pensiamo a Roccella Jonica, a Pozzallo, che hanno ospitato migliaia di profughi (visto tante vittime). Sindaci e comunità che aprono porte e braccia, ma che proprio per questo il Governo ha il compito di aiutare economicamente e organizzativamente. Perché il bene si deve fare bene, e va sostenuto. Ma alcune volte si ha l’impressione che si voglia scaricare tutto sui sindaci e le comunità locali. E se va male, sarà colpa loro e, ovviamente, degli immigrati. Ma quei sindaci che con la fascia tricolore vogliono rappresentare comunità sensibili e accoglienti ci dicono in modo concreto e ben visibile che la politica deve fare altro. Commuoversi. E muoversi.

Antonio Maria Mira

 

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