Nelle prime settimane di luglio, di ritorno dall’esperienza dell’ufficio stampa per la visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, dopo il lavoro di redazione del settimanale, ho trascorso i pomeriggi a “studiare” i vecchi numeri de “L’Amico del Popolo” conservati nell’archivio storico del giornale, per redigere la relazione tenuta poi il 18 luglio al convegno organizzato dal Soroptimist “La città che vorrei”.
Sono anni per me lontani quelli della frana di Agrigento. E quindi, seduta al fresco della redazione, annate alla mano, ho ripercorso, dal 1956 al 1976, la storia urbanistica della città capoluogo attraverso articoli, interviste e lettere al direttore. E tra una denuncia di speculazione e una profezia, con mia grande sorpresa, sfogliando l’annata 1976, l’anno prima che io nascessi, ho scoperto come e perché nacque l’anello verde attorno ad Agrigento.
Don Biagio Alessi, in quel numero interamente dedicato al decennale della frana del 1966 che cambiò per sempre l’aspetto della Città dei templi, intervistava il dott. Girolamo Giusto, ispettore capo della sezione dipartimentale alle Foreste di Agrigento.

Scriveva Alessi: “Anche a non essere dei fini osservatori, tutti, arrivando ad Agrigento dalle parti di Favara, dal Quadrivio Spinasanta da Raffadali e da Villaseta, in questi ultimi anni, abbiamo potuto rilevare come attorno alla Città dei Templi si estende una grande fascia di verde. È un bosco giovane che dà un volto nuovo a tutta una zona prima brulla, arida e scoscesa, che va dalla zona sotto la rupe Atenea, prosegue sotto via Nuova Favara, al di qua del Quadrivio Spinasanta, sotto la Bibbirria e la zona del Duomo, sino al limite delle zone franate della via Santo Stefano (oggi via XXV aprile, ndr) e dell’ex macello comunale. È una delle realizzazioni più interessanti del dopo frana che porta alla città un doppio beneficio di incalcolabili dimensioni: la sistemazione idrogeologica delle sue pendici e un demanio forestale comunale, che poche città in tutta Europa posseggono”.
Giusto precisò che il bosco che cinge tutto il colle della città di Agrigento, dalla Rupe Atenea fino al Parco dell’Addolorata fin sotto Fondacazzo, fosse il risultato delle decisioni “a cui è pervenuta la Commissione di studio, istituita dopo la frana del 19 luglio 1966 per raccogliere dei dati tecnici”.
Si legge nell’articolo di Alessi: “Una delle cause, che secondo i tecnici ha influito sulla frana di Agrigento, fu individuata nel disordine idrogeologico della collina su cui sorge la città, che fa peso sulle sue pendici circostanti. Inoltre queste pendici, osservate meglio, erano soggette al disordine degli scarichi delle acque dei nuovi palazzi sorti in questi ultimi decenni. La Commissione pertanto stabilì che era urgente intervenire per la sistemazione idrogeologica delle pendici della città, il cui progetto venne finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno. Si è proceduto pertanto ad espletare tutti quei lavori utili innanzitutto alla raccolta delle acque, costruendo briglie e cunettoni che portano le acque sino agli impluvi naturali, i fiumi dell’Hypsas e l’Akragas (S. Anna e S. Biagio). Inoltre per dare maggiore consistenza e stabilità si venne anche ad un’opera di rimboschimento di tutta la zona, che fu affidata appunto all’Ispettorato alle Foreste della Regione. L’area del bosco è vastissima, 370 ettari, pari a 370.000 mq.
L’importanza di questa realizzazione sta nel fatto che le terre espropriate per la creazione del bosco ai proprietari è fatta a favore del comune. Agrigento pertanto, terminati i lavori preliminari, possederà un immenso demanio forestale, una straordinaria zona di verde pubblico di proprietà del cittadino. L’impianto boschivo, ci dice il dr. Giusto, è perfettamente riuscito. Infatti a quattro anni dall’inizio dei lavori, si sono potute colmare le fallanze, e oggi il bosco ha raggiunto il 100% dell’attecchimento. Inoltre sono state adoperate delle piante di rapido accrescimento del gruppo mediterraneo, quali eucaliptus, acacia, pini, d’Aleppo… Queste piante assicurano l’affermazione della realizzazione. Inoltre le premesse sono ottime e continuando i lavori culturali per altri 3-4 anni si avrà il completamento dell’opera.
Fra qualche anno pertanto Agrigento sarà una delle poche città della Sicilia cinta di verde. Su questa meravigliosa realizzazione tuttavia gravano alcuni pericoli. Quello più grave, data l’estate lunga e siccitosa, rimane quello degli incendi. Infatti non c’è il pericolo del pascolo. Invece essendo confinante con la città, c’è il pericolo permanente del mozzicone di sigaretta gettata dal solito incosciente. Si effettuano periodicamente i viali parafuoco e il servizio di guardianiato. Occorre l’impegno e l’attenzione dei cittadini ad evitare di distruggere in breve tempo e per distrazione un patrimonio inestimabile, che appartiene a tutta la cittadinanza”.
La mattina di mercoledì 22 luglio, percorrendo in auto la strada per raggiungere la redazione, l’aria era irrespirabile. Dalla sera del 21 luglio, una parte di quel bosco creato per “salvare” la città da un’altra frana, ha cominciato a bruciare. Per mano di un assassino. Di un delinquente. Di un essere ignobile che merita la condanna all’ergastolo. Flora e fauna distrutte per sempre. Animali selvatici morti tra le fiamme senza alcuna possibilità di salvarsi. E un patrimonio boschivo cresciuto in 60 anni andato in fumo in poche ore. A distanza di giorni guardare a qual polmone verde ridotto a un ammasso di cenere fa solo tanta rabbia e resta solo il dolore.


















