Licata – festa del Patrono, mons. Damiano: “Sant’Angelo ci convoca con la sua straordinaria forza unitiva”

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La foto con i concelebranti al termine della S. Messa

Questa mattina, Domenica 22 Agosto 2021, alle ore 11:00, l’Arcivescovo di Agrigento,  mons. Alessandro Damiano,  ha presieduto la S. Messa in occasione dei festeggiamenti del patrono di Licata, Sant’Angelo, martire carmelitano,  nella commemorazione del 396° anniversario della liberazione della città di Licata dalla peste del 1625.

Anche quest’anno, la festa – per il perdurare dell’emergenza sanitaria –  non ha avuto manifestazioni pubbliche se non gli appuntamenti che si sono tenuti nel Santuario  secono il programma redatto dalla comunità dei PP. Carmelitani. (vedi)

Questa mattina, alla presenza del Popolo fedele di Licata,  a concelebrare con l’Arcivescovo c’erano  i Padri Carmelitani, Joseph Saliba, priore provinciale della Provincia Maltese dei Carmelitani, P. Roberto Toni, priore provinciale della Provincia Italiana dei Carmelitani, P.Antonino Mascali, Rettore e Priore della Comunità Internazionale di Sant’Angelo a Licata,      P. Francesco Ciaccia, P.Gerard TangChoon e Fra Antonio Di Sarno della Comunità Internazionale di Sant’Angelo a Licata, don Tommaso Pace e don Stefano Principato della Comunità Ecclesiale  di Licata,  P.Adam Nyk, Salesiano della Missione Cattolica Italiana di Colonia in Germania.

Durante l’omelia,  mons. Damiano, lasciandosi guidare dalla Parola proclamata e dall’esempio del martire Angelo, ha voluto consegnare un messaggio di speranza alla comunità ecclesiale e civile, presente in Santuario per onorare il santo Patrono.

Mons. Damiano, ha esordito il suo intervento omiletico dicendo: “Sant’Angelo ci convoca, ancora una volta, per questa festa di mezza estate. Ci convoca con la sua straordinaria forza unitiva, che ci fa convergere al di là delle nostre diverse appartenenze: le quindici parrocchie della città, la comunità ecclesiale e quella civile con le loro molteplici espressioni e le loro rappresentanze…  Tutti – ha proseguito –  stamattina ci sentiamo, ancora una volta, un unico popolo, accomunato dallo stesso affetto e dalla stessa devozione verso il Santo carmelitano che otto secoli fa, in questa nostra città di Licata, ha subìto il martirio per testimoniare la fede in Cristo e richiamare tutti — tanto la gente comune quanto i notabili e i potenti — alla rettitudine della coscienza, alla coerenza delle scelte e all’integrità delle azioni”.

Commentando la prima lettura della liturgia domenicale ha proseguito dicendo: “Oggi Sant’Angelo ci convoca proprio come ha fatto Giosuè, che «in quei giorni radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio». L’assemblea di Sichem dopo la convocazione al Sinai, ha un ruolo fondamentale nella configurazione della coscienza di Israele come popolo dell’alleanza. E rileggere questa pagina del libro di Giosuè – ha detto ai presenti –  come sfondo del nostro raduno di stamattina attorno a Sant’Angelo è importante per ritrovare e consolidare quella coscienza, che a volte rischiamo di perdere o anche soltanto di offuscare… Sul Sinai — durante la marcia nel deserto — Dio, attraverso Mosè, dona la legge come via della vita alle dodici tribù dei figli di Israele. A Sichem — dopo l’ingresso nella terra di Canaan — mediante Giosuè le raduna perché costituiscano un unico popolo. Rispetto al dono della legge sul Sinai – ha detto –  la rinnovazione dell’alleanza a Sichem segna dunque per Israele una svolta decisiva, attraverso l’acquisizione di una nuova consapevolezza e di un nuovo stile di vita, in un contesto ormai profondamente mutato. Se la suddivisione in gruppi si prestava infatti alla vita nomade durante la traversata del deserto, lo stanziamento nella terra promessa e il bisogno di organizzare la convivenza sociale richiedeva una coesione sempre più stabile e un’organizzazione sempre più complessa.

E questo era possibile — allora come oggi — solo attraverso la condivisione di un’identità comune, rispettosa delle diversità, ma capace di integrarle e di farle interagire in vista di un bene più grande e di una giustizia più equa. L’intuizione di Giosuè a Sichem – ha affermato –  coglie lucidamente questa necessità e abbozza un progetto di unità tutt’ora valido, che oggi, in questa convocazione della comunità licatese nel nome di Sant’Angelo, sento il bisogno di riproporvi: c’è qualcosa che ci unisce prima ancora che la vita, con le sue esigenze, ci porti a distinguere i vari ambiti di azione, le diverse competenze e le necessarie interazioni tra le parti. E questo qualcosa che ci unisce – ha affermato – va ricercato al di là di ciò che ci divide, oltre le singole situazioni che di volta in volta viviamo.

Va ricercato innanzitutto nella capacità di fare memoria. Fare memoria – ha puntualizzato –  non significa semplicemente ricordare il passato, ma riscoprire ciò che ha determinato la nascita e la progressiva strutturazione di un’entità ben definita. Significa ricostruire la sua identità e preservarla da ogni possibile perversione, dovuta a fraintendimenti e strumentalizzazioni nel corso del suo sviluppo storico, in modo da orientarla sempre e di nuovo verso la meta inscritta nel suo stesso atto costitutivo. Questo fa Giosuè nel suo lungo discorso alle dodici tribù di Israele riunite a Sichem, richiamando i «tempi antichi» e l’opera dei «padri», evidenziando l’iniziativa di Dio e i suoi interventi in favore di Israele e concludendo che solo grazie a Lui le attuali tribù possiedono una terra che non hanno lavorato, abitano in città che non hanno costruito e mangiano i frutti di vigne e oliveti che non hanno piantato (cf. Gs 24,13). Smarrire questa consapevolezza — ha detto, oggi come allora — ci porta a rivendicare primati che non ci appartengono, a dimenticare benefici che ci sono stati concessi il più delle volte senza alcun merito, a tradire gli impegni di cui siamo debitori nei confronti di Dio e degli altri.”

Per mons. Damiano “fare memoria è dunque il primo passo verso l’unità perché ci riporta a quella comune appartenenza che dobbiamo ravvivare tutte le volte che la perdiamo di vista, in nome di un frainteso e distorto senso della vita e della storia in cui Dio non ha più il primo posto e in cui ci sembra di essere noi l’inizio, il punto di riferimento e il compimento di tutto.

Dalla memoria ritrovata, quale condizione imprescindibile – ha detto – deriva la rinuncia agli idoli. Non si tratta semplicemente di credere in un solo Dio, ma di recuperarne il volto autentico, purificandolo da tutte quelle false idee che ci costruiamo quando ci illudiamo di potercelo immaginare secondo i nostri schemi e di poterlo strumentalizzare in base ai nostri bisogni. L’idolatria – ha ammonito –  da cui dobbiamo stare in guardia consiste nella presunzione di farci un “dio” a nostro “uso e consumo”, pronto a legittimare ogni arbitrio, se non addirittura ogni abuso, per il nostro tornaconto personale”. Ma ancora,  per l’Arcivescovo,  “rinunciare agli idoli significa, al contrario, renderci disponibili a cercarlo e ad accoglierlo così come Egli è, con le sue richieste spesso scomode ed esigenti, proprio perché rovesciano i nostri modi usuali di pensare, di volere e di agire”.

E facendo riferimento alla pagina del Vangelo ha proseguito dicendo: “ È normale che questo ci scandalizzi e ci metta in crisi, com’è avvenuto alle folle e ai discepoli nel racconto del Vangelo. Essi si erano lasciati prendere dall’entusiasmo per la moltiplicazione dei pani e dei pesci che Gesù aveva appena compiuto e avevano creduto di poterlo fare re, alimentando i loro progetti politici, o almeno di poterlo trattenere, perché continuasse a dare loro da mangiare. Ma di fronte al suo rifiuto — e soprattutto davanti alla sua provocazione sul significato del pane spezzato, donato e condiviso — esclamano: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». «Da quel momento — riferisce l’evangelista — molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui». Quando l’idolatria prende il sopravvento sulla fede, finisce sempre così: restiamo delusi e ci mettiamo alla ricerca di qualcos’altro, illudendoci che una scappatoia qualsiasi basti ad appagare l’insopprimibile desiderio di vita e di salvezza che tutti ci portiamo dentro. Simon Pietro questo lo sa e, di fronte al Maestro che chiede ai Dodici se anche loro vogliano andarsene, professa la sua fede dicendo: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Creduto e conosciuto: è questo l’ordine esatto per rimettersi sulla strada del discepolato, dopo lo scandalo divenuto necessario per fare chiarezza con se stessi. Tante volte pensiamo di dover conoscere per poter credere, di trovare certezze per riuscire a fidarci. Ma la fedeltà a Dio, richiesta da Giosuè alle dodici tribù di Israele così come da Gesù ai Dodici e a ciascuno di noi, esige quell’inversione di rotta tra il conoscere e il credere, che ristabilisce il primato della fede sulla pretesa di raggiungere a tutti i costi i nostri obiettivi. Solo così possiamo scegliere, consapevolmente e deliberatamente, di seguire e servire il Signore, condividendo una comune volontà di bene, che supera ogni ripiegamento egoistico su noi stessi e ogni presunta superiorità sugli altri e finanche su Dio.

Così la scelta di seguire e servire il Signore, a cui conducono la memoria ritrovata e la rinuncia agli idoli, si concretizza — per Israele e per noi — nell’acquisizione di un’identità condivisa, che precede, fonda e tiene unite le legittime diversità, come espressioni della ricchezza comune e non come ostacolo all’autoaffermazione dei singoli o dei gruppi. Non c’è in gioco una “terra promessa” da dividersi, secondo quanto ciascuno riesce a prendersi, né una proprietà o una prerogativa da difendere e da espandere, dopo averla conquistata. In gioco c’è la consapevolezza di essere l’unico popolo di Dio, da Lui scelto, costituito e guidato. Ma dalle dodici tribù all’unico popolo il passaggio non è semplice e non è neppure scontato, come del resto non è semplice né scontato il passaggio dalle nostre appartenenze frammentate alla coscienza dell’unità che dobbiamo recuperare e, se è il caso, ricostruire.

Facendo riferimento poi ai ai recenti fatti di cronaca ha ricordato che “Se non è chiaro e se non è condiviso da tutti che il senso dell’unità deve prevalere sul bisogno di affermare se stessi, impegnandoci a ricomporre le fratture e a curare le ferite del nostro corpo sociale ed ecclesiale, non possiamo aspettarci stabilità per il presente né prospettive per il futuro. E non avremo stabilità e prospettive fino a quando il pestaggio — quello fisico o anche solo quello verbale — continuerà a essere un modo per farci giustizia da soli, pensando che avere ragione basti a giustificare la violenza in ogni sua forma, non avremo stabilità e prospettive fino a quando il bullismo — quello che prende di mira i più indifesi o quello che lascia in disparte i più deboli — continuerà a essere un modo per ostentare la nostra supremazia. Non avremo stabilità e prospettive fino a quando contese estenuanti e sterili di ogni genere — quelle che portiamo nei tribunali o quelle che disputiamo in casa o per strada — continueranno a essere un modo per rivendicare diritti che non ci competono, tralasciando i doveri di cui siamo responsabili.

All’inizio – ha concluso mons. Damiano l’omelia – richiamavo la straordinaria forza unitiva che Sant’Angelo ha per la nostra città di Licata. Non c’è modo migliore di onorare la sua memoria se non compiendo ancora una volta la scelta decisiva di ri-centrarci su quella fede che lui ha testimoniato in mezzo ai nostri padri a costo della sua stessa vita e che, nel corso dei secoli, ha tenuto unita nel bene la nostra comunità. Non c’è modo migliore di festeggiare il nostro Patrono – ha ricordato –  se non facendo nostre, sul suo esempio, le parole di Israele a Sichem — «Anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio» — e traducendo la nostra professione di fede in un impegno concreto e fruttuoso di vita nuova.

Con voi e per voi prego il Signore, perché Lui stesso realizzi quanto noi, con le nostre deboli forze, non siamo capaci di compiere. A tutti e a tutte buona festa e auguri di santità!”

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