Marco e Giuseppe ordinati presbiteri, Damiano:“Decifrare il grido di chi è ferito e oppresso”

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Martedì 25 novembre 2025, giorno in cui la Chiesa agrigentina celebrava la memoria liturgica di San Gregorio Agrigentino, la Basilica Cattedrale si è fatta grembo accogliente per un evento di grazia: L’ordinazione presbiterale dei diaconi Marco Lo Mascolo e Giuseppe Savarino.

L’Eucarestia, animata dalla corale diocesana, ha visto la partecipazione di numerosi fedeli, presbiteri e diaconi, religiosi e religiose, provenienti da tutto il territorio diocesano; oltre ai familiari e agli amici e i tanti che hanno accompagnato i due presbiteri novelli durante gli anni di formazione in seminario ma anche quelli delle comunità di origine, Raffadali e Ravanusa, con i primi cittadini,  e quelli dove hanno svolto il ministero diaconale; nella comunità di Fontanelle e all’Ospedale “San Giovanni Di Dio” per Giuseppe e nella Comunità San Michele e all’Ospedale “San Giovanni Paolo II”  di Sciacca per Marco.

Suggestivo e ricco di segni il rito di ordinazione: La chiamata per nome dei candidati; il dialogo tra l’Arcivescovo ed il rettore del seminario, don Stefano Nastasi che ha chiesto, a nome della Chiesa, che i diaconi fossero ordinati presbiteri. L’Arcivescovo, dopo essersi sincerato che ne fossero degni, li ha eletti all’ordine del presbiterato. È seguita poi l’interrogazione e la promessa di obbedienza tra le mani del Vescovo, con le solenni parole del rito (“Prometti a me e ai miei successori …”) spezzate da lacrime di commozione da parte di mons. Damiano.A seguire l’emozionante momento delle litanie dei santi con gli ordinandi prostrati a terra,  in segno di consegna della propria vita a Dio, l’invocazione dello Spirito, l’imposizione delle mani sul capo e la solenne preghiera di consacrazione; quindi l’unzione delle mani col sacro crisma, la vestizione dei paramenti presbiterali (la stola e la casula) e la consegna ai neo presbiteri della patena con il pane e il calice con il vino accompagnata dall’invito a trasformare in vita la celebrazione eucaristica: “Ricevi – ha detto a ciascuno l’Arcivescovo – le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore”.

Il rito si è concluso con l’abbraccio dei neo presbiteri con l’ arcivescovo e con tutto il presbiterio presente a significare l’entrata a far parte di esso e la loro accoglienza in seno ad esso.

L’arcivescovo all’inizio dell’omelia si è rivolto ai candidati partendo dal loro “Eccomi!” pronunciato poco prima, definendolo come l’inserimento della loro specifica chiamata nella più ampia missione della Chiesa, orientata al compimento del Regno eterno di Cristo Re e Sacerdote.  “Una missione – ha ricordato il Pastore ai presenti in cattedrale – che ci vede tutti protagonisti e corresponsabili… Tutti, dunque, configurati a Cristo Re e Sacerdote come sue membra, per fare di lui veramente “il cuore del mondo”, così che la fede ne illumini le scelte, la carità ne sospinga i passi e la speranza ne allarghi gli orizzonti. E voi due, da – ha dettato a Marco e Giuseppe – oggi, insieme a questo presbiterio nel quale entrate in forza dell’ordinazione, configurati in modo speciale a Cristo-capo, per farvi con noi servi dei fratelli e delle sorelle che il Signore affida alle nostre cure pastorali.”

Da lui, Cristo Re e Sacerdote, impariamo — tra le altre cose — proprio l’arte del governo, che è il modo concreto di prendersi cura del mondo, di garantire la sua armonia e di indirizzarlo verso la sua piena realizzazione. E l’invito a coltivare quest’arte – ha detto rivolto a Marco e Giuseppe, “che da oggi sarete chiamati a governare — insieme a insegnare e santificare — in favore del popolo di Dio…”

Forse la parola “governo” – ha continuato –  può suonare strana e fuori luogo, soprattutto in un contesto come il nostro, sempre più disabituato e sempre meno affezionato a ogni forma di autorità. Ma, quanto più ne sentiamo la carenza, tanto più ne dobbiamo cogliere la sfida. E la sfida è quella che Gesù stesso consegna ai suoi discepoli e a ciascuno di noi, come abbiamo ascoltato ancora una volta nel Vangelo: «i governanti delle nazioni dominano su di esse… tra voi non sarà così… chi vuole diventare grande sarà servitore… chi vuole essere primo sarà schiavo… come il Figlio dell’uomo… per dare la vita in riscatto per molti».”

Governare non è comandare Chi comanda si mette in prima fila per essere considerato grande; chi governa sa che a volte deve camminare davanti per aprire la strada, ma altre volte deve spostarsi indietro per accertarsi che nessuno si perda e altre volte ancora deve mettersi in mezzo per controllare che nessuno si  stanchi o si lascia sopraffare dalla stanchezza o dai soprusi. Governare è servire e accompagnare, proprio come fa il Buon Pastore…  che E, configurandoci a lui, dobbiamo riconoscere che il nostro primo dovere — qualunque sia il nostro apostolato — è il servizio e l’accompagnamento, che umilmente dobbiamo ricercare negli altri e che, altrettanto umilmente, agli altri dobbiamo offrire.”

In questa prospettiva, ha ricordato come il ministero non è una prerogativa ma un dono. “Dono che riceviamo senza alcun merito e dobbiamo rendere senza alcuna pretesa… dono che non ci rende immuni dalle sofferenze ma, anzi, ci abilita al martirio, se non altro a quello incruento — e talvolta anche invisibile e silenzioso — di ogni giorno. Per questo il ministero – ha ricordato –  non si può improvvisare e non basta avere appreso delle nozioni a riguardo per pensare di esserne pronti; non basta neppure averne fatto esperienza per tanto tempo…”

Ha poi detto  come esso si prepara e si compie mediante un ascolto a più livelli, attenti a conservare la gioia quando la tristezza rischia di prendere il sopravvento e a coltivare l’umiltà quando l’egocentrismo vorrebbe farci prevalere su tutti e su tutto.

Va dunque educato quotidianamente, il ministero, nel senso di un continuo “lasciarsi condurre fuori”, che ha tutto il sapore dell’esodo e tutta la forza della chiamata. Ma chi – ha chiesto – dobbiamo ascoltare? A quali livelli di ascolto dobbiamo collegare l’educazione del nostro ministero?

Innanzitutto — è ovvio — dobbiamo ascoltare Dio. Conosciamo bene – ha proseguito – le forme e i modi di questo ascolto, ma dobbiamo sforzarci di liberare la nostra preghiera dalla ripetitività e dal senso del dovere, il nostro rapporto con la Parola dalle pre-comprensioni e dalle letture affrettate, il nostro rapporto con i sacramenti da una pratica formale e abitudinaria, in modo che lui possa irrompere nella nostra esistenza ogni volta come se fosse ancora la prima e come se fosse già l’ultima.”

Ma per mons. Damiano non basta ascoltare Dio. “È necessario – ha detto – anche ascoltare gli altri. E in questi “altri” per l’arcivescovo, rientrano tutti, senza preferenze: “Non possiamo – ha affermato – usare parametri di ascolto e indici di gradimento diversi in base a chi consideriamo “vicini” e a chi etichettiamo ‘lontani’, perché per ascoltare è richiesta la prossimità, cioè la nostra capacità di raggiungere tutti, non la vicinanza o la lontananza, cioè la distanza che di fatto intercorre tra noi e loro. Dio, in Cristo, questa distanza l’ha accorciata fino a eliminarla del tutto. Chi gli resta lontano – ha ribadito – è solo perché lui, nella sua libertà e nella sua liberalità, gli permette anche di rifiutarlo…” ha poi indicato la misura di questa prossimità, citando le parole del testo di Isaia, ascoltato nella prima lettura, lo stesso ripreso da Gesù nella sinagoga di Nazareth all’inizio del suo ministero. Farsi prossimi significa captare e decifrare il grido di chi è ferito e oppresso e attivare in suo favore processi di liberazione e consolazione. Non c’è – ha affermato – progetto pastorale più autentico ed efficace di questo. Ma non potremo mai ascoltare seriamente gli altri – ha concluso –  se non siamo disposti ad ascoltare sinceramente noi stessi. La Parola ci ha ricordato che «abbiamo questo tesoro» — il ministero dell’annuncio di Cristo Gesù Signore — «in vasi di creta». Un’immagine semplice ma incisiva, che definisce uno stile di vita e di azione coerente con la potenza del ministero che ci è affidato, con la santità di colui che ce lo conferisce e con la realtà di coloro per i quali dobbiamo esercitarlo. I nostri «vasi di creta» sono tutti quegli aspetti di fragilità e vulnerabilità di cui siamo portatori, insieme a tutti gli altri; sono le ferite e le sconfitte che segnano la nostra storia, come quella di tutti gli altri; sono i bisogni profondi e le attese inespresse che si agitano nel nostro cuore, come in quello di tutti gli altri.”

Spesso di queste cose ha notato mons. Damiano ci spaventiamo e ci vergogniamo e tendiamo a reprimerle e ignorarle per sembrare migliori. “Ma proprio queste cose ci salvano — o , meglio, ha puntualizzato, in queste cose il Signore ci salva — «affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi», come conclude la Scrittura. Non sono “difetti di fabbrica” o “errori di funzionamento”, ma luoghi di rivelazione e palestre di santità, perché ci restituiscono la giusta dimensione di noi stessi, dei nostri fratelli e sorelle, che siamo chiamati a servire e accompagnare, e di Dio, origine e compimento di ogni vita e di ogni storia, di ogni vocazione e di ogni missione.

Chiediamo a lui  – ha concluso – la grazia di educare il nostro ministero e, prima ancora, la nostra coscienza, perché nel suo nome impariamo ad ascoltare senza controbattere, ad accogliere senza giudicare, a cercare senza forzare, ad aspettare senza spazientirci, a sostenere le critiche senza scoraggiarci, ad accettare consigli senza insuperbirci.

Maria, Madre della Chiesa, ci indichi la strada e vegli sul nostro cammino. San Gregorio agrigentino interceda per noi, perché come lui impariamo a governare nella Chiesa secondo lo Spirito di Cristo, a gloria del Padre e per il bene dei fratelli.”

Prima della benedizione l’Arcivescovo ha anche annunciato l’incarico pastorale che i neo ordinandi andranno a ricoprire: don Giuseppe, continuerà il suo servizio all’Ospedale “San Giovanni di Dio” e vice parroco nella parrocchia B.M.V. Madre della Chiesa, mentre don Marco continuerà il servizio nell’ospedale di “San Giovanni Paolo II” e nella parrocchia San Michele di Sciacca. Nel mentre i neo presbiteri hanno celebrato la loro prima messa nelle comunità di origine: Giuseppe Savarino nella chiesa madre di Ravanusa, il 26 novembre e Marco Lo Mascolo, il 27, nella Chiesa made di Raffadali.

Carmelo Petrone

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