Peregrinatio Reliquia Livatino: la visita a Gela

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di Andrea Cassisi

Cos’ è la santità? Vivere secondo il messaggio evangelico compiendo il proprio dovere. Sembrerebbe semplice e invece è quasi impossibile ai più. Eppure basterebbe solo osservare il dovere per dare fastidio a chi di dovere non vuol sentire parlare. In ogni tipo di ufficio. Rosario Livatino, il primo magistrato Beato nella Storia della Chiesa, era davvero santo. Perché compiva il dovere secondo i dettami di Dio ed ha pagato con la vita la sua onestà: e santo lo era davvero. Umile, preciso, testimone di fede. Questo è emerso nel corso di un convegno dal titolo “Fede e diritto. La Magna Carta della magistratura credente” che ha avuto luogo nell’aula Angelo Moscato del Tribunale di Gela voluto dalla Diocesi di Piazza Armerina e promosso grazie alla collaborazione dell’Ordine degli Avvocati di Gela, di ANM (Associazione Nazionale Magistrati) e del presidio locale UGCI (Unione Giuristi Cattolici Italiani). Ai lavori, tra gli altri, hanno partecipato Salvatore Cardinale, già Presidente della Corte di Appello di Caltanissetta e don Giuseppe Livatino, postulatore diocesano della causa di beatificazione. Nel corso degli interventi è stato tracciato il profilo biografico e professionale del Giudice agrigentino al fianco del quale Cardinale ha lavorato per nove lunghi anni. “Gli assassini, senza saperlo, anziché spegnere quella luce hanno acceso un candelabro”, ha detto sostenendo che “Livatino si propone come un esempio, sia per i magistrati perché ha interpretato la sua funzione giudiziaria nei termini esatti voluti dalla Costituzione, cioè indipendenza, imparzialità, professionalità e capacità sia per la sua vita privata che ha vissuto senza compromessi, con rettitudine e nell’amore verso la sua famiglia”. “Quando si è aperto il processo di canonizzazione, nel 2011, Livatino era già conosciuto in tutto il mondo senza che neppure un’organizzazione che ne avesse lanciato la sua immagine o la sua testimonianza. Ancora arrivano mail dal Giappone, dalle Filippine, dall’America Latina perché è una figura realmente conosciuta in tutto il mondo – ha continuato il postulatore diocesano Livatino –. Questa è la vera volontà di Dio”. L’occasione del convegno è stata la tappa gelese della “Peregrinatio della reliquiæ”, un desiderio espresso insieme da fr. Emanuele Artale, cappellano del carcere di Gela e don Lino Di Dio, vicario foraneo della città, il reliquiario contenente la camicia intrisa di sangue, che il magistrato indossava il giorno della sua morte è stato accolto a Palazzo di Città, in Tribunale, in carcere e nell’Istituto comprensivo San Francesco. A scuola l’accoglienza del reliquiario è stata incardinata nella “Settimana dedicata al Diritto e alla Legalità”, una vetrina che ha ospitato nell’istituto diretto da Marilena La China anche la mostra nazionale Ansa dedicata a Falcone e Borsellino.

 

 

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