Il primo marzo, il Teatro Pirandello si è fatto palcoscenico di un’evocazione intensa. Con lo spettacolo “Rosa cunta e canta”, produzione dell’ “Associazione Città Teatro Catania”, Donatella Finocchiaro ha prestato corpo e voce a Rosa Balistreri, restituendone un ritratto autobiografico spigoloso, dove la narrazione parlata ha preso il sopravvento sul canto. È stata una scelta registica coraggiosa che, come emerso nel dibattito post-spettacolo, ha spiazzato chi cercava la melodia folk più celebre, preferendo invece spogliare Rosa del personaggio pubblico per restituirle la sua nuda verità di donna “sopravvissuta”. Proprio l’intensità della Finocchiaro ha spinto il pubblico a una proposta concreta: l’augurio che la produzione pensi a un musical, capace di sprigionare anche quei canti che l’hanno resa la voce della povera gente.

Senza bisogno di scenografie, la scena appartiene interamente alla Finocchiaro, sostenuta dal tocco della chitarra di Vincenzo Ganci che asseconda il ritmo di un’esistenza tormentata. È il richiamo a quella chitarra che per la Balistreri fu, unitamente alla sua voce, strumento di denuncia sociale che trasformò il dolore privato in un manifesto politico per dare voce agli ultimi e perorare con orgoglio la causa del popolo siciliano.
Tutto ha inizio dalla fame di Licata, dove una Rosa adolescente cantava di nascosto dal padre per strappare un brandello di libertà a una Sicilia, rivendicando, in un contesto soffocato dal patriarcato, per se e le donne il diritto di non essere proprietà, ma destino a se stesse. Il viaggio prosegue tra Palma di Montechiaro e Campobello di Licata, tra fatiche immani e umili mestieri, segnato dalla ferita di quel soldato americano che, dopo promesse d’amore eterno, svanì nel nulla. Segue poi la fuga verso una Firenze di luci e ombre, dove l’amore per il pittore Paolo si intreccia con l’uccisione della sorella Maria e il conseguente dramma del suicidio del padre.
Il riscatto, politico e artistico, matura, lontano dalla sua terra, tra Bologna e Milano: qui l’incontro con Ignazio Buttitta, Dario Fo e successivamente, al suo ritorno a Palermo, con Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, trasforma il dolore in un’arma. Rosa inizia a cantare contro la mafia e le sue connivenze, i poteri forti che schiacciano i deboli, la fame dei braccianti, lo sfruttamento dei lavoratori, costretti ad emigrare e le ingiustizie sociali che non erano sfortuna, ma colpe precise dei potenti; denuncia anche certi atteggiamenti di uomini della Chiesa in contesti di povertà e sottomissione. Con la sua chitarra fu voce di chi non aveva diritto di parola. Elevò il dialetto alla “lingua dei poveri” perorando la causa di un popolo siciliano che doveva smettere di rassegnarsi e iniziare a pretendere dignità e giustizia.
Rosa Ballistreri resta attuale: la sua voce è il grido degli ultimi. Oggi, cantare la verità, difendere la nostra terra e lottare insieme contro ogni ingiustizia è l’unico modo per restare davvero liberi. Perché non c’è vera libertà senza una profonda passione civile che pretenda giustizia sociale e dignità per la nostra terra.

















