Una “lapazza” è per sempre

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Una volta, per la loro provvisorietà, si potevano chiamare soltanto “transenne”, parola che, nella sua radice ricorda la transitorietà. Nella stragrande maggioranza dei casi, si trattava di strutture in metallo o in plastica, rispondenti alle normative e destinate ad essere installate e rimosse alla bisogna.

Da un paio di anni a questa parte, invece, ad Agrigento va più di moda la “lapazza”, espressione siciliana per indicare, in modo abbastanza preciso, un pezzo di legno, spesso riciclato, utilizzato per “allapazzare”, ovvero risolvere un problema in un modo estremamente provvisorio.

Così in città si sono moltiplicati nel tempo recinti di lapazze, realizzati appunto con tavole di varie misure, chiodi e un po’ di nastro bianco e rosso, giusto per dare un minimo di ufficialità alla cosa.

A realizzare queste vere e proprie opere d’arte contemporanee non sono i cittadini, ma il Comune di Agrigento, il quale, sprovvisto delle risorse necessarie per riparare strade, rimettere in piedi muretti, abbattere alberi, agire in danno ai privati rispetto alle messe in sicurezza del territorio, non può fare altro che tentare di ridurre i rischi transennando a volte in modo tutt’altro che provvisorio.

Se volessimo citare alcuni casi, si potrebbe indicare quella di via Garibaldi, che limita una parte di marciapiede e strada crollata, ma anche numerose altre barriere poste nel cuore del centro storico, alcune rimosse – senza colpo ferire – da residenti e passanti. A questa potremmo aggiungere alcune transenne in metallo abbandonate da mesi in via San Vito (esiste un’ordinanza di messa in sicurezza e manutenzione della parete dell’ex carcere, oggi non adempiuta) e, soprattutto, la “transenna delle transenne”, quella posta da Girgenti Acque in piazzale Giglia a circondare un tombino a perenne rischio “esplosione”. Nel caso specifico, ad ogni pioggia particolarmente abbondante il sistema va in tilt a causa delle numerose interconnessioni e degli scarichi abusivi delle acque piovane in quelle nere.

Così, in attesa di risolvere i problemi, la “lapazza” diventa sistema. È accaduto, proprio di recente, in vicolo Vella, stretta fessura tra le pareti della via Atenea che conduce alla parte bassa del centro storico, nella zona di Vallicaldi. Qui, dall’avvio della raccolta differenziata, si è registrato un rilevante e periodico fenomeno di abbandono di rifiuti che ha insozzato la strada al punto tale che il Comune ha ritenuto di chiudere tutto con le immancabili “lapazze” per poter svolgere le attività di bonifica. Ma non solo: l’idea dell’Ente è di tentare di scoraggiare gli incivili impedendo loro, almeno per un po’ di tempo, di accedere alla zona. Così è stato eretto un vero e proprio muro di legno che dovrebbe per un po’ reggere anche agli istinti più brutali.

E se questo ricorso a soluzioni tampone (e/o allapazzate) stimola in modo significativo l’ilarità collettiva, va detto, per ricondurre la questione alla serietà che merita, che quanto accade può stupire molto molto poco. Oggi un ente locale, ad esempio, ha l’obbligo di pagare un debito fuori bilancio derivante da una richiesta di risarcimento danni in seguito ad una caduta, ma contestualmente non può impegnare in modo automatico le risorse necessarie per tappare quella buca. Così, non resta che ripiegare sulla tavole. Perché una “lapazza”, è ormai certo, è per sempre.

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