A seguito della celebrazione del Giubileo della Misericordia (2015-2016) e come suo frutto, papa Francesco ha stabilito che si celebri la Giornata Mondiale dei Poveri.
L’ottava edizione, del 17 novembre, ha come tema «La preghiera del povero sale fino a Dio» (cfr. Sir 21,5).
La modalità di svolgimento della giornata, che ci prepara all’inizio del Giubileo, nell’auspicio del papa contempera diversi elementi da viversi in un tempo prolungato e non in una sola giornata. Perciò scrive così: «Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo. Secondo l’insegnamento delle Scritture accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente. Con la loro fiducia e disponibilità ad accettare aiuto, ci mostrano in modo sobrio, e spesso gioioso, quanto sia decisivo vivere dell’essenziale e abbandonarci alla provvidenza del Padre».
Per la buona riuscita dell’iniziativa papa Francesco ne rivela la radice: «A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera».
Alle indicazioni pontificie, per una animazione fruttuosa, si collega anche la lettera (qui) inviata ai parroci e ai referenti delle Caritas parrocchiali e cittadine da parte di Valerio Landri, direttore di Caritas Agrigento, che invita a leggere il messaggio del Papa non solo singolarmente, ma “comunitariamente”. Sia le indicazioni evangeliche del papa che il suggerimento metodologico del direttore ritengo siano una salutare provocazione. Sono un invito a cambiare prospettiva e approccio al tema della povertà che non è un “affare” della Caritas, dei “Gruppi di volontariato vincenziano” o dei volontari del Banco Alimentare a cui sovente si delega il compito, che è di ogni discepolo di Gesù e di ciascuna comunità che a lui si riferisce.
Aggiungere un posto a tavola, fare una visita, ascoltarsi, leggere, riflettere e pregare insieme è, più che una proposta di metodo, la grazia pedagogica-educativa, della presenza che Gesù ha assicurato ai suoi quando, di fronte alla folla affamata ha suggerito “date loro voi stessi da mangiare”, ed ancora “avevo fame e mi avete dato da mangiare”.
Abbiamo bisogno di educarci ed educare ad una “pedagogia dei fatti”, come singoli cristiani ma soprattutto come comunità, a tradurre in azioni concrete il progetto di Dio. Certo comunità ecclesiali e preti, gruppi e associazioni tanto hanno fatto e fanno. Ma, nella franchezza evangelica, non si fa torto a nessuno se si dice che la parola del Vangelo ancora ci sta dinanzi e attende compimento nella vita dei fedeli. E c’è anche qualche appuntamento mancato e qualche passo indietro. Sono tre gli sportelli del Banco alimentare chiusi ultimamente in altrettanti quartieri della nostra città. A proposito di preghiera e di ascolto, di approssimarsi vicendevolmente e spirito di condivisione fraterna, sembra rilevarsi l’assenza di un minimo di confronto comunitario. Ad esempio: le esperienze, le competenze, il capitale umano formato e preparato insieme alle persone e famiglie destinatarie del servizio potevano relazionarsi sia nella condivisione dei problemi che nelle risoluzioni. Chiudere un servizio, soprattutto in contesti problematici, getta il popolo nello sconforto, perché sembra annunciare che anche Dio – oltre alle istituzioni – abbia abbandonato quella terra. C’è chi rileva che nei diversificati incontri delle svariate realtà ecclesiali mai si sia parlato della povertà con i poveri. Certo è difficile porsi, comunitariamente, in ascolto di coloro che frequentano le nostre parrocchie, i nostri “centri di ascolto”, le nostre mense. Forse si potrebbe iniziare proprio con la preghiera, come suggerisce il papa. Dalla lettura del messaggio, come indica il direttore Caritas. Nelle parrocchie l’aiuto sovente, non è semplice sostegno, ma è preceduto da momenti di infinita pazienza: ascolto della gente, dei loro bisogni e delle loro storie. Tanti sono i casi in cui fedeli laici, consacrate, diaconi e presbiteri, si mettono accanto alla gente che bussa alla loro porta, e passo dopo passo accompagnano, singoli e famiglie, anche con percorsi di fuoriuscita dai bisogni.
Il Santo Padre, nel suo messaggio, sottolinea come i poveri occupino un posto speciale nel cuore di Dio, sempre attento e vicino a ciascuno di loro. Le loro preghiere vengono ascoltate, e Dio, di fronte alla loro sofferenza, si fa “impaziente” fino a quando non ottiene giustizia per loro.
Ecco forse l’invito a pregare fatto dal Papa Francesco esorta tutti a distillare ancora, sempre, sempre più, nella vita delle comunità, dei cristiani e dei poveri l’impaziente pazienza di Dio. Questo ci attestano le tante persone che dedicano gran parte del loro tempo all’ascolto e al sostegno dei più? bisognosi.
Questo ci ricordano i poveri, posti da Cristo non ai margini ma al centro della vita delle nostre comunità. Tutti chiamati a relazionarci riconoscendo dignità di persone, di parola, di testimonianza, di ‘impazienza’ di fronte ad ogni umiliante condizione di ogni genere di povertà, di ogni grido di necessità, di ogni tentativo di alleviare, sorreggere, curare, con la pazienza che si impara solo nella preghiera a Cristo che della pazienza è martire, attendendo i frutti dei suoi amici che ancora tardano a maturare.
Carmelo Petrone (LdP n.34/2024)

















