30° DIA: «L’influenza della religione nella lotta alla mafia»

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Dopo gli appuntamenti di Palermo e Trapani e l’inaugurazione della mostra l’«Antimafia itinerante» ad Agrigento (vedi), promosso dalla Direzione Ivestigativa Antimafia (DIA) nel trentennale di fondazione, si è tenuto, giovedì 25 novembre 2021 – alla presenza della grande famiglia della DIA nazionale e provinciale diretta dal vicequestore, dott. Roberto Cilona, delle massime autorità civili e militari e religiose del territorio – un convegno sul tema «L’influenza della religione nella lotta alla mafia» al quale – moderati dal giornalista Franco Castaldo –  sono intervenuti dopo i saluti dell’assessore Picarella in rappresentanza del sindaco Franco Miccichè e il direttore del Parco archeologico della Valle dei templi di Agrigento Roberto Sciarratta, Il Presidente dell’Ufficio dei GIP di Catania, Nunzio Sarpietro, Il direttore della DIA, Maurizio Vallone, il prefetto di Agrigento, Maria Rita Cocciufa, l’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, il capo Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, Michele Di Bari, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, il presidente della Pontificia Accademia mariana internazionale, Stefano Cecchin, il segretario generale della Confederazione islamica in Italia, Massimo Cozzolino, e il vice direttore amministrativo della DIA, generale Antonio Basilicata.

Un momento di riflessione che, è stato affrontato – per usare una immagine del dott. Michele Di Bari –  con gli scarponi chiodati ben saldi a terra e con lo squardo al cielo.

Chi vi ha partecipato, penso,  sia uscito fuori dalla sala Zeus el Museo Griffo, luogo della mostra e del convegno, con il desiderio di approfondire ulteriormente il tema perché,  dagli interventi che si sono susseguiti, è stato possibile intravedere la complessità della posta in gioco, che puo’ essere compromessa da un approccio superficiale al tema oggetto del confronto. Le relazioni degli autorevoli ospiti hanno aperto tanti scenari, che hanno inquadrato il tema in una sorta di “paradigma culturale del futuro”; i relatori si sono posti davanti al tema e al conseguente scenario che ne deriva con un approccio non solo retrospettivo ma di prospettiva futura. Dal confronto è emersa l’esigenza di guardare oltre per aiutare chi crede a non andare a braccetto, con le mafie, la ‘ndrangheta, come avvenuto nel passato , segnato e documentato da fatti inoppugnabili, anche nel nostro territorio, cosi come ha evidenziato il Procuratore capo  Luigi Patronaggio. “L’atteggiamento della Chiesa – ha detto – di fronte al fenomeno mafioso è stato molto complesso e non sempre lineare”.

Il convegno ha posto una domanda di fondo: quali sono le misure perché ciò che è avvenuto non si ripeta più? È stato evidenziato anche come la risposta al quesito non può essere univoca e si deve scongiurare con forza  il rischio che essa degeneri nella rassegnazione. Per il dott. Di Bari il convegno ha posto un’ ulteriore domanda: “Così come il Telamone nella classicità – ha detto ammirando il gigante di tufo conservato nella sala del Museo –  reggeva le sorti del cielo con una funzione specifica: univa cielo e terra. Oggi – si è chiesto – rispetto al passato siamo capaci di nutrire speranze? Insomma non basta solo enunciare i principi, o fare analisi. Queste servono ma, da sole,  non sono sufficienti se non si trovano sponde culturali nelle comunità”. Come scardinare allora  la coesistenza tra il sacro e il criminale che la letteratura ci consegna? Basta solo enunciare i principi? Il tema è: che cosa fa il credente, la comunità credente davanti, ad un fenomeno radicato nel tempo? Come scindere il sacro dal crimine nelle scelte quotidiane? Come generare un nuovo modello antropologico e credente difronte al tema delle mafie? Perché nel modello mafioso – secondo Michele Di Bari – la religione è completamente priva di fede, le manifestazioni di fede dei mafiosi (i santini, le bibbie esposte, gli altarini…) non hanno nulla a che vedere con la fede, sono una maschera che chiude ad una fede vera.

I credenti,  a qualsiasi religione appartengono – è stato detto –  dopo aver fatto l’analisi,  sono chiamati a combattere le strutture di peccato e ad una conversione pubblica.

Per mons. Damiano, la mafia non solo usa la religione ma si presenta come essa stessa una “religione”, avendo seguaci, adepti, affiliati, una struttura bene precisa. Bisogna stare vigili – ha ammonito –  ma soprattutto  bisogna contrastare la mafia combattendo il mafioso che è dentro di noi, negli atteggiamenti mafiosi del nostro vivere quotidiano. Questo è il compito di ogni formatore, di ogni cittadino. Non è mancato un monito alla comunità ecclesiale: “la Chiesa agrigentina che vive la città degli uomini è chiamata ad essere fermento, lievito di una vita buona secondo il Vangelo. Sono convinto – ha proseguito – che è una vita secondo il Vangelo delle Beatitudini è un antidoto ad uno stile mafioso. Ha quindi indicato in conclusione due punti di riferimento: le azioni e  la coscienza sia individuale che collettiva. Nella coscienza – ha detto – si decidono le sorti della storia. Di conseguenza le azioni sia quelle dei singoli che quelle dei gruppi. È dunque sulla formazione delle coscienze e sull’attivazioni di buone prassi che insieme siamo chiamati ad operare. Il capo comune, sul quale – secondo l’Arcivescovo – si devono innestare le sinergie tra comunità civile e religiosa è  quello della giustizia.  A tale riguardo, ha detto il Vangelo ci consegna una duplice beatitudine: beati coloro che hanno fame e sete di giustizia e quella che per essa sono perseguitati. Queste beatitudini, ha detto non sono pii desideri ma principi di azione. La Giustizia è valore primario a cui educare. Essere perseguitati per la giustizia significa assumerla come regola di vita e  bene primario, fino al punto di diventare segno di contraddizione a imitazione di Gesù , il Giusto perseguitato. La nostra Sicilia vanta una chiesa di martiri e testimoni, esempi concreti,  vicini a noi, perseguitati a causa della giustizia accomunati – ognuno nel suo ambito –  dalla stessa testimonianza.

Giovedì ho intravisto,  tra i reperti dell’antica Akragas, nuovi orizzonti; ho percepito dalle testimonianze dei presenti come la dimensione interreligiosa, quando è capace, in collaborazione con la società civile, di mobilitare le coscienze, possa crescere anche nel contrasto alle mafie a beneficio di tutta la famiglia umana. Una vita giusta e nella legalità non si improvvisa è frutto di processi educativi, di ascolto e di dialogo; di iniziative, come il convegno promosso dalla DIA , che aprono ampie visioni che sono radicalmente  opposte all’humus che alimenta le mafie.

Il video del Convegno

Link correlati
  • Per un resoconto degli interventi (qui)
  • La Pontificia Accademia Mariana Internazionale e il suo nuovo dipartimento Dipartimento di analisi, studio e monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi (vai)
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