Dal 30 novembre all’11 dicembre l’arcivescovo Alessandro Damiano ha tenuto la visita pastorale nella Forania di Licata (vedi), comprendente le comunità ecclesiali di Licata e Palma di Montechiaro. Il filo rosso attraversante ogni giornata è stata la virtù teologale della speranza, in sintonia con il tema che Papa Francesco ha scelto per il Giubileo, ormai prossimo. Abbiamo chiesto al vicario foraneo, don Tommaso Pace, che ha accompagnato il vescovo, di raccontarci le costanti che hanno ritmato la visita pastorale.
«La prima costante – ci racconta don Tommaso – è stata nel metodo scelto: la Visita Pastorale si è svolta come una vera e propria tessitura, da un punto all’altro della Forania, da Licata a Palma di Montechiaro, a giorni alterni, riproducendo pastoralmente ciò che avviene sul telaio. Il metodo era finalizzato a re-innescare un sempre più consapevole e motivato processo di unificazione delle varie parti che compongono concretamente il volto della Chiesa agrigentina risiedente nel suddetto territorio.
La seconda costante è la parola “insieme”. Un insieme che non annulla la stupenda varietà carismatico-ministeriale delle Comunità ecclesiali e, in esse, di gruppi, movimenti e associazioni, bensì ne evidenzia e ne potenzia l’identità, ne corrobora la testimonianza e l’azione missionaria nella storia e nella Città degli uomini. Illuminati da Lumen gentium 7, attorno all’unico altare e al nostro Pastore, abbiamo voluto rinnovare una certezza di fede, che cioè «partecipando realmente del corpo del Signore nella frazione del pane eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: “Perché c’è un solo pane, noi tutti non formiamo che un solo corpo, partecipando noi tutti di uno stesso pane” (1Cor 10,17). Così noi tutti diventiamo membri di quel corpo (cf. 1Cor 12,27), “e siamo membri gli uni degli altri” (Rm 12,5)».
Lo stare insieme fra di loro e con il vescovo, in giornate dedicate ad hoc, ha permesso a suore, ammalati, Consigli pastorali e Consigli per gli affari economici, ministri straordinari, operatori Caritas, lettori, accoliti e catechisti, realtà giovanili, gruppi, movimenti e associazioni ecclesiali di narrarsi e di conoscersi, di confrontarsi, di porre domande, condividendo realmente il comune cammino di fede».
La terza costante don Pace la individua nella parola accoglienza. «Oltre a chi era “soggetto” – continua il vicario foraneo – della Visita, il vescovo ha bussato alle porte delle Case Comunali, alle Scuole, ai Carabinieri, alla Polizia di Stato, alla Guardia di Finanza, alla Capitaneria di Porto, all’Ospedale “San Giacomo d’Altopasso”. Ogni porta bussata si è aperta con entusiasmo, aspettative, e generosa condivisione. Da qui la quarta costante che accomuna le istituzioni dello Stato e il popolo di Dio: dare voce alla domanda di speranza che risuona nell’intimo delle coscienze, credenti e non. Tutti, specialmente bambini, ragazzi e giovani, hanno portato alla luce una quaestio impellente: come custodire e testimoniare la speranza, nonostante il quadro storico-antropologico poco rassicurante? Guerre diffuse, violenza, malattie, precarietà economica, liquidità relazionali, appiattimento delle coscienze e dei cuori, possono essere più forti di quella “fiammella” umile e insieme tenace che è la speranza? I tentativi di risposta del vescovo, altrettanto privi di retorica e artifici letterari, costituiscono la quinta costante. Egli ha stimolato la riflessione di tutti con alcune parole-chiavi: “partiamo da noi stessi”, facendo i primi passi verso gli altri, “accogliamoci nella nostra verità più profonda”, “perdoniamoci con un abbraccio”, “cerchiamoci”, “siamo creativi e audaci”, “attraversiamo le porte della vita” che abbiamo accanto a noi, “scegliamo l’onestà, la legalità, la chiarezza nel parlare e nell’agire”, “prendiamoci cura”, “sbracciamoci”.
Questa grammatica dice che al vescovo sta a cuore il riscatto di un territorio ferito dalla mafia e dai pregiudizi a partire da “gesti a portata di mano”. Nessuno slogan, nessuna pretesa, solamente il tentativo di trasformare la Visita Pastorale – conclude don Pace – da un “adempimento” a una “Dio-incidenza”, lasciando operare la potenza della Parola annunciata e dello Spirito del Signore invocato e ricevuto in dono. Il bilancio, al di là di eventuali e comprensibili insufficienze, appare assai positivo. La lezione più autorevole ci viene dai giovani di Licata e Palma di Montechiaro che, lunedì 9 dicembre, nonostante le diverse appartenenze (Scout, Azione Cattolica, Oratori, GiFra, Carmelitani), dopo aver lavorato insieme, assiduamente e sodo per offrire un momento di preghiera e di riflessione, hanno parlato all’unisono: nonostante tutti i venti contrari la speranza è certezza possibile, è Cristo in noi».
(da “L’Amico del Popolo”, n.38/2025)

















