Riceviamo e pubblichiamo la Lirica di Angelica Termini, dedicata al Beato Rosario Angelo Livatino.
Fervida fede virile tu, d’altare sempieterno ti fu data,
dal materno grembo umil nascesti dall’animo gentile unica speme di tua madre,
figliol diletto da un padre buono e antico dal rispetto incarnato,
da tali genitor tu concepito, desiderato.
Ti nutre e allatta al seno dolce la tua mamma,
ti canta con profonda tenerezza la ninna nanna e dolce sua carezza…
E quando gli occhi tuoi già chiudi al giorno con la sua voce paca e assai soave ti canta questa ninna che è un presagio dell’accaduto dramma nel meriggio: “Ololo e Ololeddra, lu lupu si mangià la picureddra…”
Con rigido rigor fin da bambino fosti educato come virgulto,
nella purezza tua nessun indulto,
la buona scuola, il greco poi il latino son baluardi stilobati di vita,
c’è una maestra madre fors’anche amica che i dettami suoi impetra e suggella nell’animo tuo grande che nel docile ascolto composto, sobrio, e mai favella di inutil dire, mai si nega o si ribella.
Timidamente ti affacci tu alla vita, e il comportamento temerario vien su molto a modo ed educato, ti vesti della toga e arrivi al varco di un dottorato degno e assai stimato,
“Sub tutela Dei” il tuo quotidiano…
Nel tuo diario tua mano sottoscrive parole epigrafate, amate, vive,
quel che suggella nel significato è un Dio immortale, Padre tanto amato, guida suprema e mentore, l’Eletto, e tu ignaro eri già prescelto.
La dea giustizia dal soglio del suo trono s’alza e s’inchina al tuo pregno operato, vestito di scrupolo e dovizia, del senso del dover intemerato.
Modesto, paco, con etica morale chiedevi tu sempre all’Eterno di darti compassione nel giudizio, misericordia e la giusta pena, con occhio di padre buono impari e giusto e nel punire non trovarci gusto.
Negli occhi di tua madre ogni mattina un grido di dolor leggevi in volto, lei ti osservava e con lo sguardo assorto ti accompagnava e poi alla finestra ti salutava con l’animo in sua mano, e tu eri andato ormai lontano…
Così quella man tremante e titubante sulla tua fronte incidea una croce, ti designava lei prima del cielo il martire che tu sei diventato, come profeta l’aveva già temuto …
Quel giorno la lasciasti immota, con gli occhi appesi a un vetro come insetto, schiacciata una farfalla che non vola, con lo sgomento che assale e ti devasta e con lo strano nodo nella gola.
Era Settembre e il sole era un pò forte, lassù nel cielo sembrava assottigliato, un cielo denso un poco appesantito, degno spettator della tua morte…
Lo spazio senza… e lui che era vestito con la camicia a quadri, un pantalone, nella sua borsa le pratiche, la penna, le sue sentenze e la sua grossa agenda.
Era il Vangelo il codice penale così come la Sacra Scrittura, seguiva ogni udienza e la sua natura.
Con la sua auto rossa quel meriggio come in un film sfocato si allontana, senza la scorta, senza protezione, si avvia in tribunale con tensione, la stessa che l’ha sempre accompagnato in ogni udienza e a volte alla pretura, Rosario gira i polsi alla camicia e si prepara a quella sua sventura…
Lo segue una moto da lontano e non lo turba, la scorge dallo specchio, ma accelera e lì a poco lo raggiunge, e arriva l’acqua gelida da un secchio.
Due volte lo sperona e lui si ferma, due giovani ventenni a viso aperto uno rimane e l’altro svelto scende e l’aria appesa ad un filo si sospende.
E riesce a dir soltanto: ”Picciotti cosa vi ho fatto?”
Inizia la discesa rovinosa, e vittima si sente di un sol patto.
Aveva solo poco tempo ormai ma gli occhi han guardato il suo assassino, era lo sguardo suo sì di terrore ma a quei ragazzi di più al suo uccisore si offrì immolato ma amore lui gli porse e il suo perdono come nulla fosse.
Le zolle si spaccarono al suo passo, le fenditure si aprirono gementi, tremò il cielo, la terra e le sementi, i mandorli già pieni, scosse le fronde, il sole si nascose nel suo pianto, il corpo crivellato con furore e Dio pietoso accoglie il nuovo santo.
La madre e il padre sono lì condotti, e lei come Maria Addolorata si china sulla testa insanguinata, con titubanza, dolore e tenerezza canta: “Ololo e Ololeddra, lu lupu si mangià la picureddra…” “Un purpu ni cumanna e si mangia pianu u cori, chissa è la morti lenta prima ca a terra mori…”
Un drappo per la tua beatificazione sarà per sempre il tuo sudario, non la toga Giudice Rosario, non sarà chiesto a te quanto credente tu sia stato ma la credibilità che hai professato.

















