A 51 anni dal terremoto i sambucesi rientrano nella loro Chiesa madre, Card. Montenegro: “più che aprire una chiesa, occorre essere chiesa

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Ci sono date che segnano profondamente, nel bene e nel male,    la storia delle persone e delle comunità locali per sempre. Una di queste date,  per i comuni della Valle del Belice, è certamente, quella del terremoto del 14-15 gennaio  del 1968 con il carico drammatico di 231 morti, migliaia di sfollati e interi paesi rasi al suolo.

Nei giorni immediatamente successivi al terremoto furono chiusi al culto quasi tutte le chiese danneggiatedal sisma tra queste la Chiesa madre di Sambuca di Sicilia della cui storia centenaria abbiamo parlato in una pagina speciale sul cartaceo del nostro settimanale la scorsa settimana (cfr. pag.5 n.2/2019).

Per la Comunità ecclesiale e civile di sambuca un’altra data da ricordare nel futuro sarà , certamente, il 26 gennaio 2019; giorno in cui dopo 51 anni di chiusura è stata restituita al culto la Chiesa madre, sanando una ferita dolorosa. Grazie ad uno stralcio funzionale degli ultimi fondi previsti per il Belice il Comune è riuscito a bandire una gara d’appalto per il rifacimento del pavimento, il recupero dell’altare maggiore dove è stato collocato un grande blocco in pietra, e alcuni interventi di consolidamento del tetto. Un lavoro di squadra che ha visto lavorare, insieme, Comune, Soprintendenza e Ufficio BBCCEE della Curia Arcivescovile. Alla celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo,  card. Francesco Montenegro, nella Chiesa madre ritrovata,    c’era tutta Sambuca, con in testa, visibilmente commossi, l’arciprete don Lillo Di Salvo e il sindaco Leo Ciaccio. In prima fila anche le massime autorità civili e militari dell’ex provincia a cominciare dal prefetto, dott. Dario Caputo, nonché numerosi sindaci, presbiteri  dei comuni della Valle del Belice. In tutti la consapevolezza che la rinascita di Sambuca e della Valle passa anche, dal recupero della memoria e  dalla riapertura al culto della matrice. Nell’omelia l’Arcivescovo ha detto: “sono contento di essere qua con voi questa sera. Quello che sta avvenendo è importante, la riapertura di questa chiesa è un invito a guardare al futuro.  Oggi – ha proseguito –   vogliamo ricordare chi ci ha preceduto coloro che in questo posto hanno gioito e pianto ma anche le tante vittime delle terremoto del 1968. Preghiamo il Signore per loro, ma anche per noi – ha detto –  perché questa volontà di futuro ci resti sempre nel cuore; preghiamo perché la vostra città possa diventare faro per tanti segno di speranza… Il Signore oggi ci dice – ha detto ai presenti – di non arrenderci e che  è ancora possibile fare qualcosa di diverso. Oggi attraverso la parola che abbiamo ascoltato e come se il Signore ci stesse dicendo: “ non basta aprire una chiesa per essere a posto e sentirsi contenti. Più in che aprire una chiesa – ha detto –   è importante essere chiesa… Una chiesa è bella non perché è artistica,  una chiesa è bella – ha continuato il cardinale-  perché chi la frequenta ha il cuore pieno di bellezza. Il Signore oggi ci chiede di non accontentarci del fatto di essere riusciti a riaprire questa chiesa, ma in un mondo difficile dobbiamo sentire la gioia di essere Chiesa. Il Signore ci chiede di continuare oggi la sua storia come ci ricordava una preghiera poi diventata canto: Cristo non ha più mani, ha le nostre mani, Cristo oggi,  non ha  più piedi ha soltanto i nostri piedi, Cristo non ha più voce, ma soltanto le nostre labbra per parlare di sé agli uomini d’oggi… noi siamo l’unica Bibbia e popoli leggono ancora… Che cosa vuol dire essere cristiani oggi?, si chiesto l’arcivescovo. Ed ha risposto: “ Essere cristiani vuol dire continuare la  storia di Cristo… Allora – ha concluso –  la gioia di ritrovare questa chiesa aperta, è sentire la gioia che noi insieme formiamo la chiesa aperta . L’edificio chiesa per noi è come una scuola,  qui noi veniamo ci mettiamo alla scuola di Gesù incontriamo il maestro che insegna e ci parla …  Questa è la casa di Dio, ma anche la cassa degli uomini perché qui si mettono insieme le speranze, le paure e i dolori,  ma anche le gioie della gente.   Per don Lillo Di Salvo, invece,  che ha voluto fortemente questo momento e ha lavorato, insieme alla sua comunità, instancabilmente, la riapertura “è un momento di gioia – ci ha detto –  ma anche  di crescita spirituale per la nostra comunità per ripartire nell’annuncio del Vangelo e la testimonianza di fede che siamo chiamare a rendere al nostro territorio, ma anche per sentirci comunità attorno a Cristo, pietra angolare – il riferimento è alla pietra che è stata posta in Chiesa come altare per la celebrazione eucaristica –   su cui edificare la Chiesa.”

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